Materiale d'importazione: Il cuore pulsante della casa
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Il cuore pulsante della casa

Materiale d’importazione – Narrativa straniera inedita selezionata da DUDE.

3 Mag
2014
Materiale d'importazione

Scoprimmo il cuore pulsante della casa quando Margaret versò i rimasugli della sua scultura di cartapesta nello scarico del lavandino. Eravamo tutte e tre nelle nostre stanze al primo piano, a sgobbare in solitudine sui libri dell’università, quando cominciarono i battiti. A ogni colpo, le assi del pavimento sussultavano. Le pareti sottili tremavano tutte, e la vernice si staccava a grosse scaglie.

Seguimmo il battito fino in cucina, davanti a un mobiletto chiuso a chiave. In casa c’erano dozzine di mobiletti e armadi chiusi a chiave. Avevamo pensato che il padrone di casa ci tenesse cose sue, e l’affitto era troppo basso per lamentarcene. Il padrone non era a portata di lamentela, in ogni caso. L’affitto lo pagavamo inviando assegni ad una casella postale in Grecia.

Chiamammo un idraulico. S’inginocchiò davanti al lavandino e prese a svitare pezzi, forzare uno scovolino giù per i tubi, sgomberare gli ammassi di giornali in poltiglia dalle arterie della casa. Man mano che lavorava, il suono si affievoliva, e alla fine potevamo percepire le pulsazioni solo poggiando i palmi e le orecchie contro la carta ingiallita che rivestiva il mobiletto. Non aprimmo il mobiletto. Non volevamo disturbare il cuore. Un altro aumento di pressione, ci avvertì l’idraulico, avrebbe potuto far scoppiare i tubi.

Saremmo state a posto, fosse stato solo il cuore. Solo il cuore sarebbe stato anche carino.

Una settimana dopo, Kelly stava cuocendo dei biscotti. Cuoceva biscotti per distrarsi dalla stesura della proposta di tesi sulla metalinguistica dei cartelli “guasto”. Andò di sopra, si distrasse su internet e dimenticò i biscotti finché non scattò l’allarme antifumo. Aprii il forno; si sollevò una nuvola di fumo. La casa cominciò a tossire, spasmi simili a brevi violenti terremoti. Le onde d’urto scuotevano il pavimento, la casa si spaccava dalle fondamenta. Ci reggevamo contro gli stipiti delle porte, scacciando il fumo con le mani.

Quando si diradò il fumo, localizzammo i polmoni. Sottili vescicole purpuree, come delicati pesci tropicali, distese dietro i muri a nord e sud.

Non me la sentivo di organizzare interviste per la mia indagine etnografica su un gruppo di donne mennonite che cuciva trapunte politicamente sovversive, così andai in mansarda a cercare il cervello. Scardinai un asse impolverato dal pavimento, rivelando una porzione di tessuto grigio-rosa in piena attività. Lo stuzzicai con la punta di un levachiodi e ricevetti una leggera scossa elettrica. Era una sensazione vaga, piacevole. Stuzzicai il cervello altre quattro volte, poi, bava alla bocca, barcollai verso il piano di sotto.

Margaret era a un punto morto con la sua dissertazione sugli elettrodomestici senzienti in cinema e letteratura del ventesimo secolo come corollario per la gender theory. Trovò il fegato nel sottoscala, e ci si mise a dormire vicino, il suo corpo disteso sul ruvido fianco rossobruno del fegato. Sarebbe riemersa ore dopo, con addosso un odore dolceamaro di sangue e bile.

Kelly trovò l’esofago alla fine del corridoio di sopra, dentro un armadio sigillato con parecchie mani di vernice bianca. Fece un panino, un tre strati tacchino-prosciutto con tutte le verdure. Lasciò cadere il panino in quel tubo viscido e scuro. Ritrovammo il panino in cortile, qualche ora dopo, parzialmente digerito, la fetta di pomodoro perfettamente intatta.

Ci chiedevamo dove fosse la bocca della casa. Ci chiedevamo dove fossero lo stomaco, l’intestino, gli occhi, e altro.

La casa soffriva sotto la nostra curiosità. Una alla volta, le stanze al piano di sopra andarono in cancrena. All’inizio, la stanza malata diventava fredda come una cella frigorifera. Poi i muri ingrigivano e si sbriciolavano. L’odore, quel particolare tanfo da campo di battaglia, era insopportabile.

Sigillammo le stanze in putrefazione. Dormivamo insieme, al piano terra, vicino al cuore pulsante della casa.

A novembre, l’università richiamò tutte e tre per gli scarsi risultati. Incolpammo la casa. Per forza non riuscivamo a concentrarci, con questi organi giganti che ci palpitavano intorno giorno e notte.

Tranciammo un pezzo del fegato e lo friggemmo con le cipolle. Era duro come una suola, amaro come uno stelo di soffione. Buttammo le unghie tagliate nell’esofago. Infilammo le braccia fino al gomito nel cervello e lo sbattemmo come per strapazzare un uovo. Andò via la luce, saltò il riscaldamento, lo scheletro della casa vacillò come stesse per frantumarsi.

Sfondammo la porta del mobiletto del cuore e aggredimmo l’ammasso di tessuto rosso coi coltelli da bistecca. Il cuore continuava a battere, perdendo decine di litri di sangue. Eravamo coperte di sangue, viscide di sangue. Il linoleum s’incurvò sotto il peso del sangue. Il pavimento crollò e cademmo in cantina, dritte dentro lo stomaco, che si chiuse su di noi, ci si strozzò sopra come un dumpling.

I succhi gastrici ci bruciavano la pelle. Provavamo a liberarci scavando con le mani, ma l’acido faceva in fretta. Ci corrose la pelle, la pelle scomparve presto, eravamo delle cose crude scorticate. Mentre l’acido ci mangiava i muscoli, attraverso la membrana sbirciavamo al deposito di organi in cantina: reni grossi come bauli, il lungo colon ondulato, un solo occhio blu che non batteva ciglio.

Anche se l’avevamo lasciato che penzolava a brandelli fuori dal mobiletto, il cuore batteva ancora. Il cuore continuò a battere dopo che le nostre ossa furono polverizzate e secrete nel cortile abbandonato. Il cuore continuò a battere dopo il disgelo del suolo, e la nostra farina di ossa fertilizzò il terreno, nutrendo erbacce che crebbero alte quasi come persone. Lentamente la casa guarì, e in agosto, appena in tempo per l’inizio del primo semestre, era pronta per nuovi inquilini.

Materiale d’importazione è una rubrica curata e tradotta da Daniele Zinni.

Illustrazione di Fabio Pistoia.

Potete leggere qui la versione originale.

Ringraziamo Tin House per la collaborazione.

Kate Folk
Kate Folk
I racconti di Kate Folk sono apparsi o stanno per apparire su riviste come Jersey Devil Press, Wigleaf, Smokelong Quarterly, e Gigantic Sequins. Vive a San Francisco. Ha un sito, www.katefolk.com.
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