Materiale d'importazione: Igiene Mentale
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Igiene Mentale

Materiale d’importazione – Narrativa straniera inedita selezionata da DUDE.

18 Mag
2014
Materiale d'importazione

Era una donna piccola, giovane, con un viso piccolo, attraente. Non da topo, ma forse da scoiattolo. I suoi lineamenti non erano né spigolosi né morbidi: soltanto compatti e parsimoniosi, come il suo modo di parlare. Dava l’impressione di andare in chiesa: non regolarmente, ma ogni tanto.

«Apri grande. Bravo.»

La pulizia dentale. In molti non sarebbero d’accordo, ma per Jon questi dieci minuti o quasi erano tra i più soddisfacenti dell’anno. C’era della placca, sui suoi denti, e l’igienista la stava raschiando, frantumando, scalpellando via. Nel confuso collage della vita, tra cose fatte a metà e un infinito attendere, la pulizia dei denti era efficace e rassicurante. Raggiungeva un risultato.

«Il mento giù. Grazie.»

Distolse lo sguardo dall’igienista, verso il decrepito condizionatore da finestra. Era stupido, si rimproverò Jon, concedersi una qualunque attrazione per lei. Se si dimostrava gentile, a tutti gli effetti, era pagata per farlo. Era parte del suo lavoro, e prenderlo come segno di attrazione o interesse sarebbe stato… una ricaduta. C’era già passato, con bariste e cameriere e sciampiste e infermiere. Ma quel tempo era finito. Mai più infatuazioni per le lavoratrici dei servizi. Oggi era solo un cliente: gradevole, loquace a volte, ma non ammiccante.

«Dimmi se hai dolore.»

Il camice blu navy di lei era sull’abbondante, e quando sistemava l’aspirasaliva Jon poteva sbirciare su per la manica fino al bordo di un reggiseno leopardato. Sembrava fuori dal personaggio, per questo sobrio scoiattolo, ma — no. Stava fondendo di nuovo insieme il contegno professionale e la personalità. Sicché, portava un reggiseno leopardato. Non significava che a letto fosse più disinibita di quanto i suoi modi suggerissero. Il reggiseno magari era un regalo. Magari era in saldo. Magari era l’unico pattern della sua misura in negozio, quel giorno. Non significava niente.

Lei regolava la luce gialla su di lui e continuava a pulire, mentre Jon si faceva la predica da solo. È tutta immaginazione, tutte congetture basate su niente. Tutto ciò che sei per lei è una bocca, un cliente che le paga lo stipendio. Se uscissi con lei, potresti arrivare a conoscerla, raccogliere elementi reali. Ma qui da paziente non fai che guardare, sbirciare, ipotizzare e congetturare. Ma sentiva che stava scivolando, come un ex alcolista in una deriva irrefrenabile verso il bar. Quando poté riparlare in maniera intellegibile, fece la sua apertura standard: «Ti piace il tuo lavoro?».

Lei annuì. «È un buon lavoro.»  — e ci mancava che non rispondesse così, perché per quale motivo avrebbe dovuto lamentarsi, col suo capo nella stanza accanto? Se fossero usciti insieme, lei avrebbe potuto davvero rispondere alla domanda. Jon deliberò di non parlare più, e obbedì fino a che lei chiese che gusto di dentifricio voleva.

«Ho gomma da masticare, amarena, menta e piña colada.»

Gli saltarono in testa una dozzina di risposte ammiccanti, specialmente sull’opzione piña colada. Ma chiese semplicemente della «fidata vecchia menta».

La pulizia ricominciò. Non faceva male, tranne che per gli scorci di reggiseno a pelle di leopardo.

Ciò che gli fece perdere l’abitudine, alla fine, fu la caffetteria. Era un martedì pomeriggio e lui era l’unico cliente. Lui e la barista, una hippie carina trasferitasi da Humboldt County, California, avevano chiacchierato per dieci minuti. Lei stava ancora cercando di ambientarsi in città e le piaceva il jazz. Poi altri clienti erano entrati e lui si era appartato per bere il suo tè verde al mirtillo e leggere saggi di Schopenhauer. Quando era rimasto di nuovo solo con… com’era che si chiamava? non riusciva a ricordare — provò la sua battuta: «In genere queste cose non le faccio, ma c’è del buon jazz stasera in centro. Magari ti va di venire con me». Diretto, ma non minaccioso.

«Apri un pochino di più. Grazie.»

Ma non arrivò mai neppure a dirla, la battuta. Nel momento in cui si avvicinò al bancone, fu accolto da un’espressione tiepida, quasi sospettosa. Era come se la loro conversazione non fosse mai esistita, fosse svanita nell’aria profumata di tè senza lasciare la minima traccia. Era come se quasi nemmeno lo riconoscesse, come si fosse accorta del suo ingresso nella caffetteria ma lo vedesse come un cliente nuovo.

«Quando spazzoli i denti, prova ad arrivare anche dietro. È lì che si accumula la placca.»

A quel punto Jon aveva capito cos’era, lui, per la barista: un cliente. Un portafogli che le pagava il salario. La chiacchierata era semplicemente parte della transazione, così come lo scontrino. In un modo strano ma concreto, per lui, frequentare la caffetteria era parte della vita sociale. Ma per lei, questa non era vita. Era lavoro, una mansione per pagare le bollette e vivere la sua vera vita. Di cui Jon non faceva parte.

L’igienista girò sulla sedia per rifornire lo spazzolino di fidata vecchia menta. «Di cosa ti occupi?» Premette un pedale per riempire un bicchiere di plastica zigrinata, color blu medico.

«Lavoro per una compagnia teatrale», rispose Jon, in maniera un po’ brusca, seccato dalla tentazione. Ai vecchi tempi le avrebbe chiesto se le piaceva il teatro, per stabilire una potenziale attività da appuntamento. Ma ora apriva la bocca solo perché lei continuasse a spazzolare.

Ecco cosa: la barista, sciampiste, infermiere, l’igienista — tutte queste donne che aveva visto come possibilità romantiche — tutte dovevano stare dove stavano. Non potevano prendere e andarsene e non potevano essere scortesi coi clienti senza rischiare il posto. Jon approfittava del loro essere intrappolate, proprio come i mendicanti approfittavano di lui quando era in fila davanti ai chioschi all’aperto. Cosa che lo infastidiva.

«Girati verso di me. Perfetto.»

No. NO. Basta con l’idea di adescare l’igienista coi biglietti gratis per il teatro. Basta con le fantasie di dover vedere più che il bordo del reggiseno leopardato. Basta con la reverie di prendere con gentilezza il suo mento compatto e ripeterle le sue parole. Girati verso di me. Perfetto.

«Ok, sciacqua e sputa. È finita.»

Sì. Precisamente.

Materiale d’importazione è una rubrica curata e tradotta da Daniele Zinni.

Illustrazione di Fabio Pistoia.

Ringraziamo Every Day Fiction per la collaborazione. Potete leggere qui la versione originale.

M. Elias Keller
M. Elias Keller
[www.meliaskeller.com] è cresciuto a Bucks County (PA) e ha conseguito due lauree in Antropologia e Urban Studies alla University of Pennsylvania. Ha lavorato come scrittore freelance e giornalista a Philadelphia e San Diego. Ha pubblicato racconti su diverse riviste letterarie come The Head & Hand, APIARY, Slush Pile, Pindeldyboz, The Bucks County Writer, Spork, The Legendary, e Forge. Vive a Philadelphia.
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