Materiale d'importazione: Apollonia alla Casa di Riposo per Grandi Scimmie
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Apollonia alla Casa di Riposo per Grandi Scimmie

Narrativa straniera inedita selezionata da DUDE MAG.

11 Gen
2015
Materiale d'importazione

Apollonia, uno scimpanzé della Tanzania che suonava il violino per l’Orchestra di Cleveland, si era cacciata nei guai. Nel bel mezzo di una tragedia di amore perverso e ambizione, si era presa la sua prima sbornia ed era andata a finire nel canile, dove aveva strappato a morsi il pollice di un guardiano esterrefatto.

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E fu così che, dopo aver vissuto per un anno con i suoi vicini di Cleveland in maniera impeccabilmente responsabile e composta, Apollonia capì, come molti altri scimpanzé da spettacolo prima di lei, di aver «superato l’età dell’interazione sicura con gli assistenti umani».

Innanzitutto, da quando questi suoi amici erano diventati assistenti?

E poi no, sembrava proprio che non la assistessero. Anche perché, in una missiva carica di rammarico riadattata sulla falsa riga di un modulo di rifiuto, Apollonia aveva letto il verdetto: «… Nonostante l’indubbio merito del Suo lavoro, al momento presente non siamo in grado di continuare ad offrirLe una posizione con noi …». E più avanti, con un font diverso che colpì Apollonia come la cosa più pungente dell’intero insulto, «… date le inusuali circostanze del caso e i nostri obblighi morali e legali nei confronti di tutti i nostri artisti, l’Orchestra di Cleveland ci ha incaricato di provvedere ai Suoi bisogni fino al Suo decesso. Dopo lunghe discussioni con l’Amministrazione, la Commissione è riuscita a trovare una clausola nel contratto che permette il Suo pensionamento anticipato presso la “Casa di Riposo per Grandi Scimmie” a Mulberry, in Florida».

Apollonia non se l’aspettava proprio. Si sarebbe aspettata un percorso di disintossicazione, o qualche giorno in prigione tutt’al più. Invece no: quello stato di ebbrezza era stato sufficiente a bandirla per sempre dal loro gruppo. Era stata scaricata; non le rimaneva nient’altro che morire.

Nonostante fosse rimasta traumatizzata – e traumatizzata per molti mesi – tutto sommato non sentì la mancanza dell’interazione uomo-scimpanzé. Era la compagnia musicale, quella che desiderava da sempre. Alla Casa gli scimpanzé e gli oranghi gironzolavano in vasti habitat artificiali, dormivano al coperto in stanze da letto e correvano sopra il livello della foresta, all’interno di tunnel costruiti in materiali per gabbie, che separavano guardiani e volontari dalle scimmie. Considerate spaziose e umane, queste sistemazioni costituivano un miglioramento per la maggior parte degli scimpanzé. Apollonia, tuttavia, non aveva mai conosciuto nella sua vita un tipo di confinamento del genere. Nella Casa abbondavano le grandi menti di scienziati, biologi della conservazione e volontari amanti degli animali, ma alla fine dei conti lei, una violinista dall’estro artistico raffinato, viveva pur sempre in una gabbia. In qualche modo rendeva superfluo ogni altro piacere.

E malgrado il nome, “Casa di Riposo per Grandi Scimmie”, Apollonia si considerava l’unica vera Grande scimmia in quel luogo. Aveva imparato da sola a strofinare l’arco sulle corde, aveva imparato Boccherini, Albinoni, Mozart e Vivaldi; solamente lei tra tutti i pazienti aveva inciso vari assolo di musica contemporanea e barocca per violino, per non menzionare quella serie di tanghi reinterpretati meravigliosamente.

La parte peggiore della sua nuova vita era che non si sentiva più la musica dentro. Una costante lieve depressione la lasciava annoiata e incapace di riprendere il violino, Twinkle, che giaceva nella camera da letto, sotto l’amaca di tela, in una custodia formosa ricoperta di polvere, chiusa con una serratura che solo Apollonia sapeva aprire. Nelle giornate grigie si svegliava presto per uscire a sentire i gracchi bronzati, i parrocchetti, le colombe tristi e i picchi, e non riusciva in nessun modo a pensare a un qualcosa che potesse migliorare la loro musica, né tantomeno ad una ragione per unirsi a loro.

Fu forse il sonnolento vuoto senz’anima di questa nuova vita priva di musica che portò Apollonia, un tempo maestra dell’arco, a prendere in mano la penna.

Be’, non esattamente la penna. Trovava la maggior parte degli strumenti per scrivere troppo piccoli per le sue dita agili ma grosse. Tastiere per computer? Fuori questione. I volontari le portarono lunghi pastelli fatti grossolanamente da rami d’albero, forati al centro e riempiti con cera colorata. Per loro fece grandi disegni di figure allungate e una volta, infastidita dal loro bigottismo, due scimmie che copulavano. Tra versi ed espressioni di stupore, i volontari li attaccarono alle pareti della sua stanza da letto.

Ma a notte fonda, nella sua stanza all’interno del dormitorio, si arrampicava sulle corde e si appollaiava sul ripiano più in alto; e lì, in un vecchio registro enorme, Apollonia iniziò a tenere un diario segreto. La sua scrittura non era veloce quanto la sua testa, e nel processo c’era una frustrazione permanente. Così all’inizio, in una prosa criptica e tremante, registrava solo le sue attività:

Svegliata presto. Sgabello traballante. Video di pilates fino alle sette. Dondolato su altalena sei ore di seguito. Visita dal veterinario. È bello che c’è qualcuno che fa la spesa e mi prepara da mangiare. Dondolato in amaca contando le mie fortune.

In seguito, cominciò a riportare il corso della sua vita emotiva:

Sei mesi di convivenza con fratelli primati. La più bella toelettatura della mia vita. Mi ha calmato i nervi. Puzza di nervosismo che avevo, andata via. Bisogno di sentirmi superiore, sparito. Twinkle, il mio violino, ancora sotto chiave, ma sto allontanando rabbia, profonda ferita del tradimento, per chiedermi: potrebbe la nuova residenza offrire opportunità nascoste?

Le altre scimmie non si curavano troppo di Apollonia. Passavano con lei tutta la giornata e avevano già un partner per la notte. Questa stanza da letto in particolare era la sua. Nemmeno gli umani entravano mai in una gabbia con una scimmia dentro – salvo il caso di un custode volontario dall’igiene scarsa e dall’acne terribile. A volte, di notte, questo ragazzo, non vedendo Apollonia sul ripiano più alto, entrava dentro la gabbia a fumare una canna e a verificare se c’erano escrementi da raccogliere. Solo una volta, con la chiave già dentro la serratura della gabbia, alzò la testa e la vide. L’aveva colta col pastello tra le dita. Ma lei mostrò uno dei suoi disegni con le figure allungate che teneva appositamente per queste evenienze: un cucciolo di scimmia che porge a mamma scimmia un fiore rosso. Dopo un paio di minuti passati a fissarla in maniera sospettosa, il custode volontario annuì, sfilò la chiave dalla serratura e lasciò Apollonia in pace.

Dopo diverse settimane dall’inizio del progetto del diario, Apollonia iniziò a riportare le domande che si faceva nelle ore di maggiore ozio.

Come facciamo a sapere che gli alberi non danzano? Le querce potrebbero essere coreografie ghiacciate. Potrebbero star danzando, ma molto lentamente. Dovrebbero pure sognare. Perché no?

Si rendeva conto che stava diventando, inevitabilmente, più figurativa, più “letteraria”. La vecchia Apollonia devi-essere-il-primo-violino-nell’Orchestra-di-Cleveland si sarebbe già messa a immaginare gloriose serate letterarie nelle librerie di Greenwich Village. La nuova Apollonia Casa-di-riposo-per-grandi-scimmie-esemplari-oltremodo-seguite, no. All’inizio scriveva disinteressata alla pubblicazione. Cercava solo di… sondare la verità – non dei fatti, bensì dei dilemmi più strani ed effimeri dell’esistenza stessa: proposito e posterità, ad esempio. Che le piacesse o meno, ci sarebbe stata traccia di lei, da qualche parte, dopo la sua morte. E mano mano che scriveva nelle lunghe e solitarie ore buie, si rese conto che avrebbe potuto influire sul potere reale del suo lascito, se solo avesse scelto i documenti giusti. Apollonia era risoluta a pensare che qualsiasi cosa avessero trovato, un giorno, tra i suoi scritti segreti, avrebbe profondamente stimolato questi scienziati.

Una calda notte di giugno, seduta sul suo alto ripiano nella stanza da letto, lavorava a un pezzo che aveva provvisoriamente intitolato La storia dei sogni.

Le creature unicellulari non sognavano, scrisse. Vivevano la vita con totale lucidità e nessuna illusione. A quei tempi non c’erano cervello destro e cervello sinistro. Non c’erano cervelli. Ciò nonostante esistevano esseri viventi complessi e sussurri della coscienza a venire.

Il primo pesce a sognare, sognò uno scroscio di ciano che non aveva mai visto nella sua parte di oceano.

E le anguille, nei loro incubi, finivano sempre per annodarsi.

Quel giorno i volontari erano venuti a dipingere dei murales sulle pareti delle stanze da letto. Erano arrivati fragorosi con il loro chiacchiericcio incoraggiante e sui muri avevano abbozzato fiori, liane e un’intelaiatura di fitte fronde, che Apollonia avrebbe potuto eseguire meglio usando il suo piede sinistro. Ad ogni modo, stava esercitandosi a formulare pensieri positivi e caritatevoli, così provò quantomeno a far finta di niente, e persino a provare gratitudine per le loro buone intenzioni. Tuttavia, i gas salivano fino al suo posto di vedetta e Apollonia cominciò a sentirsi svenire. Dapprima pensò fosse solo stanchezza, ma arrivata più o meno alla frase sugli incubi delle anguille, si sentì all’improvviso girare forte la testa al punto che le cadde il pastello dalle mani. E poi, buio.

Quando si svegliò, l’odore di un maschio carnivoro umano, il suo sudore stantio, in pratica un bouquet di aglio, cipolla e Red Bull, incontrò le sue narici. E sentì della musica.

«Coraggio», disse una voce. C’era un altro odore, di foglie bruciate, una lieve folata. Si accorse di avere la testa cullata tra le braccia di qualcuno, e che la musica le veniva da dentro, non da un altro punto nella Casa di Riposo per Grandi Scimmie. Strinse forte gli occhi, nel tentativo di conservare il più a lungo possibile questo ricordo amato, quasi dimenticato, dei suoi primi giorni al violino. Perché sì, era lei stessa, un’Apollonia più giovane, speranzosa, che arrancava dietro l’esecuzione più esperta del tema melodico del suo maestro. Un brano da principianti, facile per lei, La chiatta di Cleopatra dal film con Elizabeth Taylor e Richard Burton. Lei e il suo maestro, un primatologo tedesco, l’avevano anche guardato insieme, tempo dopo, in un albergo a Parigi, dove era andata a studiare una volta che le sue capacità avevano superato quelle del primatologo.

«Coraggio», ripeté la voce, e la musica svanì.

Quando Apollonia aprì gli occhi scoprì di essere stata raccolta dallo stesso custode volontario dai capelli rossi che così furtivamente andava alla ricerca di escrementi nelle gabbie. Che ci faceva dentro la gabbia? Persino i cosiddetti assistenti non entravano, se una scimmia non era sedata. E che ci faceva lei tra le sue braccia?

«Sei caduta», le disse. «Sei caduta giù dal ripiano dove dormivi. Ti ho sentita dall’altra stanza. Un suono pauroso. Stai bene?»

Apollonia provò a fare un cenno col capo, ma le faceva male la testa. Stava per segnare «sì» con le mani, nella lingua dei segni americana, ma si accorse di avere le braccia intorno al collo di lui, e che era una bella sensazione, che si sentiva bene a poggiare la testa sul suo petto, e che si sentiva meglio a farlo che a non farlo. Grugnì flebilmente. «Coraggio», disse ancora una volta il rosso. «Andiamoci a mettere su un’amaca».

La posò con cautela sull’amaca, avendo cura di non farla dondolare, ché Apollonia era già sufficientemente stordita. E, benché i loro corpi fossero stati pressati l’uno contro l’altro per trenta secondi scarsi, e benché lui le fosse a soli quindici centimetri di distanza, lei già ne sentiva la mancanza.

Aveva a malapena avuto il tempo di registrare l’inaspettato, ribelle e non richiesto battito del cuore, che quella sudicia testa rossa fece qualcosa che la inorridì. Guardando su nell’angolo, al ripiano dal quale era caduta lei, il ragazzo allungò le braccia lunghe e smilze per aggrapparsi alla grossa corda che pendeva, si fece dondolare un po’ per la stanza e poi si arrampicò fin sul posto di vedetta di Apollonia. E ora aveva il suo diario aperto e lo stava leggendo. Apollonia iniziò a piagnucolare.

Guardandola da lassù, il giovane uomo tuffò le dita nel taschino della camicia e tirò fuori una canna. «Lo sapevo che nascondevi qualcosa», disse.

Anche Apollonia, con enorme sforzo, afferrò la corda e si arrampicò con fatica verso il ripiano. Doveva essere già strafatto, pensò lei, perché all’avvicinarsi di una scimmia adulta la maggior parte degli umani avrebbe fatto marcia indietro dalla gabbia. Non il rosso.

«Brava, sì, vieni pure te! Diamogli una letta!» disse con una risatina.

Apollonia gli strappò dalle mani il diario e il grosso pastello viola e, dondolandosi sui piedi, si riportò in salvo giù sull’amaca.

Lui osservava. «Hai ragione. Il fumo quassù farebbe diventare stupido persino King Kong. Povera». E prima che lei se ne accorgesse, il rosso, infilata la canna dietro l’orecchio, tornò giù accanto a lei, ancora una volta con quell’odore che – nonostante la sfiducia nei confronti di quell’uomo e la totale avversione per la sua acne – d’un tratto trovò delizioso. Rovinerebbe tutto, pensò lei. Aprì il diario e su una pagina bianca scrisse «Bastardo. Non dire nulla». Glielo fece vedere. Lui scoppiò a ridere. «Certo che lo dirò», rispose, prendendo la canna da dietro l’orecchio e accendendola. «Perché non dovrei?»

La mente di Apollonia andava a tutta velocità. «Dammi tempo», scrisse, disperata.

Il rosso la fissava, un sorriso appena accennato prendeva forma agli angoli delle labbra mentre tirava dalla canna.

Apollonia scarabocchiò qualcosa. «Anni forse. Poi, se proprio devi, dirai». Alzò di nuovo la scritta, pensando tra sé e sé e con un po’ di fortuna nessuno ti crederà.

«Suppongo che potremmo fare un accordo», disse il rosso, ed espirò una nuvola che la fece tossire di botto. Quando si riprese, vide che il giovane stava guardando sotto l’amaca e che il suo piede stava toccando la custodia impolverata, dalle curve rivelatrici, che conteneva Twinkle. «Sei proprio te, quella, no?» esclamò, spalancando d’improvviso gli occhi arrossati dalla roba. «Sei la violinista! Lo sapevo che nascondevi qualcosa. Io suono la chitarra. Riconosco un collega musicista! E scommetto che tutti quei disegni mediocri sono solo una copertura, vero?»

Apollonia cancellò «Bastardo» e alzò «Non dire nulla» un’altra volta.

«Non dire nulla?» fece lui. «Stai scherzando, forse. Be’ ti faccio una proposta: giuro, sulla tomba di mia madre, di non dire nulla. Ad una condizione».

Apollonia si irrigidì. I suoi muscoli facciali si contrassero. E poi non resistette. Gli fece il suo sorriso scimmiesco, che qualsiasi altro volontario avrebbe riconosciuto come un preludio all’attacco. Il rosso, invece, dimentico e fatto, stava enunciando la sua proposta: «Devi suonare per me. No, no, no. Non ti coprire gli occhi. Ho sentito parlare di te. Si dice che adesso non suoni più una nota e nessuno sa come mai. Ho sentito uno dei tuoi concerti: l’Orchestra di Cleveland, l’anno scorso, per radio. Dicevano che eri brava tanto da poter suonare gli assolo col primo violino. Allora fammi vedere. Suona per me subito, o tutto il mondo saprà di quegli incubi con le anguille».

A questo punto, sapere che il rosso era a conoscenza della sua opera le generò una tale confusione di emozioni che Apollonia poté solo chiudere gli occhi e cercare di calmare il respiro. Provò ad immaginare queste emozioni come anguille viscide che piano piano si snodavano una dall’altra. Ma non funzionò. Aveva già vissuto una cosa del genere. Stava succedendo qualcosa che non riusciva a fermare. Era iniziato dallo svenimento, quando le sue difese non avrebbero potuto essere più basse. Non era universalmente ingiusto tutto ciò? Come un uccello, il suo cuore era già volato da quest’uomo. E lei ne aveva comprese le intenzioni. Sapeva che non avrebbe dovuto farsi abbindolare dalle sue lusinghe, ma la verità era che si sentiva davvero lusingata, e con addosso una sensazione terribile, triste ed euforica, si rendeva conto che avrebbe agito, ancora una volta, non nel proprio interesse, bensì sulla base di questa sensazione, la sensazione che il suo cuore era come un uccello, questa sensazione per cui, nonostante tutte le prove suggerissero l’opposto, qualcuno le voleva bene. Chi è che, in tutti questi mesi di internamento alla Casa, aveva mai pensato di chiederle di suonare? Gli scienziati sembravano pensare, malgrado le loro grandi menti, che la sua abilità di musicista fosse parte di qualche istinto meccanico. Avevano aspettato che questo nuovo gene si manifestasse spontaneamente. L’evoluzione in azione.

Alla fine aprì gli occhi, si rotolò lentamente fuori dall’amaca e guardò fissa la custodia impolverata là sotto. Che dici, Twinkle? segnò, Scusa, ne è passato di tempo, e aspettò. Solo quando fu il momento giusto, quando le sue scuse silenziose a Twinkle furono accettate, scrisse sul diario «Ok, ma se non mantieni la promessa gli dirò della canna» e lo mostrò al custode volontario. Lui scoppiò in una risata.

E fu così che Apollonia riprese a suonare, ancora una volta, A Media Noche di Juan Maglio Pacho, con quel suo tocco inconfondibile e la sonorità gommosa che produceva, così perfetta per questi tanghi datati, così struggente, così pregna di nostalgia per il Vecchio Mondo.

«Ahhh!» urlò il rosso. «Ah! Dios Mio, que viva el tango!» Ed eccoli lì, nel cuore della notte, nel mezzo delle foreste della Florida centrale, nella stanza da letto solitamente calma e solitaria che lei stava riempendo con la sua musica, mentre lui ballava, con le braccia intorno a un partner immaginario. E l’inconsueto struggimento nel petto di lei, questa sensazione che qualcosa di importante era già avvenuto tra loro, non fece che aumentare quando, stanca e sconvolta, Apollonia posò l’arco e buttò indietro la testa, e il rosso, fumatore di spinelli, ballerino di tango, custode volontario, si fermò proprio di fronte a lei; le mise un dito sotto il mento, sollevò la sua faccia triste ed euforica e, come se avesse capito, le regalò un sorriso gentile, posò il violino sull’amaca, prese le sue lunghe braccia pelose tra le sue cantando a bocca chiusa La Cumparista e la guidò in un tango dopo l’altro. E malgrado le sue larghe anche all’infuori, del tutto inappropriate per questo ballo – così inappropriate che lui le sussurrò all’orecchio «è come ballare con una rachitica!» – e malgrado dondolasse anziché ballare, il suo uomo era talmente bravo che in qualche maniera faceva sì che funzionasse, e in questo incredibile momento di comunione, Apollonia si sentì comodamente accoccolata tra i dolci mari della coscienza di lui, fluttuante.

Quando lui andò a cercare qualcosa da mangiare, lei non riuscì a prendere sonno. Ritornò fuori, si arrampicò fin dove la gabbia lo consentiva e ascoltò i pipistrelli sibilare alla luce della luna. Una leggera pioggia la bagnò e poi una fresca brezza le asciugò il pelo, e guardò l’aurora dalle dita rosate emergere tra le foglie. Una pila di lattuga, carote e broccoli del giorno prima stava lì per terra; tuttavia, sebbene il suo stomaco brontolasse, non riusciva a mangiare. Percorse il tunnel che portava al dormitorio, aprì il diario e nella sua Storia dei sogni, scrisse:

Una volta, in Tanzania, uno scimpanzé di nome Apollonia sognò che, come un umano, aveva le anche più strette, non così in fuori, e un bel gluteus maximus che le permetteva di muovere le gambe sotto di sé, a mo’ di un pendolo, quasi come un umano. Sognava di posare in arabesque e alzare le gambe, infine, senza problemi di rotazione.

Apollonia si fermò, il pastello sospeso sulla pagina, ad ascoltare il cinguettio degli uccelli fuori. Poi scrisse:

Molto lontano, in Egitto, Cleopatra sognò Marco Antonio. Mesi e mesi prima che si manifestasse, lei lo aveva sognato. Lo aveva sognato talmente tante volte, e le era ormai così familiare in questi sogni che quando lo incontrò la prima volta le sembrò che fosse la morte ad avvicinarsi, non un uomo. Per molto, moltissimo tempo, qualsiasi cosa la faceva piangere: il fruscio delle ali dei pipistrelli, la vista dell’acqua che inondava la golena del Nilo. Bambini che mugolavano. Il canto degli uccelli. Papiri che ondeggiavano nella brezza, coccodrilli su banchi di sabbia. Vegetazione appassita.

E qui Apollonia smise di scrivere. Perché era successo qualcosa, lo sentiva, e lo sentiva con una profonda assolutezza che non aveva per nient’altro nella sua vita. Esisteva una differenza tra le specie, non c’era dubbio. Dalle anche in fuori fino al cervello, il suo corpo era lo specchio della differenza tra se stessa e il custode rosso. Sapeva tutto sull’evoluzione. Il primatologo tedesco aveva spiegato tutto: che le piacesse o no, lei ne era l’emblema, l’ultimo ramo sviluppatosi dall’albero della specie umana. Non era più possibile varcare quella linea morfologica. Era come un muro, un’intera schiera di muri tra i loro DNA. Ma lei, lei non era il suo DNA, né le sue anche rachitiche, e non era neppure il suo cervello: con le sue gambe arcuate era andata nettamente oltre quel muro, non geneticamente, bensì con la sua coscienza, la sua grande capacità di amare e di provare compassione, sì, amore e compassione per un ragazzino con l’acne, e anche per se stessa.

E il suo cuore si era posato sul custode. Si fece forza per ciò che aveva perduto.

 

Materiale d’importazione è una rubrica curata da Daniele Zinni.

La traduzione di questo racconto è stata realizzata da Audrey Quinto.

Illustrazione di Alberto Fiocco.

Martha Otis
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