Materiale d'importazione: Il discorso di ringraziamento di Zadie Smith
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Il discorso di ringraziamento di Zadie Smith

Materiale d’importazione – Narrativa straniera inedita selezionata da DUDE.

24 Mag
2014
Materiale d'importazione

Il 13 maggio 2014, Zadie Smith ha ricevuto il Moth Award 2014 durante l’annuale Moth Ball Gala, tenutosi a New York. Abbiamo tradotto il suo discorso di ringraziamento.

 

 

A differenza dei molti narratori di talento presenti stasera, io non so raccontare una storia a meno che non l’abbia già scritta. In effetti, fino a poco tempo fa, non mi consideravo affatto una narratrice – per rispetto verso la definizione. Per me, un narratore era qualcuno con un’immaginazione fertile, illimitata. Il tipo di persona che crea mondi: qualcuno come Roald Dahl, o Ursula K. Le Guin. Immaginate un Confetto Senza Confini, o un pianeta dove il genere non è uno stato fisso ma una condizione passeggera, che cambia di stagione in stagione. Quelle sono storie. Le cose che scrivevo io mi sembravano più prosaiche. Io non invento storie meravigliose. Provo solo a esprimere, nel modo più chiaro possibile, i pensieri e sentimenti comuni alla gran parte delle persone. I miei temi sono spesso le cose più semplici del mondo: la gioia, la famiglia, il tempo che fa, le case, le strade. Niente di speciale. E quando lavoro con questi temi, il mio obiettivo è la chiarezza. Prima di tutto voglio eliminare un po’ della confusione che ho in testa – essendo, la mia testa, un posto pieno di confusione.

 

 

A volte penso che tutta la mia vita professionale si sia basata su una sensazione che ho avuto quando ho cominciato, che molte persone si sentissero confuse quanto me, e potessero essere felici di accompagnarmi alla ricerca di chiarezza e precisione. È un aspetto che amo, della scrittura. Niente mi rende più felice dei lettori che mi dicono: «È quello che provo da sempre, ma tu l’hai detto in maniera chiara». Lì sento di aver fatto qualcosa di utile. Ma tutto questo mi è spesso sembrato lontano dalla narrazione vera, e a dire la verità ci sono stati momenti, negli ultimi dieci anni, in cui mi sono sentita piuttosto distante dalle storie, e incerta su come raccontarne. Non ricordavo più cosa mi avesse spinto a cominciare.1

Poi ho avuto figli. Gesù, che storia noiosa: «Poi ho avuto figli». Tuttavia, devo essere sincera. E la verità è che è successo qualcosa, quando ho avuto figli. Sono passata da non saper inventare una singola storia, a non saper smettere di vedere storie praticamente ovunque guardassi. Ora, prima che qualcuno alzi la mano per controbattere, non sono un’essenzialista biologica, né una di quelle che credono che insieme alla placenta arrivi il dono dell’empatia. La spiegazione, dal mio punto di vista, è meno drammatica: i libri per bambini. Per la prima volta dai tempi dell’infanzia, sono tornata nel regno delle storie e dei libri che raccontano storie – tre storie lette ad alta voce a un bambino di quattro anni, tutte le sere, sotto minaccia di morte, letteralmente – e questo esercizio ha risvegliato in me qualcosa che credevo di aver perso molto tempo fa, forse durante il tour di presentazione di un libro, o in fondo a un’aula di università. Questa sensazione di potenziale narrativo, di stupore – quest’idea che ogni persona è un mondo.

Come avevo potuto dimenticarle? Me ne ero davvero quasi andata giù per quella china anemica e intellettuale, dove la narrazione è considerata volgare, e i personaggi macchie sulla purezza di una frase? Ossignore – quasi. Adesso sono grata dell’opportunità di riavvicinarmi a La magica medicina, di leggere della bocca che ha la nonna di George [il protagonista], la quale bocca – se ve lo siete dimenticato – è «raggrinzita come il sedere di un cane». Quando leggo cose come questa, torno alla scrivania con una facilità e fluidità che non sentivo da quand’ero bambina.

Tutto questo per dire che il vostro incantevole premio è arrivato al momento giusto, proprio quando sto tornando a innamorarmi delle storie e ad apprezzare nuovamente il privilegio senza precedenti che è guadagnarsi da vivere raccontandone.

Una delle storie più belle e inverosimili della mia vita è quella sulla ragazza di Willesden che ha trovato lettori negli Stati Uniti, e di questo bisogna rendere non poco merito alla mia buona amica Kimberly Burns, che è da qualche parte lì in fondo, e che è stata la mia prima agente. Voglio ringraziarla – grazie. E grazie a tutti quelli di The Moth per avermi dato l’opportunità di ringraziare qualcuno dei miei lettori americani per la loro generosità inaspettata, per il tempo e l’attenzione che mi regalano.

Prima di lasciare il palco, vorrei raccontare una breve storia che riguarda la mia prima esperienza consapevole di narrazione. Quando l’avrete sentita, credo potrete capire meglio la radice di alcuni dei miei sentimenti contrastanti su questa forma.

C’era una volta in cui avevo nove anni. Era estate in Inghilterra, il cielo era azzurro ma anche pieno di nuvole. All’epoca non ero, come dire, stracarica di amici. Era caldo, ma la scuola non era finita, e si presentava il problema irrisolvibile della ricreazione, perché non puoi andare avanti per sempre, girando per il cortile e facendo finta di cercare i tuoi compagni. Per nascondere la mia solitudine, passavo un sacco di tempo a guardare le nuvole, e una strana torre coperta di edera che c’era vicino alla nostra scuola.

Nella mansarda di quell’edificio, decisi, viveva una giovane dalla vita tragica, prigioniera di un Dio che non voleva lasciarla sposare col suo vero amore – Superman. Non aveva senso, ma era una storia, e diventai brava a raccontarla. Per attirare l’attenzione, cominciai a raccontarla ai bambini nel cortile. Diventava più complessa ogni volta che la raccontavo, e concludevo sempre giurando sulla vita di mia madre che era tutto vero. Giuro! Giuro che c’è una donna lassù, e manda segnali di fumo nel cielo, sotto forma di nuvole – quindi, se ne vedi una che sembra Superman, mettiti una puntina sotto la scarpa. Più persone hanno una puntina sotto la scarpa, più rumore faranno quando camminano, e più rumore fanno, più – boh, non ricordo. Doveva avere una sua logica, ma non ricordo quale. Comunque, il messaggio era: puntina sotto la scarpa. Mi ero incaponita su questa cosa della puntina sotto la scarpa. Devi metterti una puntina sotto la scarpa o la povera ragazza morirà! Giuro su mia madre! È un miracolo che mia madre sia sopravvissuta a quell’estate.

Gli altri sembravano credere alla mia storia, sembravano crederci tutti, davvero, tutti tranne questa bambina – si chiamava Anupma – che si dimostrò scettica. Era molto sveglia, Anupma – il che era parte del problema. La retorica non la commuoveva. Aveva una critica di fondo, alla logica della terna Segnali di fumo / Nuvole / Superman. E un giorno, senza un motivo particolare, si girò verso di me, in cortile, e disse: «La tua storia non è vera. È una bugia. Lo dirò a tutti». E cominciò a correre verso l’aula. Mentre la guardavo scappare, provai la versione per bambini della disperazione profonda. Tutto ciò che avevo costruito, tutti i miei nuovi amici, e la mia stessa autostima – tutto sembrava dipendere da questa storia ridicola, e lei minacciava di mostrarla per quel che era: una bugia. Dovevo impedirle di raggiungere l’aula. Le corsi dietro. Era veloce – non fu facile. Ma proprio vicino alla sabbiera, le feci lo sgambetto, come un calciatore italiano, e la tirai giù con violenza. Il ginocchio le si sbucciò immediatamente; la ricordo sanguinare e piangere sconfitta, per terra, e non ho mai dimenticato come mi guardò in quel momento. Era una specie di domanda inorridita: Che razza di persona è questa?

Arrivò l’infermiera; Anupma fu portata via per essere medicata, e per quanto ne so non fece la spia su di me, né per le bugie né per l’episodio violento. Se non altro, mi fu permesso di tornare in classe senza problemi. Raggiunsi i miei compagni di classe nell’atrio. «Cos’è questo rumore?» chiese la maestra, mentre rientravamo in classe. Tap tap tap. Io stessa ebbi bisogno di un secondo, per riconoscerlo. Puntine sotto tutte le scarpe.

Stasera è qui mio marito, che ha sentito spesso questa storia – proprio ora teneva la testa fra le mani. Conoscendoci da 20 anni, non c’è una storia delle mie che lui non abbia sentito spesso, e viceversa. Alza gli occhi al cielo quando sente questa, in particolare, per il mix di falsa modestia e spietatezza che la storia mette in mostra – ma anche lui è un narratore, e credo sappia a cosa voglio arrivare, quando la racconto. La narrazione è una disciplina magica e spietata. Le persone che raccontano storie hanno spesso la tentazione di creare una gerarchia, nelle loro vite, dove le storie vengono prima di tutto il resto, persone comprese. Parte della mia ansia, rispetto alla narrazione, è la consapevolezza di quella parte monomaniacale di me che è pronta a buttare per terra una bambina, pur di conservare l’integrità di una storia. So che questa parte di me esiste, ma cerco davvero di sopprimerla, perché voglio trovare un compromesso tra il raccontare storie sulla vita e viverla bene. In questo compromesso, nessuno e nessuna storia è all’altezza di mio marito, che scrive con tanta spietata dedizione quanta ne metto io, ma che inoltre ha una capacità di amare ed essere gentile che io passerò il resto della mia vita a cercare di eguagliare.

Senza di te, non starei proprio raccontando storie – starei solo prendendo delle bambine a calci in faccia. La fortuna più grande che ho avuto – oltre a quella di diventare una narratrice professionista – è di sposarne uno, e visto che non ho spesso l’occasione di ringraziarti in pubblico, ho voluto farlo ora. Grazie, Nick.

1 NdT: La frase originale è «I forgot??as the rappers like to say??why I got into this game in the first place». Forse la si poteva tradurre meglio, ma in italiano non conosco espressioni equivalenti a quella usata, che siano anche particolarmente comuni nel mondo del rap.

Materiale d’importazione è una rubrica curata e tradotta da Daniele Zinni.

Illustrazione di Fabio Pistoia.

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