Materiale d'importazione: Una lezione di volo
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Una lezione di volo

Materiale d’importazione – Narrativa straniera inedita selezionata da DUDE.

19 Apr
2014
Materiale d'importazione

Papà venne di sopra e chiese a me e Pete se volevamo costruirgli un aeroplano. Non era una domanda. Papà non faceva mai domande, solo ti convinceva che l’avesse fatto. «Il garage chi lo sgombera, di voi due?». Pete e io corremmo entrambi di sotto.

Ci vollero due giorni per svuotare il garage. Mamma quel weekend era via, e Papà ci fece buttare parecchie sue cose, principalmente dischi, qualche vestito, album di fotografie che ci fece smettere di sfogliare. Buttammo vecchi giocattoli e giochi di società che non sapevamo di avere. Era triste vederli andar via. Buttammo il vecchio tosaerba a mano, un paio di badili, una tenda ammuffita dove io e Pete non avevamo mai campeggiato. Quando Mamma vide il garage vuoto minacciò di andarsene. Semplice minaccia.

Il lunedì iniziammo a costruire. Per prima montammo la coda, con alluminio di scarto e bulloni arrugginiti. Poi la fusoliera, fino alla cabina, le ali e così via. Papà teneva la testa sul manuale, e gridava istruzioni; Pete e io facevamo il poco che potevamo per aiutare.

Papà invecchiò rapidamente quell’anno. L’attaccatura dei capelli gli si ritirò su per la testa, e i capelli rimasti diventarono grigi in posti strani, sopra le orecchie, le sopracciglia. Cominciò a tremare, quando non beveva. Smise di lavarsi i denti. Smise di trattenere le scoregge e smise di radersi. C’erano cose più importanti da fare che radersi. Come costruire un aeroplano. Pete e io non sapevamo perché l’aereo fosse importante, solo che lo era. Immaginavamo Papà che ci portava volando a Disney World, o Pete e io che ci paracadutavamo nel mezzo delle nostre partite di pallone, ci liberavamo delle imbracature e segnavamo un goal. Cominciammo a saltare la scuola per sistemare l’aereo mentre Papà era al lavoro. Nei giorni in cui non marinavamo la scuola, correvamo a casa appena dopo la campanella. C’era un autobus, ma correndo facevamo prima.

Pete si segò via un pezzo di mignolo, un giorno, mentre tagliava le tubature. Piangeva e sanguinava e urlava mentre faceva vedere il dito a Papà. Papà premette sulla nocca e portò Pete in cucina. «La vita non è tutta dolci e biscotti», disse, e cauterizzò la ferita sul fornello. Più tardi, montai l’elica.

Una volta costruito tutto l’aereo, lo battezzammo Pepper, in onore della spezia preferita di Papà. Dopo un paio di giorni, un signore grassoccio e calvo venne a ispezionarlo. Batté sulla fusoliera con una cartellina. Scrisse qualcosa. Fece girare l’elica di Pepper. Pete e io l’avevamo unta di grasso da far schifo, e girava così veloce che il signore avrebbe potuto lasciarci la mano. Si avvicinò alla coda. «È una scopa questa?» chiese, esaminando il timone che avevamo fatto. «È temporaneo», disse Papà. «Giovedì mi arriva la busta paga». Pepper non passò l’ispezione.

A Papà non interessava. Due settimane dopo rimorchiò noi e l’aereo fino una radura a nord della città. Una stradina sterrata divideva la radura in due. Papà chiese chi voleva guadagnare cinque dollari. Pete e io strappammo le erbacce, calpestammo le pietre, provando a spianarla più che potevamo. Quando Papà disse che la pista andava bene, ci fermammo. Lo issammo nella cabina. Una volta seduto, allungò fuori la mano e fece cadere una banconota da dieci dollari. La prese Pete. Papà inforcò degli occhiali da aviatore. «Ricordate ragazzi», disse, guardandoci dall’alto così che io e Pete ci vedevamo riflessi nelle lenti scure, «un uomo può imparare tanto dal sole». Sorridemmo, pensando che volesse dire «dalla sua prole».1 Controllò il manuale e girò qualche interruttore. L’elica ronzò in vita. Pepper avanzò a fatica sulla ghiaia finché si sollevò in aria. Saltammo ed esultammo, mentre lo guardavamo volare ancora più alto.

L’aereo sfiorò un gruppo di pini al limite della radura. Vacillò, poi Papà si raddrizzò e continuò a volare, guadagnando quota e distanza finché l’aereo si ridusse ad una punta di spillo. Sparì. Pete e io sedemmo accanto al camioncino e aspettammo. Pete si toccava il mignolo mozzo. Poi lo toccai anch’io.

1 Il gioco di parole originale è tra the sun – il sole – e his sons – i suoi figli.

* Flight, tradotto “volo” nel titolo, può significare anche “fuga”.

 

 

Materiale d’importazione è una rubrica curata e tradotta da Daniele Zinni.

Illustrazione di Fabio Pistoia.

Potete leggere qui la versione originale.

Ringraziamo Tin House per la collaborazione.

Alex McElroy
Alex McElroy
Racconti di Alex McElroy sono apparsi su Indiana Review, Tin House Open Bar, Booth, decomP, e altrove. Lavora come editor di narrativa internazionale per Hayden's Ferry Review e vive attualmente in Arizona con Allegra Hyde, anche lei imitatrice di Woodrow Wilson.
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