Materiale d'importazione: Uomini che
×
×
È arrivato il momento di iscriverti
Segui Dude Mag, dai!

Uomini che

Narrativa straniera inedita selezionata da DUDE MAG.

17 Gen
2015
Materiale d'importazione

Mani Rosse

L’ultima volta che sono stata a trovare i miei genitori ho guidato la macchina di mia madre fino al minimarket, una grossa scatola grigia piazzata in un vasto parcheggio. Notte e giorno, incessantemente, delle lettere arancioni luminose annunciavano il nome del negozio sulla facciata robusta. Avevo parcheggiato accanto ad un box elaborato e vuoto, coperto da un tetto spiovente carico di neve. In teoria i clienti avrebbero dovuto lasciare i carrelli nel recinto una volta finito di usarli, ma tutti, pensandoci o meno, li abbandonavano in giro, spesso a pochi metri dalla macchina. Un uomo con la sindrome di Down pattugliava preoccupato il parcheggio, radunandoli con le mani rosse.

uomini_che

Avevo comprato l’occorrente per proteggermi dal clima gelido: tre bottiglie di vino, una barra di cioccolato, una limetta per le unghie e una confezione di limoni. Uscendo desiderai di aver usato il carrello invece del cestino, solo per la soddisfazione di rimetterlo nel box sotto gli occhi carichi d’odio di quell’uomo.

Nello spiazzo, accanto alla macchina di mia madre, era parcheggiata una macchina grigia. Aprii la portiera e misi la borsa e le buste sul sedile del passeggero, continuando a fissare la nuova arrivata. Era una vecchia berlina, rovinata dal gelo, decisamente brutta. Mi capita a volte, fissare una cosa insignificante mentre le mie mani svolgono il loro dovere.

Il bagagliaio era aperto, il portellone era sospeso qualche centimetro sopra il punto in cui avrebbe dovuto incontrare il corpo della macchina. Chiusi la portiera della macchina di mia madre, misi le chiavi nella tasca del cappotto, mi avvicinai alla berlina e, senza guanti, alzai il portellone del bagagliaio.

Era vuoto, foderato da un tessuto grigio e logoro. Senza pensarci troppo (o meglio, mentre pensavo «non ci sto pensando troppo») montai dentro, piegando le ginocchia per adagiarmi completamente e allungai una mano verso l’alto. A tentoni, trovai una cordicella legata all’interno del portellone.

Bella pensata, pensai, e mi rinchiusi nell’oscurità.

Dentro al bagagliaio chiuso era più freddo di quanto pensassi e meno buio. Mi sorprese l’intensità della luce che filtrava dai margini del bagagliaio. L’illuminazione proveniva dal punto in cui il portellone si chiudeva sulla macchina, ma anche dai lati dei fanali posteriori.

Mi ricordai di un meme che ha postato una volta il vicino di casa di mia madre: «Se rimani intrappolato in un bagagliaio, sfonda i fanali posteriori e sporgi le mani per afferrare qualcuno. FALLO: HA SALVATO DELLE VITE!» Quando l’ho letto, ho pensato: quanto può essere praticabile sfondare un fanale a mani nude, per di più da una posizione scomoda e rannicchiata? Guardai i fanali chiedendomelo. Non ci avrei provato. Non volevo danneggiare la macchina. Non era mia, e inoltre ero salita di mia spontanea volontà.

Il tempo passava. Avevo lasciato il cellulare in borsa, sul sedile del passeggero nella macchina di mia madre, e da parecchi anni non portavo più l’orologio. Non c’era modo di sapere per quanto sarei dovuta restare lì. Quello che probabilmente succederà, immaginai, sarà che il proprietario della macchina tornerà carico di buste, aprirà il portabagagli e mi troverà. E io dovrò dargli qualche spiegazione.

Ma non ero preoccupata: sono bianca e ben educata. E la lezione fondamentale della mia educazione è stata proprio che queste qualità mi rendono schifosamente invincibile. Era improbabile che mi sparassero per il solo fatto di apparire all’improvviso nel bagagliaio di uno sconosciuto.

Per quella che mi sembrò quasi un’ora, ma dovevano essere al massimo quindici minuti, rimasi stesa al buio, rilassata, aiutandomi con la respirazione yoga. Sentii dei passi che si avvicinavano alla macchina, passi rapidi e leggeri, stivali che affondavano e scivolavano nel fango. Quando lui o lei raggiunse la macchina, armeggiò con la portiera facendo tintinnare le chiavi, come se portasse dei guanti. Piegai la testa assumendo una posizione da lontra: stesa sulla schiena, braccia rannicchiate sulle spalle e ginocchia accatastate come grucce in uno scatolone. Strusciai la guancia contro il ruvido del rivestimento; il tessuto era grigio, ricordai, non blu inchiostro come sembrava al buio. Sperai che il proprietario fosse una persona a posto.

Ci fu uno scatto: la serratura della portiera che si apriva permettendo al proprietario di sedersi dalla parte del guidatore. Come lo sentivo bene ora che era dentro! Respirava forte e non la finiva di agitarsi sotto i suoi vestiti invernali. «Cazzo!» borbottava tra un respiro e l’altro, «Cazzo!» ripeteva.

Non potevo essere sicura che fosse un uomo ma mi piaceva pensare che lo fosse. La voce era profonda e quando accese la musica, quel rock radiofonico tutto sciapo, la inquadrai come una roba tipicamente maschile. Visualizzai l’edificio che ospitava quella stazione radio, sperduto in un complesso commerciale deserto, da qualche parte tra Sugar Grove e Grayslake. Un ammasso di mattoni e un’antenna pretenziosa: ce n’era abbastanza per farmi piangere. Ma no, non avrei pianto. Mi piaceva stare nel bagagliaio.

 

Essere stipata

C’è stata una fase della mia vita in cui facevo cose pericolose su macchine in movimento. Non ho mai guidato ubriaca, né mai sono stata accompagnata da qualcuno ubriaco – sono troppo nevrotica per accettarlo. Però qualche sera alle superiori mi sono stipata nel retro di una macchina che già conteneva troppe persone. Non per divertirmi ma perché sembrava che l’occasione lo richiedesse. Non provavamo particolari brividi a stare in otto o nove nella Honda di mamma, benché, una volta stipati, ci venisse a tutti da ridere nervosamente come se stessimo infrangendo la legge, il che era vero. Eravamo tanti e dovevamo andare da qualche parte, tutti insieme e tutti contemporaneamente: che dovevamo fare, camminare?

Non era il freddo, il motivo per cui quelle sere non andavo a piedi. Ricordo di essermi stipata anche in serate calde. L’unica giustificazione che avevo per stiparmi era che sapevo quanto si sarebbero arrabbiati i miei se avessero saputo che ero andata a piedi invece che in macchina. Se passavo tutto il giorno a piedi, camminando per chilometri nel nostro quartiere, e la sera tornavo a casa tutta intera, senza che i miei sapessero che avevo camminato, allora andava bene. Ma se gli avessi detto che avrei percorso cinque isolati a piedi per recarmi in un luogo pubblico e molto frequentato, l’avrebbero presa come se avessi annunciato la mia intenzione di vendermi alla tratta delle bianche. Non so perché. Va bene che i bambini vengono rapiti, ma allora non ero più tanto una bambina. Credo che la loro fosse una paura rettile, l’idea che la loro prole si trovasse esposta e non al riparo.

A quei tempi, anche quando ci stipavamo, nessuno andava nel bagagliaio. Ragazzi e ragazze si mettevano seduti sui piedi gli uni delle altre sotto al sedile del passeggero, oppure distesi in grembo a quelli dietro, o compressi tra i due sedili davanti. Ma chi avrebbe mai acconsentito al bagagliaio? Era percepito come un luogo barbarico e tutti lamentavano un po’ di claustrofobia. Il mio non soffrirne era un vanto, una forza immaginaria basata sul mezzo ricordo di una TAC cui mi ero sottoposta a sette anni. Tutte quelle serate (non più di quattro, a dire il vero) dichiaravo fiera «Beh, io non sono claustrofobica invece».

Poi a ventitré anni ho dovuto fare un’altra TAC – noduli o polipi al cervello, non ricordo – e ho scoperto che la prima volta non avevo sofferto di claustrofobia solo perché il mio corpo era piccolo e insignificante, confrontato con l’ampiezza della macchina. Tornandoci cresciuta, grande e grossa, ero terrificata.

Come tante paure diffuse, la claustrofobia era qualcosa che avrei preferito non avere. Era una bugia rassicurante che mi raccontavo: che esistessero problemi che non avevo. A sette anni sono rimasta intrappolata nell’ascensore dell’ospedale, un’esperienza orribile ma non a causa della claustrofobia. I miei genitori erano già usciti mentre io, pensando che le porte automatiche mi si sarebbero chiuse addosso, ero troppo spaventata per seguirli. Le porte si chiusero, loro sparirono e io scoppiai a piangere. Tra quelli rimasti con me in ascensore c’erano due donne che indossavano una specie di divisa, ne ho un ricordo vago: forse infermiere volontarie, forse semplici commesse del bar. Nel carrello di vivande che portavano c’era una grossa torta gelato bianca, decorata alla bell’e meglio con marmellata gelatinosa. Mi offrirono un pezzo e lo mangiai mentre l’ascensore saliva al cielo.

 

Ghiaccio nero

Per un po’ non è stato male, il bagagliaio. Ma non appena iniziammo a muoverci più veloci, l’aria prese a scorrere dalle fessure del portellone e dei fanali posteriori, aggredendomi sulle parti scoperte: collo, polsi e una caviglia dove mi era scivolato il calzino. Sentii le cosce contrarsi e senza pensarci provai a mettermi seduta, sbattendo dolorosamente la testa sul basso soffitto imbottito.

Ed eccolo arrivare: il fiume in piena della claustrofobia stava inondando la stanza. Quella stanza a forma di bagagliaio.

Immobilizzai la parte superiore del corpo, respirando profondamente ed evocando la voce del tecnico della TAC sepolta nei ricordi. Mi aveva in cuffia, e quando mi sentì andare in iperventilazione mi disse di chiudere gli occhi. Una volta terminato il test, mi toccò il braccio e disse «Spero che ora si senta meglio».

Chiusi gli occhi e girai le gambe dall’altra parte, una sopra all’altra. L’aria, ricordai a me stessa, ne hai quanta ne vuoi. Quindi mi chiesi se fosse vero.

Non c’era motivo di pensare che l’aria potesse scarseggiare. Non avevo mai capito perché mancasse l’aria a quelli sepolti vivi. Non ci dovrebbe essere aria anche lì sotto? Perché l’aria nelle bare si esauriva? Non c’era forse aria ovunque, non avrebbe dovuto infiltrarsi attraverso la terra battuta, fin dentro la bara, scorrendo tra le saldature? Tra tutti i problemi dell’essere sepolti vivi, la mancanza d’aria non dovrebbe essere l’ultimo?

Non fraintendetemi, voglio essere chiara: mai, in tutto il tempo che ho passato nel bagagliaio dello sconosciuto, mi sono detta che essere sepolta viva non era poi tanto male. Stavo facendo i conti con i miei sentimenti circa l’essermi chiusa da sola in un bagagliaio, non minimizzavo in generale la questione dell’essere intrappolati in angusti spazi chiusi.

Ancora un dolore alle cosce. Diventavo sempre più fredda e mi stupivo di quanto fredda potessi diventare. Era come stare stesa sul letto a notte fonda, provare a dormire e non riuscirci. La strada rimbombava sotto di me a causa delle ruote che incrociavano detriti o crepe nell’asfalto, sbandando a intermittenza sul ghiaccio nero. Iniziai a percepire più cose. Le voci delle persone nelle altre macchine mi arrivavano attraverso i finestrini mezzi aperti, forse perché fumavano, forse perché non sopportavano il riscaldamento della macchina sparato in faccia. Sentivo l’odore delle loro sigarette, ascoltavo quello che ascoltavano loro, musiche riconoscibili e personali quanto il rock radiofonico sciapo del mio autista.

L’autista. Erano diversi minuti che non pensavo a lui; aveva smesso di ripetere «Cazzo» dopo che la macchina si era riscaldata. O almeno, questo è quello che immaginai; ovviamente non sapevo perché aveva smesso di dire «Cazzo». Rizzai le orecchie verso di lui – immaginandomi proprio la punta delle orecchie che si affilava e ruotava nella sua direzione, come faccio sempre quando penso «Sto rizzando le orecchie» – cercando di escludere i rumori della strada, dei pneumatici, delle altre macchine. Non riuscivo ad afferrare quasi niente oltre la musica – solo un suono, che poteva essere un respiro ma poteva benissimo provenire dalla strada, pezzi di asfalto ghiacciato che andavano e venivano da sotto le ruote; e poi un tamburellare, che identificai come le sue dita sul volante, ma che avrebbe potuto essere il tappo del serbatoio che svolazzava contro il lato della macchina. Non ricordavo se l’avevo visto aperto oppure no.

Che aspetto aveva l’autista della berlina grigia? Me lo figuravo come un uomo, non giovane ma non ancora brizzolato, con una voce profonda e uno sguardo franco. Il tipo d’uomo che porta il cappello e si incamicia fino all’ultimo bottone, come ha sempre fatto dal terzo anno di superiori in poi. Il mondo fuori è cambiato ma poco è cambiato in lui. Ha un lavoro onesto nel quale si impegna e che lo ha ricompensato nel modo in cui gli uomini (e alcune donne) della generazione dei miei genitori venivano ricompensati da un lavoro onesto. È nato, è stato educato e ha trovato lavoro nel periodo in cui veniva scolpita l’idea lineare di come dovessero funzionare le cose. E le cose gli sono andate bene, grazie ad una efficace combinazione di ambizione e abilità personale, e alla natura fondamentalmente armoniosa del suo mondo. Tiene le sopracciglia folte e curate come teneri gattini.

Faceva sempre più freddo. Volevo sapere da che parte stessimo andando, era difficile rilassarmi. A notte fonda, quando non riuscivo a prendere sonno dopo ore di tentativi, mi masturbavo. Lo faccio da sempre, per quanto riesco a ricordare. Ed era diverso da come mi sfogavo la mattina o il pomeriggio, era diverso da come lo facevo da bambina. Avevo imparato a farlo senza mani, semplicemente chiudendo gli occhi e coordinando la contrazione dei muscoli interni. Aiutava avere qualcosa a cui reggersi. Aiutava sentire che mi stavo aggrappando al bordo di qualcosa, che avrei potuto sporgermi e vedere dall’altra parte; con una mano appesa, l’altra lungo il corpo, dentro cresceva un vortice.

Avevo iniziato a farlo così quasi per scherzo, come una ripicca o una sfida. Avevo sentito che altre donne ci riuscivano e mi sembrava ridicolo. Anzi, non ridicolo, l’opposto: monotono, noioso. O l’una o l’altra, e volevo scoprire quale.

 

Passaggi segreti

Circa otto anni fa ero innamorata di un uomo che era anche un mio caro amico. L’elemento più problematico era che fosse il migliore amico del mio ragazzo. Ad un certo punto il mio ragazzo smise di stare da me e si trasferì con l’uomo che amavo.

Tanto volevo fare l’amore con quell’uomo che una volta rimasi nella casa che lui e il mio ragazzo condividevano con diverse altre persone, fingendo di dormire nel letto del mio ragazzo, aspettando che tutti uscissero per andare al lavoro. Non so se i coinquilini mi considerassero molto, probabilmente per nulla, ma di certo non erano infastiditi dalla mia presenza; ero amica di tutti loro, amabile e onnipresente. Mi ritrovavo spesso e volentieri nella loro cucina, a preparare cene per diverse persone che non avevo previsto.

Vivevano in una vecchia villetta multifamiliare, con una serie di piccole stanze attaccate a camere da letto più grandi; un’architettura che mi confondeva fino a quando non notai una nicchia, proprio sotto all’angusto letto a soppalco del mio ragazzo, nella quale un tempo doveva infilarsi un’asta, e capii che la camera del letto del mio ragazzo, in passato, era stata un grande armadio.

Quel giorno aspettai che uscissero tutti, tenendo il conto delle volte che si chiudeva la porta, dopo di che scesi dal letto a soppalco e forzai la porta che separava la stanza del mio ragazzo dalla camera da letto dell’uomo che amavo.

Sgusciai dentro, facendo cadere le cose che stavano sulla piccola libreria posta contro la porta che separava le due stanze, una copertura per dare l’illusione che l’uomo che amavo vivesse in una casa normale, senza passaggi segreti. La camera era riempita dalla luce gialla che filtrava dalle finestre, il suo letto sfatto. Raccolsi un libro intitolato Il fuoco nelle viscere: diventare un uomo e ne cadde una fotografia dell’uomo che amavo da giovane. In mezzo a un bosco, sotto un cappellino verde, sorrideva languido. La sua faccia mi riempiva di cattivi presagi. Rimisi a posto la foto e chiusi il libro.

Volevo a tutti i costi scoprire qualcosa che non sapessi. Andai alla scrivania e vi poggiai la mano: era calda a causa del sole. Mi piegai fino a sentire il calore con la guancia e inspirai, immaginando l’odore di lui. Aprii il primo cassetto: dentro c’era una grossa fiala di farmaci. La tirai fuori e, rigirandomela tra le mani, soppesai i pro e i contro di ingoiare una di quelle capsule oblunghe di colore blu scuro. Quando lessi il nome e la descrizione del farmaco mi vergognai e la riposi nel cassetto.

Mi girai verso il letto sfatto. Già sapevo che il suo materasso, invece di stare su una vera e propria rete, era precariamente poggiato su una serie di cassette per la frutta e scatoloni da trasloco. L’uomo che amavo mi aveva invitata un paio di volte in camera sua, per mostrarmi un libro o un poster, per raccontarmi delle tre ragazze che amava in circolo, prima una, poi l’altra, poi l’altra ancora e di nuovo la prima, all’infinito, un ciclo che continuava senza fermarsi, senza che nessuna potesse intromettersi. Non mi tornava la sistemazione del letto, che mi sembrava la peggiore soluzione possibile. L’uomo che amavo aveva un buon lavoro, se la poteva permettere una rete come si deve. E poi, mi sfuggiva qualcosa (e a lui non avrebbe dovuto), o la soluzione più logica sarebbe stata metterlo direttamente per terra?

Vidi l’uomo che amavo ingoiare una compressa cobalto e barcollare fino al suo letto triste e sciatto. Era un’immagine tenera. Quasi senza pensarci, ma ovviamente non senza pensarci, mi stesi sul letto dell’uomo che amavo e mi addormentai.

 

Meccanismo di apertura

La macchina rallentò e fece alcuni giri ma io non capii che stavamo per fermarci fino a quando non ci fermammo sul serio. L’autista declamò un finale e rassegnato «Cazzo» e uscì dalla macchina. Mi stirai meglio che potei, cercando di percepire un aumento della temperatura, nel caso avesse parcheggiato dentro. Ma era freddo come sempre, forse di più.

Rimasi distesa a lungo, provando ad avere un orgasmo usando i muscoli interni. Non sono mai stata il tipo di donna che ottiene sesso facilmente. L’amore, sì, dal quel punto di vista sono fortunata. Ma il sesso me lo devo cercare, e la maggior parte delle volte fallisco.

Mi rabbuiai riflettendo su questa costante della mia vita fino a quando non mi sentii troppo scomoda, praticamente ghiacciata. Ricordai un libro che lessi da piccola nel quale un bambino doveva stare seduto in una scatola, nel retro di un furgone per infiltrarsi clandestinamente negli Stati Uniti. Quando finalmente usciva dalla scatola, i suoi piedi «non funzionavano più». Sarebbe successo anche a me? Iniziai timidamente a bussare sul soffitto del bagagliaio. Era parecchio che l’autista aveva lasciato la macchina, ma magari si trovava ancora nei paraggi. Bussai e ribussai, ripetutamente, sempre più forte, ma non c’era risposta, solo l’eco delle macchine che passavano nei dintorni e il rombo di quelle che si avvicinavano troppo.

Iniziai a piangere. E se non fossi riuscita a scappare? E se l’autista non aveva nessuna intenzione di aprire il bagagliaio? Sarei morta di fame?

Ero in uno stato pietoso, raggomitolata e in lacrime, quando una lucina flebile catturò la mia attenzione. Strisciai nella sua direzione: una T rovesciata di plastica fosforescente pendeva vicino all’uscita del bagagliaio. La presi in mano e la guardai meglio. Emersero delle forme: una freccia che puntava in basso, una macchina col bagagliaio aperto, una freccia arcuata, un corpo in fuga. Il meccanismo di apertura, la liberazione.

Avevo mai sentito parlare di queste cose? Me lo chiesi. Probabilmente no. La domanda era: avevo avuto la maniglia davanti agli occhi per tutto il tempo? L’avevo vista e consapevolmente ignorata? Avevo pensato che non era quello che volevo, e quello che volevo era rimanere nel bagagliaio? O mi era sfuggita completamente? Difficile lasciarsi sfuggire una cosa del genere, una cosa che pendeva in quel modo.

Ora che avevo una via di fuga, non ero più sicura di volerla davvero. Dentro faceva freddo, ma non così freddo. Ricordai improvvisamente che la maggior parte delle morti nei bagagliai erano causate dal caldo, dal fatto che i bagagliai si surriscaldano facilmente. Quanto ero stata stupida a scegliere un bagagliaio freddo invece di uno caldo?

Mi rigirai tra le dita la maniglia dell’apertura interna. Leggera ed economica, proprio come tutti i giocattoli di plastica che avevo avuto. Volevo dare solo un piccolo strappo, fare una prova. Tirai e il bagagliaio si spalancò immediatamente.

Sedetti nel bagagliaio aperto come una passeggera e la sera invernale della periferia di Chicago mi si spalancò davanti come una scenografia teatrale: uno strano rettangolo di cielo arancione, brillante per la neve e le luci della città; ammassi di fanghiglia simili a sassi sporchi accumulati sui marciapiedi; scheletri di alberi disegnati sul grigio, sul nero, sul rosso. La berlina grigia era parcheggiata davanti a un anonimo bungalow di mattoni, in una strada piena di bungalow di mattoni, apparentemente l’abitazione standard nelle cittadine dei dintorni Chicago, la zona che gli spot delle automobili chiamavano “the Chicagoland area”, un termine che mio padre ha sempre odiato. «Dovrebbe essere semplicemente “Chicagoland”» diceva, «oppure “the Chicago area”».

Sciolsi le gambe e le lasciai ciondolare dal retro della berlina, rilassando i muscoli. Mi sembrava ovvio che l’autista fosse entrato nel bungalow di mattoni subito dietro la berlina, benché col senno di poi mi renda conto dell’arbitrarietà di questa convinzione. Il vento mi accarezzava il bavero del cappotto e filtrava un po’ sotto la sciarpa. Dentro ai guanti avevo le mani secche e screpolate, nonostante fossero fatti di pelle di capra e avrebbero dovuto mantenere la mia pelle «naturale e morbida come la lana».

Pensai di rimanere tutta la notte seduta lì nel bagagliaio aperto, come gli spettatori pazienti di un qualche film sperimentale lungo decine di ore, aspettando che l’autista emergesse dalla casa. Ma dopo pochi interminabili momenti iniziai ad annoiarmi e mi venne un po’ di paura. Dentro al bagagliaio nessuno poteva farmi niente, ma fuori tutto era possibile.

È raro che al mondo si possa decidere di fare la cosa giusta o quella sbagliata, di solito si tratta semplicemente di fare una scelta. Scesi dal bagagliaio e mi scrollai per sistemare le pieghe del cappotto. O forse lo feci perché avevo freddo. Guardai un’ultima volta nel bagagliaio, quel non-luogo, quel grigio freddo e sbiadito. Chiusi il portellone e mi diressi verso la casa.

La porta era aperta.

 

Il mio primo impulso

Dentro, la prima cosa che vidi fu l’azzurro chiaro di una televisione muta che danzava sul bianco del muro. Mi trovavo in un piccolo atrio, un attaccapanni pendeva instabile coperto da diversi strati di marrone. La tv gettava ombre convulse sul pavimento.

Entrai in un’altra stanza che scoprii essere la cucina. Non volevo spaventare l’autista, che era quello che sarebbe successo se avessi seguito il mio primo impulso e fossi entrata nella stanza che lampeggiava di azzurro, piazzandomi davanti al televisore. Volevo entrare e uscire dalla sua vita come un fantasma. Riuscire a cavarmela come un ospite inatteso in un film per bambini, assaggiare qualcosa nel frigo, lavarmi col suo sapone e scomparire prima dell’alba.

E già stavo fallendo. Avevo riflettuto sul levarmi gli stivali davanti alla porta ma avevo deciso di no: e se avessi dovuto scappare all’improvviso? E se l’autista si fosse svegliato e avesse visto non me ma gli stivali? E se togliendoli avessi fatto rumore? Così li tenni addosso, seminando tracce di fanghiglia e neve sciolta sul tappeto bianco e sulle piastrelle rosse della cucina.

La casa non era né brutta né bella, un promemoria di quel mondo da ceto medio in cui ero cresciuta, un posto con anticamere e cantine, sale ricreative e capelli cotonati a tinte sintetiche per tutti, le permanenti per gli uomini. Ora che è tutto passato, ho capito che la mia famiglia era benestante mentre le altre erano povere. Da quando ho compreso di non averlo abitato, mi è diventato impossibile dire se il ceto medio sia mai davvero esistito. Comunque sia, ormai è passato.

Nel frigo c’erano i resti di una confezione da sei di birre, due lattine ancora nella plastica traslucida, una casseruola rossa coperta di stagnola, una carota solitaria e un grosso barattolo dal coperchio nero. Alzai la stagnola scoprendo una coscia d’agnello rosicchiata, l’osso sporgeva vistosamente dal sughetto appiccicoso. Sotto il coperchio pesante del barattolo c’era un denso liquido rosso del tutto privo d’odore. Presi una birra e me la scolai il più rapidamente possibile. Mi sentii leggera come se avessi avuto le ali e mi feci pure la seconda. Non avevo mangiato nulla quel giorno e divenni subito ubriaca.

Mi lasciai trasportare sull’onda della temerarietà nella stanza con la televisione, pronta al confronto, invincibile. Ma quando girai attorno al divano lo trovai vuoto, tranne per una copertina lavanda, una economica, di quelle sempre scontate, prendi-due-paghi-uno. Perso tra le pieghe della copertina vidi il telecomando, lo presi e spensi la televisione. Da lì in poi bisognava che fossi in grado di sentire.

Tornai all’ingresso e salii le piccole scale strette che portavano al piano di sopra. Niente ritratti di famiglia sui muri, solo la parete bianca e liscia. L’unica decorazione che avevo visto fino ad allora erano dei fiori sul tavolo della cucina, un folto mazzo di astri viola infilati in una bottiglia di plastica da due litri con il collo tagliato.

Il tappeto finiva in cima alle scale e iniziava un pavimento di buon legno massiccio. Contai tre porte. La prima scoprii essere un armadio riempito con altri indumenti tristi; la seconda, un bagno, spazioso e ben tenuto; la terza, la sua camera da letto. Dalla soglia vidi un’ampia finestra decorata dalle luci fioche della città, e subito sotto un ampio letto con un corpo addormentato.

Ammetto che per un momento, appena prima di entrare nella sua camera, mi sono preoccupata della legalità di quello che avevo fatto e di quello che stavo per fare. Ma passò subito, come succede con queste cose. Entrai dentro, lasciando la porta aperta per la luce, e mi sedetti sul bordo del letto, aspettandomi che l’autista si svegliasse. Ma non lo fece e mi levai gli stivali: non mi sarei mai messa a letto con quelli addosso.

 

Un uomo che ammiro

Quando ero adolescente, appena iniziata al mondo del sesso, pensavo che non ci fosse nulla di più eccitante al mondo che svegliare un uomo con una proposta sessuale. Ci provai spesso col mio ragazzo, un adolescente gentile ed equilibrato, col quale ho avuto la relazione più felice sessualmente fino ad oggi. (Se me lo avessero detto al tempo, sarei scoppiata a piangere; ma retrospettivamente era buona).

Andava che io e lui dormivamo l’una di fianco all’altro e io mi svegliavo, o non mi addormentavo affatto: l’insonnia è una condanna per la vita ed è molto raro che si affievolisca col tempo. Ad ogni modo, trovandomi da sola col suo corpo incosciente, gli mettevo una mano sul cazzo. Col minimo sforzo lo trasformavo nella mia cosa preferita al mondo: un’erezione da toccare attraverso la stoffa. Negli anni ho provato a spiegarlo agli altri – quanto fosse bello sentire il cazzo duro di un uomo in quel modo, pieno di promesse e di eccitazione, una partita a nascondino – ma nessuno capiva mai, compresi gli uomini di cui stavo elogiando le erezioni.

Mi piace appoggiare completamente la mano sul pene, i polpastrelli sulla cappella e vedere che succede. Prima pensavo che questo bastasse a portare un uomo alla tumescenza, e forse è così, ma non nel caso di quegli uomini ai quali ho toccato il pene negli ultimi dieci anni. Ad ogni modo, raramente questa mossa animava un uomo addormentato, così provavo con un piccolo incoraggiamento, non proprio una stretta, più una carezza. Una o due dita che si muovevano per lungo, sollecitandolo amichevolmente, discretamente.

Continuando per un po’, riuscivo senza problemi a destare il mio ragazzo delle superiori pesantemente addormentato. Ma ogni volta che si svegliava – e ammetto che a quel punto ero arrapata persa e ansimavo banalità tipo «Il tuo cazzo è così duro…» – era stanco e confuso.

«E quindi?» mi chiese una volta mentre le mie mani si davano da fare lì sotto.

All’inizio della nostra relazione, quando avevo quindici anni, si svegliava e lo facevamo. Ma al terzo anno era tutto finito. E gli uomini con cui ci ho provato da allora hanno reagito con un misto di irritazione e paura.

Ci sto. Se i generi fossero invertiti, capirei che non è una bella cosa da fare. Ma i generi non sono invertiti e questo nella mia vita ha sempre fatto tutta la differenza.

Allineai gli scarponcini al bordo del letto. Levai il cappotto, appallottolai sciarpa e guanti nel cappello, misi il gomitolo nella manica del cappotto e lo ripiegai per bene sul pavimento, vicino agli scarponcini. Mi distesi sulla schiena e vidi la faccia dell’autista.

Era un uomo piuttosto avanti con gli anni, come avevo sospettato, e sfoggiava un bellissimo paio di sopracciglia, come avevo sperato. La pelle era liscia e i capelli folti e neri. Era impossibile dire quanti anni avesse. Più di me. Più di mio padre, forse. Assomigliava semplicemente a se stesso, e forse era per questo che non riuscivo a definire l’età. Perché io sapevo chi era quell’uomo.

L’uomo sdraiato accanto a me era famoso. Un uomo che ammiro. Forse famoso è la parola sbagliata; molte persone non sanno chi è. Ma io lo sapevo perché faceva quello che volevo fare anche io, una cosa che avevo minuziosamente provato a realizzare per tutta la mia breve vita. Il fatto che fosse lui, l’autista di quel bagagliaio in cui mi ero rinchiusa, mi sembrò una prova ridicola della provvidenza universale.

Stavo sul fianco, assolutamente immobile. Anche lui stava sul fianco. Se un secondo sconosciuto fosse entrato nella stanza, dalla soglia avrebbe visto solo due corpi, girati l’uno verso l’altro: una coppia. Indossava una maglietta grigia. Il piumone lo copriva dalla vita in giù. Sbirciai sotto, per vedere i boxer rossi a quadretti.

Provai a sincronizzarmi col suo respiro ma persi la concentrazione perché mi ricordai dei limoni, del vino e della cioccolata che avevo lasciato in macchina di mia madre. Ormai si erano congelati lì fuori nel parcheggio? Il vino si congela? Mi chiesi che ore fossero. Il supermarket aveva chiuso? Restava aperto fino alle undici, o almeno così facevano l’ultima volta che avevo controllato. Da quando ero cresciuta li trovavo così rassicuranti: i supermarket aperti fino a tardi, sempre lì nel caso ti serva qualcosa in più.

Scivolai con la mano verso l’uomo, mi fermai, scivolai di nuovo. Non so cosa mi aspettassi, scivolando e ritraendomi in quel modo. Alla fine trascinai il palmo su un punto indefinito lì vicino, un compromesso. Se avesse funzionato, allora c’era un ordine preciso nelle cose del mondo.

 

Fuga

Il membro dell’autista non rispose al mio tocco. Dormiva come se l’avessero drogato. Non posso dire che fossi sorpresa. Mi concessi una carezza a quei capelli stranamente folti, scesi dal letto e volai verso il bagno.

C’erano uno spazzolino, una spazzola tonda con capelli castano chiaro aggrovigliati e, nell’armadietto, una schiera infinita di prodotti per capelli, sistemati con cura come se l’armadietto fosse il magazzino di un negozio. Erano anche nella doccia, una piccola farmacia di sciampi costosi: che danno volume, che li rinforzano, che li fanno ricrescere, olio di argan, olio del marocco, olio di non so dove.

Sul bordo del lavandino c’era un portafoglio di cuoio marrone. Lo aprii e trovai la patente per l’auto dell’autista. Era l’uomo che pensavo. Studiai la fotografia, vecchia di decenni ovviamente, e la rimisi a posto. Presi tutti i soldi. Ne aveva tanti, quattrocento dollari.

Lanciai uno sguardo sfinito alla mia faccia grigia mentre mi giravo per lasciare il bagno. Avrei girato l’angolo e trovato un telefono, supplicato un benzinaio o chiesto a una vecchia signora. Poi avrei chiamato un taxi e usato i suoi soldi per tornare al minimarket. Infine avrei aperto la macchina di mia madre, messo la bottiglia di vino tra le gambe per riscaldarla, spizzicando limoni e cioccolata.

Ma quando guardai lo specchio per vedermi, vidi invece il mio ricordo della faccia dell’autista, addormentato come lo avevo visto accanto a me, prono e vulnerabile. Ricordai la sensazione dei suoi capelli nelle mie mani, folti e soffici, sorprendenti per un uomo della sua età. Un’illusione studiata attentamente, un poco di teatro.

La sensazione che ho avuto, sdraiata accanto a lui. E lui non sapeva neppure che fossi lì.

 

Materiale d’importazione è una rubrica curata da Daniele Zinni.

La traduzione di questo racconto è stata realizzata da Alessandro Lolli.

Illustrazione di Alberto Fiocco.

Questo racconto è stato pubblicato su n+1 con il titolo Valentines.

Lisa Locascio
Lisa Locascio
Lisa Locascio ha scritto per numerose riviste, tra cui n+1, The Believer, Santa Monica Review, The Los Angeles Review of Books, e Salon. Il suo lavoro di ricerca sulla vita di Roberto Bolaño è stato oggetto di articoli su The New Yorker, Bookforum, Arts and Letters Daily, e The Los Angeles Times. È sua la prima intervista in inglese a Carolina Lopez, vedova di Bolano, pubblicata su The Believer nel giugno 2014. Lisa vive a Los Angeles e ha concluso di recente la scrittura di un romanzo, Jutland Gothic. Per saperne di più, www.lisalocascio.com.
Segui Dude Mag, dai!
Dude Mag è un progetto promosso da Dude