Materiale d'importazione: Problemi di Fermi
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Problemi di Fermi

Materiale d’importazione – Narrativa straniera inedita selezionata da DUDE.

6 Lug
2014
Materiale d'importazione

Nostro fratello disse che c’erano tante lumache da riempire tre cestini da pranzo, in giardino. Per questo lo chiamavamo Lumaco. Ci diceva continuamente quante sorelle avrebbe voluto avere, al posto di quelle che aveva. Durante la gita al frutteto, in quarta elementare, calcolò quante lavatrici avrebbe potuto riempire con le mele a disposizione. Quattro ragazzini lo presero alla base di un albero, gli strusciarono la faccia sull’erba alta. Aveva i capelli impastati di mele marce.

Quanti atomi ci sono a Londra? Quanto a lungo può nuotare una gazza? Quanti globuli rossi per coprire la superficie di un centesimo? 

Prima dell’ora di educazione fisica, nello spogliatoio, rifletteva ad alta voce: se ogni giorno ti colpissero con una palla da dodgeball, quanto ci vorrebbe perché i tuoi reni si schiaccino e smettano di funzionare? Un’altra volta, una nostra amica ci disse di averlo visto al cinema, e che lui l’aveva fissata per tutto il tempo. Alla fine del film le aveva chiesto secondo lei quante ciglia ci sarebbero volute per coprire tutto il suo corpo.

Quanti laghi potresti riempire coi bottoni prodotti in un mese a Nanjing? Quanti afidi ci vorrebbero per coprire tutte le superfici di Praga? Se mettessi in fila tutti i cadaveri ad Aleppo, i pesci nello Stretto di Bering, il numero di biscotti svedesi mangiati in una settimana, quanti isolati copriresti? Dopo un terremoto di magnitudo 7, quanti libri andrebbero rimessi a posto in biblioteca?

Noi diventavamo grandi. Lui saltava i pasti, evitava le amicizie. Rimaneva a scuola oltre l’orario di lezione col professore di fisica, tipo solitario, e noi li guardavamo dalla finestra, le loro teste basse su qualche esperimento. Noi eravamo nuovi e mai collaudati, dischiusi da poco alla pubertà. Nelle nostre ossa c’erano molle e razzi. Andavamo ai nostri allenamenti, ai lavoretti nei fast food, e nelle macchine dei nostri fidanzati; andavamo in prima base, seconda base, tutto tranne. Lui un giorno ci disse a cena che Enrico Fermi, re dell’estimo moderno, una volta aveva calcolato la potenza di una bomba atomica basandosi sul volo di un pezzo di carta durante l’esplosione.

Quanti biglietti del ballo di fine anno per fare una linea da Praga a Budapest? Quante rane nella foresta amazzonica? Quanti palloni da football fanno un anello intorno al Sole o fanno finire il mondo?

Le scuole statali ci offrirono delle borse di studio. Andammo. Nostro fratello accettò una borsa tutto compreso a Harvard e seguì i corsi di fisica, statistica, analisi dimensionale. Per quattro anni non tornò a casa. Era impegnato a misurare il mondo in vasche da bagno, in gocce di pioggia, in bottiglie di ketchup.

Quanti mattoni per costruire la biblioteca? Quante cimette di broccolo in tutte le caffetterie di Cambridge? Quanti keg stand in tutto il Paese in un anno?

Trovammo lavori, comprammo case, mettemmo su famiglie. A lui fu offerto un lavoro top-secret per il governo, faceva analisi dimensionali per la guerra. Il numero di corazzate in un golfo, il numero di bombe su una corazzata. Mandava delle cartoline a Natale con equazioni strane su nidi di vespe e fagioli di Lima. Non telefonava.

Quante volte più energia sprigiona una lampadina rispetto a una lucciola? Un corno francese rispetto a un terremoto? Quanto è grande il flusso di fotoni da una stella visibile? E da una invisibile?

Attendevamo la lettera con cui avrebbe annunciato il suicidio. Il giorno in cui avrebbe calcolato il volume delle pillole necessarie a riempire la cavità che sentiva al posto del cuore. Il giorno in cui avrebbe calcolato esattamente quanto era vuota la sua vita. Un Grande Lago prosciugato, miniere svuotate dell’oro, un milione di balene scavate all’interno. Ma gli anni passavano, e non c’erano necrologi.

Quanti contagocce per annegare un cavallo? Quanti gusci d’uovo per foderare una bara?

Abbiamo smesso di ricordarci di nostro fratello. Non fosse per i personaggi televisivi che quantificano le nuove statistiche in bottiglie di detersivo per piatti e vasetti di sottaceti, avremmo dimenticato la sua stessa esistenza. Sembrava che ultimamente le nostre vite traboccassero d’amore, tanto che ci annegavamo dentro. Amore per i nostri genitori pieni di acciacchi e i nostri coniugi sovrappeso. Amore per i nostri mocciosi. Amore per i nostri lavori dalle 9 alle 17 in uno studio legale o una compagnia di assicurazioni. Li amavamo tutti, amavamo indiscriminatamente, inquantificabilmente. Li amavamo sempre di più fino a dover scoppiare.

Più di tutta l’erba. Più di tutti i cimiteri. Più di tutti gli oceani e i lamponi e i palloni e i pianeti e tutte le cose che non avevamo visto e non potevamo iniziare a contare.

Materiale d’importazione è una rubrica curata e tradotta da Daniele Zinni.

Illustrazione di Fabio Pistoia.

Ringraziamo Monkeybicycle per la collaborazione. Potete leggere qui la versione originale.

Gabrielle Hovendon
Gabrielle Hovendon
È dottoranda in narrativa al MFA della Bowling Green State University, dove insegna scrittura creativa e composizione. Suoi racconti sono apparsi o stanno per apparire su pubblicazioni come Redivider, Ninth Letter, Tin House’s Open Bar, Baltimore Review e Necessary Fiction. Lavora attualmente a un romanzo sulle vite di due matematici del diciannovesimo secolo.
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