Letteratura: La letteratura è intrattenimento, fatevene una ragione
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La letteratura è intrattenimento, fatevene una ragione

L’intrattenimento, nel suo significato più autentico, è la matrice stessa delle relazioni umane. Riconoscerne l’importanza non significa svilire la letteratura, riducendola a un gioco da cabarettisti o a uno spettacolo di varietà. Se per voi “intrattenimento” significa questo, allora quella stessa letteratura che tanto amate non vi ha insegnato nulla.

Qualche tempo fa ho partecipato a una discussione social sul ruolo dell’intrattenimento nella letteratura. L’ho fatto con scarsa convinzione: nella mia personale classifica delle Cose Da Evitare, la voce “Discutere di letteratura con i critici letterari” viene subito prima di “Usare il phon nella vasca da bagno” e “Fare il bagno subito dopo aver mangiato un kebab”. A volte però non riesco proprio a trattenermi, è più forte di me; se tanto mi dà tanto, un giorno o l’altro probabilmente mi troveranno spiaggiato sul lungomare di Riva Trigoso con un felafel in mano (cit.). Comunque: se non ricordo male, il punto di partenza della discussione era l’affermazione della maggiore dignità intrinseca di un’onesta opera narrativa che non si ponga altro fine se non, appunto, l’intrattenimento, rispetto ai parti farraginosi, tromboni e patinati con cui aspiranti Grandi Romanzieri si propongono di rivoluzionare la letteratura riuscendo magari, già che ci sono, a raggranellare qualche Premio Strega qua e là. Un’affermazione più che giustificata, secondo il mio inutile parere, ma tutt’altro che comunemente accettata.

In tutto il discorso, è ovvio, il termine più problematico era proprio “intrattenimento”. I problemi diventavano poi quasi insormontabili quando si cercava di farla quadrare in qualche modo con l’altra parola chiave della discussione, “letteratura”. Ammesso e non concesso che quel cattivone impudente dell’Intrattenimento debba davvero avere qualcosa a che fare con i libri, abbia almeno la decenza di rendersi conto che il suo campo d’azione può al massimo circoscriversi all’ambito generale della lettura (con la minuscola), senza pretendere di immischiarsi nei ben più sublimi affari della Letteratura (con la maiuscola). Sono cose diverse, signora mia, guai a confondersi! Le conseguenze sarebbero terribili, morti che escono dalle fosse, sacrifici umani, cani e gatti che vivono insieme!

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Questa distinzione tra lettura e Letteratura ogni tanto salta fuori tra i Critici Seri, e saranno pure cose diverse, ma io non la capisco mica tanto. Come se la letteratura (con o senza iniziale maiuscola) non fosse una cosa di cui si fruisce tramite la lettura. Come se la lettura riguardasse solo i libri in vendita all’Esselunga o nei cestoni del supermercato, quelli che si leggono in spiaggia, nella vasca da bagno o in coda in Posta, mentre la Letteratura richiedesse tavolino, lampada, matita, blocchetto per gli appunti e grugno serioso. Nella mia mente la distinzione “lettura” vs “letteratura” si traduce immediatamente nell’immagine della prima come una vasta pianura caotica e anarchica in cui esseri mostruosi e dai gusti letterari ambigui scorrazzano senza requie né disciplina, urlando e gemendo, ai piedi dell’eburneo fortino della Letteratura, protetto da una staccionata sbilenca di pali aguzzi e presidiato da una truppa di critici letterari con gli occhialini a pince-nez che dalle feritoie delle torrette lanciano in testa agli assedianti il Devoto-Oli e Proust. In quell’occasione mi sono limitato a notare che, se c’è un concetto su cui non bisogna confondersi, semmai è il significato autentico da dare al termine “intrattenimento”. Purtroppo, indossando la tunica dell’avvocato del diavolo, avevo pronunciato la peggiore delle blasfemie, perciò nessuno mi ha filato. Pazienza: sono uscito e sono andato a mangiare un kebab. Tanto non avevo in programma di fare il bagno.

Poi ho pensato a Michael Chabon. Con lui vado sempre d’accordo.

michael_chabon

Bene, Michael dice:

L’intrattenimento gode di cattiva fama. Le persone serie imparano a diffidarne e persino a vituperarlo.

Lo dice proprio all’inizio de Il briccone vestito di lustrini, il saggio d’apertura della bellissima raccolta Mappe e leggende, in cui Chabon traccia un breve bilancio del declino del concetto di “intrattenimento” nell’immaginario collettivo. Riflettendo sullo stato attuale del racconto breve moderno, a livello di temi, atmosfere, meccanismi e concezione di sé, Chabon intende mostrare come lo snobismo critico che ha portato, negli ultimi cinquant’anni, alla progressiva ghettizzazione della letteratura di genere abbia avuto come principale risultato il sostanziale impoverimento del panorama letterario generale, conseguenza inevitabile della sempre più massiccia rimozione di tutto ciò che lasciasse anche solo lontanamente baluginare la patina appiccicaticcia e pacchiana di un prodotto destinato a intrattenerci. I racconti horror, le storie di fantasmi, i gialli, i racconti di suspense, di spionaggio, il fantasy, la fantascienza, il pulp, le storie d’avventure: tutto ciò che, fino agli anni ’50, veniva ricompreso nella generale definizione di “narrativa breve” ha iniziato a scomparire dall’orizzonte della letteratura vera e propria (anche quando gli autori si chiamavano Faulkner o Cheever) nel momento in cui ha accolto in sé l’imbarazzante specificazione “di genere”.

L’origine ultima di questo impoverimento Chabon la rintraccia proprio nel fraintendimento di fondo a cui è andato incontro, negli anni, il concetto di intrattenimento, perciò una riflessione sullo stato attuale del racconto breve moderno non può che partire da lì. Ad essa Chabon dedica la prima parte del saggio, e comincia osservando come il termine stesso ormai puzzi di kitsch.

La parola indossa spandex, copricapezzoli, un abito anni Settanta tempestato di lustrini. Emana zaffate di crema abbronzante scadente e di ghiaccioli sgocciolanti, il miasma di finto burro del foyer di un cinema, di karaoke e Jägermeister, di film di Jerry Bruckheimer, di un videogame di Street Fighter che brontola fra sé nell’angolo della sala giochi di una pista di pattinaggio. L’intrattenimento traffica con i cliché e la pubblicità occulta. Attiva zone del cervello lontane dai centri del discernimento, del pensiero critico e della speculazione ontologica. Costeggia il cuore nero della vita e ne soffoca il tenue scintillio nel baglione di una lampada alogena. Le persone intelligenti devono mantenere una certa distanza dai suoi prodotti. Devono maneggiare ciò che le intrattiene con i guanti dell’ironia e con le pinze del postmoderno. Intrattenimento, in breve, significa porcheria, e troppe porcherie fanno male: al cuore, alle arterie, alla mente e all’anima.

fat child eating

Ma è davvero così? Ha davvero senso universalizzare in modo così negativo il concetto di “intrattenimento”, riducendone il ruolo e il senso alle sue sole manifestazioni deteriori? Non è che magari per noi l’intrattenimento – anche, anzi soprattutto in letteratura – si è caricato di significati tanti svilenti semplicemente perché, per una serie di ragioni storiche, ambientali e commerciali, ci siamo abituati a chiudere la mente accettando un concetto tanto svilente come se fosse l’unico possibile? Questo spiegherebbe molte cose. “In questo senso”, prosegue Chabon, “riceviamo l’intrattenimento che meritiamo”.

Storicamente, un simile declino ha radice nel sempre più marcato distacco, prodottosi nel corso della storia, tra intrattenitore e intrattenuto. A un certo punto il destinatario dell’opera si è ritrovato a beneficiarne da solo, sprofondando in una contemplazione passiva che, scartando l’originario senso di scambio reciproco, ha addossato all’intrattenitore “un’ansia da prestazione” ben maggiore di prima nei confronti dell’intrattenuto, facendo crescere a dismisura “il bisogno di approvazione, di conferme, di amore e di incassi al botteghino”. Finché negli ultimi cento anni la sempre più estesa standardizzazione dell’offerta culturale ha fatto il resto:

Non possiamo godere di un’opera d’arte in buona coscienza senza accettare l’implicito intento dell’artista di compiacerci. Ma a un certo punto, nel corso degli ultimi cent’anni, quando il grande apparato del piacere si è messo in moto sfornando prodotti che, seppur gradevoli, patiscono sempre più i danni della fabbricazione di massa – innovazioni fallaci, materiali scadenti, una forza lavoro alienata e un eccesso di indagini di mercato – quell’intento ha iniziato a sembrare sospetto, indegno e sostanzialmente freddo e famelico, come gli occhi di un comico brillante.

Senza contare che, se una simile atmosfera di sospetto sa di falso nell’intrattenimento generale, diventa addirittura inconcepibile in quello letterario. Anzi, la stessa idea di “intrattenimento letterario” è un ossimoro:

Le tavole calde, gli autoricambi, le cene a teatro mirano a compiacere; ma gli scrittori? Nessun genio letterario… si descriverebbe in primo luogo come “intrattenitore”. Un intrattenitore è un uomo in giacca di paillettes che canta She’s a Lady in una sala piena di donne che tirano biancheria intima sul palco.

Ancora una volta, però, la colpa del fraintendimento è nostra. Perché il problema non sta nel concetto, ma nel modo in cui noi ne applichiamo indiscriminatamente la versione più discutibile a ogni forma di espressione. Ecco perché Chabon continua formulando una definizione alternativa, semplice ed efficace, di cosa intende lui per “intrattenimento”:

Vorrei quindi proporre di estendere la nostra definizione di intrattenimento a tutto ciò che di piacevole scaturisce dall’incontro di una mente ricettiva con una pagina di letteratura.

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Sembra ingenuo, vero? Una formuletta un po’naïve, un po’ new age, quasi fatta apposta per far alzare ancora di più il sopracciglio ai già superciliosi critici che se ne stanno là, a difesa di quel fortino. Eppure il campionario di esempi con cui Chabon accompagna la definizione basta e avanza per suggerire l’elasticità del nuovo concetto così formulato. Dal “tendersi dell’orecchio interiore al ritmo e alle modulazioni di una bella prosa” alle avventure sul Rio delle Amazzoni, ai “frattali di motivi e metafore in Nabokov e in Sandman di Neil Gaiman” fino aiGuermantes di Proust, i più riusciti meccanismi narrativi o le più celebri opere letterarie riescono ad adattarsi perfettamente alle maglie di un’idea di intrattenimento che si dimostra facilmente ben più ampia di qualsiasi pregiudizio. La letteratura è intrattenimento. E nessuna scricchiolante distinzione teorica tra lettura e Letteratura è in grado di reggere all’evidenza di fondo: quella che vede proprio nell’intrattenimento l’unica via possibile per stabilire un legame tra scrittore e lettore.

Il senso originario, e incantevole, della parola “intrattenimento” è quello di un reciproco sostenersi, come due alberi cresciuti insieme, intrecciati, che si sorreggono e si danno forza a vicenda. Suggerisce una sorta di trasferimento aereo di energia, di contatto attraverso un vuoto, come il groviglio di acciaio e cavi fra due pilastri solitari di un ponte. Non riesco a immaginare un’approssimazione migliore del rapporto fra lettore e scrittore.

Nessuna lettura con la minuscola, nessuna Letteratura con la maiuscola. L’intrattenimento, nel suo significato più autentico, è la matrice stessa delle relazioni umane. Riconoscerne l’importanza non significa svilire la letteratura, riducendola a un gioco da cabarettisti o a uno spettacolo di varietà. Se per voi “intrattenimento” significa questo, allora quella stessa letteratura che tanto amate non vi ha insegnato nulla. Perché l’intrattenimento

rimane l’unico modo sicuro che abbiamo per superare, o almeno illuderci di aver superato, l’abisso di coscienza che ci separa gli uni dagli altri. La migliore risposta a chi vorrebbe svilirlo e sfruttarlo consiste non nello screditare o ripudiare, bensì nel rivendicare l’intrattenimento come un’occupazione degna degli artisti e del pubblico, uno scambio equo di attenzione, di esperienza e della fame universale di rapporti umani.

Datemi retta: l’ultima cosa di cui la letteratura ha bisogno è una truppa di critici letterari che vogliono farla diventare noiosa come loro.

 

 

Le citazioni da Il briccone vestito di lustrini sono riportate nella traduzione di Francesco Graziosi (Indiana, 2013).

Questo articolo è comparso per la prima volta su Holden and Company.

Luca Pantarotto
Luca Pantarotto
Cura il blog di letteratura americana holdenandcompany.com, collabora a Critica Letteraria, ama i libri abbastanza da avere il buon senso di non scriverne ed è convinto che il mondo sarebbe un posto migliore se molti altri la pensassero come lui.
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