Letteratura: Luciano Funetta: «L’anagrafe e il manicomio, va da sé, sono di stanza nello stesso edificio»
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Luciano Funetta: «L’anagrafe e il manicomio, va da sé, sono di stanza nello stesso edificio»

Tre giorni di intervista con Luciano Funetta.

15 Gen
2016
Letteratura

Chi vedremo sul palco del Premio Strega tra dieci anni? Per noi un nome è quello di Luciano Funetta. Nato nel 1986 a Gioia del Colle, pubblica lo scorso novembre per Tunué il suo primo romanzo, Dalle rovine, e ne parlano tutti: ultimo, sul Venerdì di Repubblica, Giorgio Vasta.

Per tre giorni abbiamo parlato in chat di professori che parlano dei loro scrittori preferiti come se stessero raccontando i loro amori segreti, di portieri di notte, dei capelli dei personaggi dei romanzi e degli scudi di Archiloco. Noi in Cambria, lui in Garamond.

 

«Traum» disse Rivera. «Sta sognando. L’ho sentito anche la notte scorsa, due volte. La stanza è proprio qui accanto».

«È spaventoso» disse Maribel.

«Stenditi» disse Rivera. «I sogni di Klaus sono profondi».

«E i tuoi?» sorrise Maribel.

«I miei ti guardano e non possono toccarti».

 

Cosa sognavi di fare da bambino?

Per un periodo piuttosto lungo credo che sarei voluto diventare archeologo o paleontologo. Poi investigatore privato. Intorno ai dodici o tredici anni ho deciso che avrei lasciato fare al caso.

 

Quando hai iniziato a scrivere?

Con ostinazione intorno ai quindici.

 

Come scrivi? A computer, a mano? 

Quasi sempre al computer. Quello che scrivo a mano – di solito in autobus o in treno – è destinato a essere poi riportato in un documento Word che aggiorno ormai da due anni e che non ho mai riletto.

 

In quale font hai scritto Dalle rovine?

Garamond.

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Nell’ottavo capitolo di Dalle rovine, il mio preferito, scrivi, a pagina 106, della «forza spietata della moltitudine» e della «segretezza della solitudine». Una solitudine che provoca allucinazioni e incantesimi. Quali sono i momenti in cui hai più ispirazione, quando ti trovi da solo o in compagnia?

Trovo la moltitudine di gran lunga più pericolosa della solitudine. La solitudine invece è decisamente più accogliente, senza contare quanto può rivelarsi avventurosa.

 

Quali sono le allucinazioni e gli incantesimi più avventurosi che hai provato in solitudine?

Moltissimi, innumerevoli. Tanti sono stati provocati dalla lettura, quindi sono merito di altri avventurieri. È da quando ho memoria che mi piace leggere e stare da solo, quindi direi di poter contare su una genealogia di fantasticherie sufficiente a farmi perdere e a farmi inventare ancora.

 

Tracciamo la tua genealogia di fantasticherie? Da quando hai iniziato a leggere fino a oggi, quali sono i libri fondamentali che hai letto a partire dal primo.

Peter Pan, Le riduzioni per ragazzi dell’Iliade e dell’Odissea, Il libro della giungla, 20.000 leghe sotto i mari, L’isola del tesoro, Il miglio verde, Il processo, Moby Dick, i racconti di Poe (in particolare ricordo la prima volta che lessi La maschera della morte rossa, passai una notte infernale e indimenticabile), Dedalus, Giro di vite di James, le poesie di Rimbaud (di cui all’epoca capii molto poco, se non che ero abbagliato), Viaggio al termine della notte, Finzioni di Borges (che cambiò tutto), Rayuela, Il grande sonno, La terra desolata, I canti di Maldoror,  Fame di Knut Hamsun, Sotto il vulcano, i Sillabari di Parise, 2666, Le belve di Roberto Arlt, La promessa di Dürrenmatt, Memorie dal sottosuolo, Enciclopedia dei morti, Austerlitz, Cosmo di Gombrowicz, Dissipatio H.G., Shakespeare (il fantasma), Omero (figlio di un farabutto e di una dea). Le genealogie sono piene di simpatici bastardi.

 

Gli scrittori italiani che hai citato sono solo due: Goffredo Parise e Guido Morselli. Mi diverte pensarli vicini, perché non li ho mai immaginati insieme, uno che si chiede se i sentimenti allungano o accorciano la vita e l’altro che, altrove, in Roma senza papa, pensa al celibato dei preti come a un’attrattiva che il tempo non diminuisce. Come e quando li hai scoperti?

Per Parise devo ringraziare un professore di Bologna, uno dei due di cui, in sette anni, ho seguito per intero le lezioni. Purtroppo non riesco a ricordare il suo nome. Era un ometto di quarant’anni. Somigliava a Polanski. Ci parlava dei Sillabari come se ci stesse raccontando del suo amore segreto. Morselli l’ho incontrato qualche anno fa. Facevo il portiere di notte in un albergo vicino piazza Barberini e alle tre del mattino entrò quest’uomo che mi disse di essere l’ultimo rimasto sulla Terra. Io gli risposi che era impossibile, che l’ultimo ero io. Convenimmo che entrambi avevamo ragione. In realtà nella lista precedente avrei voluto inserire anche quello che considero il più grande scrittore italiano del Novecento, ovvero Elsa Morante, che era una viaggiatrice e una divinità.

 

Hai fatto davvero il portiere di notte?

Sì.

 

Per quanto tempo? E come ti è venuto in mente.

Mi è venuto in mente perché ero appena arrivato a Roma e non avevo un lavoro. È andata avanti per un anno, più o meno.

 

Immagino che fare il portiere di notte possa regalarti infinite trame di storie da raccontare. Quali sono le situazioni più strane che hai visto? Qualcosa di avvicinabile al Portiere di notte di Liliana Cavani? Nel suo film e nel tuo libro c’è un personaggio con lo stesso nome: Klaus.

Innanzitutto posso dirti che Charlotte Rampling non si è vista. A parte questa disgrazia, di sicuro ho avuto a che fare con qualche individuo interessante, soprattutto amanti clandestini, ubriachi, qualche nobile decaduto. Se l’albergo fosse stato a Termini e non vicino a piazza di Spagna è probabile che mi sarei divertito di più. In compenso ho visto cos’è il turismo di massa e mi ha fatto paura. A proposito di opere letterarie che si occupano della sventurata esistenza dei portieri notturini, mi viene in mente un libro di Stephen Schneck, che all’epoca mi venne regalato da Davide Manni, grande libraio e dj per manicomi e lupanari. Si chiama, pensa un po’, The Nightclerck e racconta il delirio di un uomo che ormai vive il ricevimento come una dimensione metafisica, tanto da arrivare a chiedersi: «[…] e se ti venisse in mente di strillare, chi ti sentirebbe? E anche se urlassi chi ti darebbe retta? Si è mai preso qualcuno la briga di calcolare il numero di quelli che hanno firmato un registro d’albergo, sono entrati in un ascensore e non si son più visti?». Domande come queste, per chi lavora di notte in hotel, diventano naturali. Gli alberghi sono, a mio parere, tra i luoghi più letterari dell’universo. A dimostrarlo c’è Hotel a zero stelle di Tommaso Pincio. Una meraviglia assoluta. A chi non lo ha letto consiglio di procurarselo e di consumarlo in una stanza in affitto, dove nessuno può sentirti piangere, ridere o urlare.

 

Ora devi dirci perché si piange, quando si ride e come si urla in un Hotel a zero stelle. 

La letteratura, o per lo meno un certo tipo di letteratura, ha molto a che fare con le conseguenze di un imprecisato numero di notti trascorse in una camera d’albergo, ovvero con il «languido desiderio di insolubile» di cui parlava Cioran, la malinconia che ci scaraventa fuori da noi stessi e allo stesso tempo ci consegna all’abisso. Sia gli alberghi che i grandi libri sono in grado di trasformarci in persone a noi sconosciute; e questo è commovente, ridicolo e terribile.

 

Lo scrittore e il portiere di notte. Hai mai fatto lavori nei quali non dovevi stare da solo?

Ho fatto il bibliotecario e il galoppino per il centro di assistenza informatica della Facoltà di Lingue di Bologna, poi il magazziniere, ma la vera salvezza sono state le lezioni private agli studenti di scuola superiore. Adesso faccio il libraio.

 

Ti hanno mai incoraggiato a leggere o scrivere? Hai fatto di testa tua?

Nessuno ha mai avuto nulla in contrario al fatto che leggessi molto. In quanto alla scrittura, gli incoraggiamenti sono stati pochi ma decisivi.

 

Nel sesto dei Nove racconti di J. D. Salinger, Per Esmé: con amore e squallore, la protagonista dice che le storie che preferisce: «sono le storie che parlano di squallore». C’è un filo che lega le storie che ami? Leggere e raccontare.

Mi piacciono le storie di fantasmi. C’è da dire che quasi tutte le storie hanno a che fare con un fantasma possibile. È necessario, quindi, che chi le racconta sia a sua volta perseguitato da uno spettro, che viva in una casa infestata e che speri con tutta la sua anima di imbattersi, almeno una volta nella vita, nel suo persecutore. Quello che chiedo agli scrittori che leggo è poter avvertire il rumore dei denti che battono per il freddo, per la paura o per l’ansia, come direbbe Danilo Kiš, che l’olio nella lampada finisca prima che la pagina sia completata.

 

Qual è e com’è la camera dove scrivi?

È una delle due stanze della casa in cui vivo con mia moglie Francesca. C’è, una finestra, un tavolino che serve da scrivania, i miei libri, un piccolo tappeto rosso, un soppalco con il letto, uno stendino per il bucato quasi sempre aperto, una locandina molto grande di Chinatown.

 

In che momento della giornata scrivi?

Di mattina o di notte.

 

Quali sono i periodi in cui scrivi di più?

L’inverno e l’autunno, senza dubbio.

 

Come capisci quando una storia che hai in mente sarà un racconto o un romanzo?

Mai con precisione. I racconti nascono all’improvviso, da una frase o da una puntura d’insetto. Devo buttare giù la prima stesura sul momento, altrimenti corro il rischio che l’esaltazione iniziale vada perduta. Solo quando rileggo capisco se il risultato merita di essere portato a una forma definitiva o se è il caso di bruciarlo con sollievo. I romanzi invece non lasciano scampo. Quando un’idea mi toglie il sonno per mesi e mi ritrovo a studiare ogni possibilità per costruirle intorno un’architettura, vuol dire che non posso fare a meno di dedicarle tutto il tempo che ho. Questo porta, in maniera abbastanza frequente, a un fallimento. Per fortuna, però, c’è sempre il vecchio Archiloco a darci coraggio. Ogni scudo perso nella fuga può essere sostituito da uno scudo migliore. Questo ovviamente fino al giorno in cui non si sente in lontananza il rumore della battaglia che abbiamo sempre sognato di combattere fino alla fine.

 

La prima frase che hai scritto di Dalle rovine è anche la prima che leggono i lettori?

Sì.

 

Dalle rovine è narrato da una prima persona plurale, un noi misterioso che ci racconta quello che succede come nascosto, in disparte, negli angoli bui delle camere e delle strade dove si muovono i personaggi, e ogni tanto fa capolino. Ne Gli occhi della montagna, il primo racconto che ho letto scritto da te, che nel 2012 apriva il numero di Granta Che cosa si scrive quando di scrive in Italia, usi la prima persona singolare. Come scegli persona da usare?

Non scrivo molto in prima persona. Anzi, mi piace pensare che non userò mai più la prima persona da qui fino alla fine dei miei giorni, ma non posso esserne sicuro. Gli occhi della montagna, ad esempio, è un racconto che, se fosse possibile tornare indietro, riscriverei in terza. La scelta del punto di vista è abbastanza affidata al caso, ovvero alle circostanze e alla materia. Il caso del “noi” di Dalle rovine è singolare. Semplicemente non avrei potuto adottare uno sguardo diverso da quello di quei “fantasmi non umani” che seguono il protagonista e trasformano il territorio del reale in una dimensione intermedia che si colloca a metà strada tra il regno dei vivi e quello dei morti, la regione dell’ultimo respiro. In generale penso che il punto di vista migliore sia sempre il più difficile da applicare, quello che mi costringerà a non cedere a semplificazione alcuna. La scelta di una forma di narrazione, per quanto mi riguarda, nasce da un sacrificio dell’ego. 

 

Giorni fa Raffaele La Capria ha scritto un bel pezzo sul Corriere della Sera, dove accennava a liti tra scrittori che avevano come soggetto i personaggi dei romanzi di altri. Il bersaglio in quel caso era Anna Karenina. La Capria riportava come Joseph Conrad non ne avesse una grande opinione e come Vladimir Nabokov rispondesse «Non perdonerò mai a Conrad questa battuta». Ci sono personaggi di romanzi altrui ai quali sei così affezionato che difenderesti in una discussione? E ce ne sono alcuni che proprio non puoi sentir nominare?

Ho amato alcuni personaggi al punto non solo di essere pronto a difenderli in una discussione. Sarei pronto anche a partire con loro per una missione suicida, ad accompagnarli nel maelstrom, ad accoglierli a casa mia qualora ne avessero bisogno (in un certo senso l’ho fatto), a prestare loro dei soldi. Quelli che non posso sopportare probabilmente si trovano in libri che non ho amato. Per fortuna da sempre godo di un eccellente metabolismo, quindi ho potuto dimenticare quei personaggi, quei libri e i loro autori senza nessuna difficoltà. 

 

Fammi qualche nome dei personaggi che dici.

Bardamu, Benno von Arcimboldi, Dracula (non Arkam, non Van Helsing), Raskol’nikov, Horacio Oliveira, il commissario Matthäi, Gordon Pym, Achille e Ulisse, Didone (non Enea), il Lenz inseguito da Buchner, il console Firmin, il piccolo Fiore di Parise, che non si rassegna alla morte del suo migliore amico e per lui inventa ogni cosa; gli scrittori-combattenti di Volodine, tutte le donne che Davide Orecchio ha raccontato, Philip Marlowe, Ahab, Tom Sawyer.

 

Quali sono i libri usciti negli ultimi cinque anni in Italia che ti sono piaciuti di più? C’è qualche scrittore italiano contemporaneo che senti vicino e ti influenza?

Credo che i libri di Filippo Tuena, quelli di Davide Orecchio, di Emanuele Tonon e le incursioni in questa dimensione di Edgardo Franzosini siano tra le ragioni per cui si debba continuare a leggere nella nostra lingua disgraziata. Antonio Moresco è colui che ci tiene tutti al riparo del suo fuoco. Con Michele Mari torniamo ragazzi che leggono per la prima volta Stevenson e piangiamo. Detto questo, negli ultimi anni ho scommesso parecchi soldi che non ho mai avuto su gente come Orso Tosco, Marco Orlandi e Valentina Maìni, che un giorno arriveranno a riportare la primavera. Inoltre sono abbastanza sicuro che Marco Lupo e Pier Paolo Di Mino siano tra i maggiori scrittori europei viventi.

 

Quando racconto Dalle rovine a qualcuno, in un modo o nell’altro parto sempre facendo l’elenco dei nomi dei personaggi, «nomi che non hanno bisogno di presentazioni». Jack Birmania, Maribel Lalander, Eugenio Laudata, Klaus Traum, Clelia Moroder e tutti gli altri fanno una bella concorrenza ai personaggi di uno scrittore francese che prima citavi, Antoine Volodine. Nel mio capitolo preferito di Scrittori, “Ringraziamenti”, incontriamo: Maria Lobanova, Mica Schmitz, Bernardo Balsamian e signora, Grigoria Balsamian, Halfar Sharanogar. Come scegli i nomi per i tuoi protagonisti?

In qualche maniera i miei personaggi sono degli eccentrici. Per questo i loro nomi appaiono quantomeno inverosimili. Inoltre ho una certa difficoltà ad abituarmi a nomi comuni, da elenco telefonico. Nel mio villaggio letterario tutti gli abitanti portano nomi inventati da un ubriaco, da un sadico o da uno scrittore di romanzi d’appendice. L’anagrafe e il manicomio, va da sé, sono di stanza nello stesso edificio.

 

– ATTENZIONE DOMANDA SPOILER –

Non ti perdonerò mai per aver ucciso Jack Birmania. E lo fai morire a poco più della metà, non ce lo fai godere almeno fino alla fine del libro. Come ci si sente a far uscire di scena un personaggio che hai fatto nascere tu, dalla tua fantasia? Quali sono i tuoi addii preferiti in letteratura?

La morte di Jack Birmania è stata un gesto imperdonabile. Non da parte sua, ma da parte mia. Ma nessun crimine è paragonabile a quello di Cortázar quando uccide Rocamadour.

 

Il protagonista di Dalle rovine, Rivera, colleziona serpenti. Tu collezioni qualcosa?

Libri. Se vivessi in montagna collezionerei piante medicinali essiccate.

 

Mi ha colpita la tua attenzione per una parte del corpo in particolare, un dettaglio che mi ha fatto pensare a un autore che non abbiamo nominato: Francis Scott Fitzgerald. In Tenera è la notte soprattutto. I capelli di Nicole, «una volta biondi, si erano scuriti; ma era più bella adesso a ventiquattro anni di quanto lo fosse a diciotto, quando i suoi capelli erano più chiari di lei». Rosemary, prima di andare a letto dà centocinquanta colpi di spazzola ai capelli. Dei personaggi di Dalle rovine veniamo informati pagina per pagina di chi ha i «capelli arruffati» che le donano (Maribel), o «capelli bianchi molto corti» (Clelia), chi è spettinato (Jack), ancora «arruffati» saranno i capelli, più avanti, di Rivera. Sappiamo anche chi, nel corso della storia, cambierà taglio. All’inizio del libro Rivera sogna Maribel con dei capelli sciolti che le cadono sulle spalle, che poi diventeranno corti. Questa cura è casuale? Qual è la prima cosa che vedi di un personaggio quando inizi a tratteggiare la sua figura?

Quello che noterei se me lo trovassi davanti in carne e ossa. Sia nelle donne che negli uomini, non so perché, i capelli costituiscono un dettaglio che mi colpisce quasi subito. I capelli di un prigioniero sono sempre molto corti. Una donna affascinante non porterà mai i capelli legati. Un disgraziato ha capelli che sembrano fiumi di fango e i capelli di un morto continuano a crescere anche sotto tre metri di terra o in una fossa comune scavata e mai ricoperta. Va detto, comunque, che di alcuni personaggi ho bene in mente anche altri particolari che qui non rivelerò per decenza.

 

Il tuo libro racconta la vita di personaggi che lavorano nel porno o che sono legati a chi lavora nel porno, e al tempo stesso sono molto lontani dall’immaginario pornografico al quale possiamo pensare al primo colpo, soprattutto i personaggi femminili. Una delle parole che ricordo come più ricorrenti è “sacerdotessa”. In Dalle rovine, le Pizie sono chiamate anche Pitonesse. Quando entrano a casa di Birmania, i poliziotti si aspettano per Clelia «di essere accolti da signorine nude o vestite da suore». 

Ho in mente due figure in particolare, quelle di Clelia Moroder e di Dolly. Entrambe entrano in scena per via indiretta. Di Clelia, moglie di Birmania e mio personaggio femminile preferito, ascoltiamo con Rivera la voce al telefono, fai fantasticare il lettore con lui sulle possibili sembianze della donna e un pugno di righe più tardi le smentisci. Con il suo arrivo il libro cambia luce. Ci sono degli scrittori che ami particolarmente per i loro personaggi femminili? E sono scrittori o scrittrici? Prima hai fatto il nome di Davide Orecchio.

Le donne raccontate da Ernesto Sabato, molto più degli uomini raccontati da Ernesto Sabato. Leonora Carrington raccontata da se stessa. Alejandra Pizarnik che esplora i fondali di un acquario grande come una stanza. Circe e Calipso. Linda Trecetodieci di Volodine, che parla dal regno dei morti e non ha perso né la bellezza né l’ardore. I polmoni e la bocca della cantante Estrella Rodriguez di Cabrera Infante e le protagoniste dei romanzi di Jakuta Alikavazovic. La Santa Trinità: Ligeia, la Maga e la Baronessa von Zumpe. Tuttavia colei che porto nel cuore più di ogni altra è la protagonista-narratrice di I francobolli rossi con l’effigie di Lenin di Danilo Kiš. 

 

La città dove ambienti Dalle rovine è di fantasia, Fortezza. Scriveresti un racconto o un romanzo ambientato a Roma? Perché sì e perché no.

Non è affatto improbabile che quello a cui sto lavorando da più di un anno non abbia una parte ambientata a Roma, così come è possibile che qualche personaggio abbia a che fare con Port-au-Prince, Parigi, Venezia o Ulan Bator. Non ho mai viaggiato molto. Per questo la geografia per me non sarà mai un limite. Per esempio in questo momento mi trovo in uno Schloss nella Foresta Nera.

 

Non finisci questa intervista se non ci dai qualche indizio sul tuo prossimo libro.

Non posso dire nulla di preciso su quello che sto scrivendo (e che scriverò per almeno due anni ancora). Spero che con Dalle rovine abbia in comune la devozione. Non vorrei risparmiarmi nessun inconveniente, nessuna complessità e nessun piacere. Scrivere senza sapere cosa ne sarà del risultato penso sia il momento migliore di questo lavoro. Il resto è rumore di fondo. 

Natalia La Terza
Natalia La Terza
È nata a Orbetello nel 1990. Vive a Roma. Collabora con Il Tascabile, Nuovi Argomenti e IL - Idee e Lifestyle de il Sole 24 Ore.
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