Mr. Writer: Estate
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Estate

«Ho incontrato Jay due estati dopo Katrina, due anni dopo la separazione dei miei genitori, due anni dopo il mio coming out. Era giugno in Mississippi».

29 Mar
2014
Mr. Writer

Jacob Newberry è un giovane scrittore americano nato a Ocean Springs, Mississipi. Un poeta che viene dalla costa e che ha girato il mondo. Parigi, Pirenei e più recentemente un anno a Gerusalemme. Il memoir di quest’ultima esperienza in Terra Santa è What You Will Do, saggio che gli vale il premio della storica rivista Ploughshares come miglior scrittore emergente.

Noi invece l’abbiamo scovato su Granta, rivista londinese di scrittura creativa tra le più importanti al mondo che ha pubblicato lavori di Paul Auster e Don DeLillo, per dirne due. Non capita tutti i giorni di leggere tra quelle pagine il racconto di uno studente di Ph.D. Jacob infatti ancora studia scrittura creativa, con una predilezione per la poesia, alla Florida State University.

È il primo scrittore intervistato per Mr. Writer, una rubrica attraverso la quale vogliamo collezionare conversazioni sul mestiere di scrivere. Estate è un suo racconto del 2011 tradotto da DUDE Mag e ancora inedito in italia.

 

 

Ho incontrato Jay due estati dopo Katrina, due anni dopo la separazione dei miei genitori, due anni dopo il mio coming out. Era giugno in Mississippi: le palme piegate dal caldo della tarda mattinata, le loro fronde castane tremavano nella debole brezza marina. Dalla costa si poteva vedere la barriera di isolette lontano nella foschia, piccoli granelli di un mare vuoto.

Jay aveva fatto coming out da cinque anni ormai – due anni prima che lo incontrassi – quando decise di sposarsi con una ragazza che conosceva da una vita. Voleva una famiglia e allora adottò anche la figlia della ragazza. Lei sapeva di lui, ma sperava sarebbe cambiato. Lui non ce la faceva più a essere gay in Mississipi.

*

Jay aveva trent’anni ma sembrava un ragazzino. Guidava una Jaguar nera con sedili in pelle. Era la sola indulgenza che si fosse concesso oltre al viaggiare: il suo appartamento era scarno, le pareti nemmeno pitturate. Avevo riallacciato i rapporti con Michael, uno dei miei più vecchi amici, l’anno prima. È stato lui a presentarci. Eravamo tutti grandi abbastanza per bere ma Michael e io non avevamo un soldo, quindi Jay ci pagava il nostro gin e noi gli abbiamo insegnato a ballare. Eravamo quattro. Jay era il più grande, ma sembrava il più giovane. Daniel era alto e meraviglioso, un ballerino dai capelli neri. Anche Michael era un ballerino, ma più basso. Sorrideva di traverso, con le fossette. Io avevo dei capelli neri così lunghi che quasi tutti mi scambiavano per una ragazza. Dopo un po’ ho smesso di correggerli.

Passavamo i nostri weekend all’unico gay bar entro cento miglia. Si trovava in una stradina laterale di Biloxi, dall’altro lato della pescheria e del Lee Liquor Store. In Mississippi è meglio non farsi pubblicità con una bandiera arcobaleno, perciò gli avventori più vecchi avevano chiesto di tirarla giù dall’entrata principale. «Non è sicuro», dicevano, «Non c’è bisogno di fargli sapere dove siamo». Il padrone si era messo a ridere e gli aveva detto di non preoccuparsi: «Non siamo più negli anni Settanta».

Il bar aveva un patio sul retro, e le luci degli alberghi del casinò brillavano attraverso il buio. Gli alberghi erano le più grandi costruzioni dello Stato: incombevano sull’acqua, ombre che crollavano in ogni direzione. Si ergevano a ogni angolo della città, campanili fluorescenti che, venendo da sud, segnalavano l’avvicinarsi del nord.

Più giù sulla strada del bar, la vecchia Hancock Bank consisteva ora in una roulotte parcheggiata all’angolo. Il vecchio palazzo di tre piani era stato spazzato via da Katrina. Con tre gradini di legno si saliva al bancomat, una piccola struttura incastonata direttamente nella parete della roulotte. Una lastra di alluminio grigio scuro circondava il fondo per non far passare di sotto procioni e cani randagi. Se avessimo trovato il furgone giusto, pensammo, avremmo potuto agganciarlo alla roulotte e portarci via l’intera banca.

Jay non si ubriacava quasi mai, ma quando succedeva diceva agli sconosciuti parole che lo facevano odiare e amare allo stesso tempo: «Mia madre ha un top come il tuo, ma tu sei più magro e ti sta meglio». In questi casi finiva sempre che lo trascinavamo alla Waffle House alla fine della strada, un edificio rimasto intatto e che aveva riaperto anche prima dei casinò. La nostra cameriera preferita era una vecchia signora che aveva scritto Cricket sul cartellino del nome. Secondo noi non era il suo vero nome, ma lei era sempre molto contenta di vederci. Dopo che per un mese ogni weekend eravamo andati là, lei continuava a pensare che io fossi una ragazza. «Devi stare attenta a uscire con tutti questi uomini» mi metteva in guardia strizzandomi l’occhio. «Uno di loro potrebbe morderti».

Jay voleva che ogni cosa fosse rosa. Le sue magliette erano rosa, il suo accappatoio era rosa, il suo grembiule era rosa, il suo sapone era rosa. Aggiungeva la menta peperita al lattedi Starbucks solo perché così, girandolo, sfumava in un colore simile al corallo. Il suo cocktail preferito era il Sex On The Beach con ciliegine extra. Il barman lo aveva ribattezzato in suo onore Sex At My House perché sapeva che Jay era troppo timido per ordinare una cosa del genere.

*

I bar furono la prima cosa a ricostruire dopo Katrina. I disoccupati e quelli nei ricoveri FEMA avevano bisogno di luoghi dove confrontare le cicatrici della battaglia appena trascorsa: «Casa mia è distrutta», sentivo dire. «Quella è stata la casa della nostra famiglia per cent’anni». Un altro diceva: «Mia sorella ha dovuto trasferirsi a Houston. L’ultima volta che l’ho sentita dormiva in uno stadio». Il gay bar si era allagato, ma la struttura aveva retto. Dopo la ricostruzione, il patio aveva anche un tetto in lamiera increspato, una soluzione temporanea che però non venne mai migliorata.

Un venerdì sera di fine giugno ci fu un temporale intorno a mezzanotte, e ci sedemmo di fuori per ascoltare la pioggia scrosciare, mentre le luci della strada diffondevano su di noi un bagliore arancione. Una donna che non conoscevamo venne a sedersi vicino a noi nel patio, anche lei guardava la pioggia cadere. Aveva un giacchetto azzurro, anche se, nonostante la pioggia e il venticello, la temperatura era oltre i trenta. Diede l’ultimo tiro alla sigaretta e gettò la cicca nel parcheggio. La guardammo mentre cadeva, il lento sfrigolio si sentiva nonostante la pioggia battente, mentre le ultime lingue di fumo risalivano debolmente per l’aria inzuppata. «Amavo la pioggia così tanto» disse. Ognuno di noi era naufrago di sé stesso: la grazia dell’acqua che nutre la terra, la memoria delle alluvioni invendicate, la consapevolezza che per ogni cosa andata distrutta qualcosa di nuovo era stato creato.

*

Jay amava Paula Deen. Dal suo show televisivo aveva imparato la ricetta per cucinare le salsicce al burro farcite con mele e cheddar. Anche la sua passione per i dessert veniva da lei: alla Cheesecake Factory di Atlanta una volta offrì a ognuno di noi una cheescake dal gusto diverso, alla condizione però che lui potesse assaggiarle tutte.

Una sera ci disse, e per noi fu una sorpresa, che nessuno ancora sapeva di lui: «Voi siete i primi amici con cui sono stato onesto». Gli dissi: «Guarda che tutti al gay sanno di te». Mi guardò preoccupato, poi sogghignò: «O magari pensano che sia soltanto un amico attraente?».

*

Non ho mai avuto amici gay. Quando dissi a mia madre che ero gay, lei mi disse: «Sono ancora tua madre, qualsiasi fase tu stia attraversando in questo momento non importa». I miei amici mi volevano bene, ma presto per loro divenni un ornamento. Quando una ragazza venne a sapere che ero gay, il suo viso si illuminò. Mi chiese: «Mi aiuteresti a decorare la mia stanza?». Gli amici maschi cominciarono a chiedermi consigli sui loro capelli. Una ragazza con cui non avevo parlato dai tempi del liceo mi propose di andare a fare shopping insieme. Un amico mi invitò a casa sua prima di un appuntamento con la ragazza. Mi ritrovai nella sua camera da letto, accanto a lui davanti a uno specchio alto come noi: «Secondo te che cintura va meglio con queste scarpe?».

Ho detto a mio padre che ero gay mentre mangiavamo delle costolette di manzo. Ne stava mordendo una quando ho detto: «Papà, probabilmente lo sai già, ma sono gay». Rimise la costoletta mezza morsicata sul piatto, aprì lentamente un tovagliolo bagnato e si pulì la bocca e le dita, poi mi fissò: «Ne sei sicuro?».

*

Jay si era arruolato nell’aeronautica. Lavorava come aiuto all’ospedale militare. Era venuto in Mississipi dopo Katrina, dato che molto del personale medico era andato via dalla costa dopo l’uragano, e l’ospedale della caserma per un po’ di tempo ricoverava i civili più bisognosi d’assistenza. L’ospedale era a corto di personale e lui si offrì volontario per il trasferimento.

La maggior parte delle case in affitto era andata distrutta, perciò quando Jay si mise in cerca di un posto dove vivere, fece gli occhi dolci a un’anziana signora proprietaria di uno dei pochi edifici rimasti in piedi e che ancora aveva appartamenti disponibili. «Sono solo un giovane pilota che cerca di aiutare il proprio paese, signora». Indicò il grado sulla sua uniforme. «Ma se rimango a vivere in caserma sarà difficile per me trovarmi una moglie».

Il bar era vicino alla base militare, e il finesettimana si riempiva di militari in borghese. Una sera il barman venne da noi piuttosto preoccupato: «Ragazzi, c’è una spia dell’aeronautica. Sta prendendo i nomi di tutti quelli che riconosce». Noi quattro ci sparpagliammo per avvisare tutti quelli che conoscevamo, con calma. Jay invece scappò subito. Due minuti dopo il bar era mezzo deserto.

*

Jay non l’aveva ancora detto a nessuno in famiglia o al lavoro. Una volta gli ho chiesto che cosa penserebbero i suoi se scoprissero la sua omosessualità. «Non penso capirebbero», disse, «ma so che mi amerebbero lo stesso». La sua era una famiglia conservatrice e religiosa, proprio come tutte le nostre famiglie. Mi chiese se io mi fossi spaventato a dirlo ai miei genitori, ai miei fratelli e sorelle. «Più che altro è stata una scocciatura», gli dissi, «tutti e cinque vivono in stati diversi. Ho dovuto viaggiare un po’ quell’estate. Non è il genere di cosa che menzioni in un messaggio».

Michael e Daniel l’avevano detto alle loro famiglie anni prima. I loro genitori presero la cosa con riluttanza, all’inizio reagirono con rabbia per poi assestarsi in un silenzio gelido e tacito sull’argomento. Mia madre e io avevamo raggiunto lo stesso stato di détente: quando andavo al gay bar dicevo soltanto «Esco». Se era curiosa qualche volta mi chiedeva: «Dove ve ne andate tutti?». «Al cinema» rispondevo. «O forse guardiamo la tele a casa di Daniel». 

In cambio della sua consapevole e voluta ignoranza, io chiudevo un occhio quando lei pregava a tavola prima di mangiare. Le tenevo stretta la mano quando diceva: «Amen».

In Mississippi questo tipo di trattamento è una fortuna. Ho amici che sono stati meno fortunati di me; amici che sono stati picchiati dai padri, amici a cui le madri hanno detto: «Brucerai all’inferno per questo». Era il meglio che Jay potesse sperare, ma lui ancora non era pronto a sperare.

A Luglio mi imbattei in un vecchio amico d’infanzia della mia città. Si era trasferito in Alabama per il college e finì che ci perdemmo di vista. Nel frattempo aveva fatto coming out ed era contento di vedermi. Sua madre era stata una dei capi della nostra chiesa quando eravamo adolescenti, e suo padre era stato il mio catechista per un anno. Eravamo andati agli stessi campi estivi durante gli anni delle medie, e suo padre ci aveva sempre fatto da accompagnatore. 

Domandai al mio amico come l’avessero presa i suoi genitori: «Sono incazzati» mi disse. Era più giovane di me di un anno, ed era sempre stato molto legato alla madre. Lei continuava a ripetere che dovevo soltanto trovare la ragazza giusta per me: «Non lo so, forse ha ragione». Gli chiesi: «E tu ci credi davvero? Vai ancora in chiesa con loro?», disse: «Vado in chiesa ogni settimana. Non mi darebbero più un soldo se non ci andassi».

Qualche mese più tardi venni a sapere da un amico comune che era tornato a nascondersi. I suoi genitori l’avevano ricattato economicamente, costringendolo a partecipare a uno di quei campi correttivi dove si prega lo Spirito Santo affinché sconfigga le tentazioni dell’omosessualità. L’avevano picchiato e minacciato di essere diseredato. Alla fine ha ceduto.

Chiesi ancora a Jay cosa penserebbero i suoi genitori se venissero a sapere della sua omosessualità. «Mi amerebbero lo stesso, nonostante tutto» disse «e non mi avrebbero mai mandato in uno di quei campi per tornare etero. Mi amano, per amor di Dio».

*

Il repertorio musicale di Jay era per lo più composto da musica cristiana contemporanea, il lascito di ventotto anni di religione. Una notte curiosai tra i suoi cd: Jennifer Knapp, Sandi Patti, Twila Paris. Gli chiesi come mai tenesse ancora Wow Worship tra i suoi cd se non era credente: «Nella vita non si sa mai cosa, un giorno, si potrà avere voglia di ascoltare».

Jay si era fidanzato con una ragazza di nome Karen ancora prima che lo conoscessi. Erano la classica coppia di piccioncini del college. Le aveva proposto di sposarsi sul ponte di una nave da crociera. Sono stati insieme cinque anni prima che lui le dicesse che era gay. Quando lei gli rispose che non capiva, gli fece questa domanda: «Mi ami ancora?», «Sì», disse: «Ti amerò sempre». Quando sarebbe stato pronto a tornare, gli disse, lei sarebbe stata lì ad aspettarlo. Nel corso degli anni rimasero amici, anche se non si parlavano molto. Dopotutto lei viveva dall’altra parte del paese.

Jay credeva nelle storie d’amore vecchio stile. Si era preso una cotta per un ragazzo che lavorava nella pasticceria del centro commerciale. Lo prendevamo per il culo perché andava dietro ai ragazzini di diciotto anni: «Dovresti guidare il pulmino della scuola, dicevamo, e ti pagherebbero pure per passarli a prendere». Gli comprammo un pulmino giallo di plastica, avvolto in carta rosa, e glielo regalammo al bar. Se lo tenne con sé tutta la serata, rifiutandosi di dare spiegazioni a chi faceva domande.

*

D’estate vivevo da mia madre. Quando sono partito per il college, lei si trasferì dalla mia città natale di Ocean Springs alla più vicina Gulfport. La nostra casa fu distrutta da Katrina, ma il suo impiego da infermiera le diede diritto a una ricostruzione immediata. La casa era piccola, ma la mia stanza stava lì per me, ogni estate.

Conosceva Micheal fin dai tempi del liceo, quando eravamo migliori amici. A quei tempi stavo lavorando al M.A. in letteratura francese, e conobbe Jay e Daniel quell’estate. Mi passavano a prendere per andare a cena fuori e lei insisteva perché entrassero a salutarla: «Siete tutti così affamati? Posso prepararvi qualcosa se volete». Ammirava tantissimo il mio talento nel trovare amici di qualità, ovunque mi trovassi: «lo sai che non approvo le tue scelte di vita», mi diceva «ma questi tuoi amici sembrano dei bravi ragazzi perbene».

Il suo preferito era senz’altro Jay. Lui le faceva dei gran sorrisi e prese a chiamarla Ma’am. Un venerdì volle che invitassi Jay a cena. «Ha la famiglia così lontano, ha bisogno di qualcosa di buono preparato da una mamma». Cercai di accampargli qualche scusa, ma lui non ne volle sapere: era contento di venire.

Quando dopo l’uragano Jay le disse di essersi trasferito in Mississipi come volontario, impallidì. «Erano tempi difficili per restare», gli disse «i medici all’ospedale mi hanno detto di andarmene, e la stessa cosa consigliavano a tutti. Dicevano che entro un mese tutti avremmo avuto il colera. Ma io sono rimasta». 

Gli unici angoli della casa rimasti in piedi erano la sua camera da letto e la mia, ai lati opposti della casa. Lei viveva nella sua stanza da sola in quei mesi, quando il caldo di fine estate trasformava l’acqua dei vasi in soggiorno in altrettanti covi di zanzare. Lei lo ringraziò per essersi trasferito qui, per essere venuto quando il resto del mondo se ne correva via. Jay rimase in silenzio. «Ma almeno gli m.r.e. (i pasti al sacco distribuiti dall’esercito, Meat Ready to Eat, n.d.t.) erano buoni» disse ringalluzzendosi un po’. «Per tre mesi i militari li hanno distribuiti agli angoli di ogni strada. Ne hai mai provato uno?» Jay sorrise: «Si, ma’am. Ne mangiavamo un sacco durante l’addestramento. Erano buoni».

Il giorno dopo mia madre non smetteva di parlare di Jay: «Proprio un bravo ragazzo. Educato. Che occhi… e ha anche lavato i piatti!».

Stavamo in cucina, tutti e due in piedi a tagliare funghi con Vivaldi in sottofondo. Lei prese le verdure e cominciò a rigirarle in padella con aglio e pepe. Le passai l’olio d’oliva e andai a mettere Prokofiev. «Mi piace questa», disse sollevando leggermente lo sguardo, «Che cos’è? È il Concerto per pianoforte n.3» le dissi, «Il mio preferito». 

Continuava a cuocere le verdure e lo sfrigolio superava appena il suono della musica. «Hai veramente buon gusto». Andò al lavandino e aprì l’acqua per lavare tagliere e coltelli. «Quindi qual è la storia di Jay?» mi chiese, «Ha un ragazzo?» sciacquava i piatti, io sorrisi: «Mamma, è solo un amico». «Lo so, ma una madre ci pensa a certe cose».

*

Erano i primi d’agosto e una sera eravamo a casa di Daniel a vedere un film. Finito il film ci mettemo a giocare a “obbligo o verità”, senza l’obbligo però. Ogni persona doveva fare al gruppo una domanda a cui tutti dovevamo rispondere. La mia sembrava piuttosto semplice: «Chi è che stai aspettando?».

Daniel disse che lui voleva innamorarsi. Michael voleva far innamorare. Io invece volevo quel genere di storia d’amore sdolcinata che avrebbe tolto a tutti la voglia di essere ancora miei amici. Poi fu il turno di Jay: «Penso di volere una famiglia, di sistemarmi e basta». Daniel non fu d’accordo perché secondo lui la parte divertente era questa, l’attesa. «Una volta che ti sei sistemato», disse, «le sorprese finiscono». «Si, va bene», disse Jay, «ma è così dura a volte. Ho trent’anni, e nessuno vuole un vecchio». Ridemmo di lui e delle stupidaggini che diceva: a trent’anni non si è vecchi e poi lui ne dimostrava diciannove di anni. «Forse è così, ma io è da quando avevo diciannove anni che volevo mettere su famiglia, è tanto che aspetto ormai. Ogni anno che passa si fa più difficile, ve ne accorgerete.».

*

Finita l’estate io e Michael ritornammo nelle città dove studiavamo. Ci sentivamo sempre con Daniel e con Jay, ma fu soltanto l’estate successiva che riprendemmo la nostre vecchie abitudini. Io nel frattempo mi ero laureato e insieme a Michael ero tornato a vivere sulla costa in modo che noi quattro potessimo rivivere l’estate passata.

Un giorno mia madre mi disse che il pastore stava organizzando un’iniziativa per ragazzi ex-gay. Lui stesso era stato in uno di quei campi che, in sole quattro settimane, ti fanno ritrovare insieme alla salvezza anche il desiderio eterosessuale. «È davvero contento di ciò che il Signore sta facendo per lui» mi disse mentre ripuliva il tavolo dai libri. «Non posso immaginare cosa possa significare per qualcuno vivere queste esperienze». Le raccontai del mio amico di scuola, che lei aveva conosciuto quando ero piccolo: «I suoi genitori l’hanno costretto ad andarci, in uno di quei campi».

Lei guardò fuori dalla finestra, scrutando la distanza come se, da un momento all’altro, si aspettasse di scorgervi un grande vascello superare l’orizzonte. Guardai anch’io di fuori. Il nostro guardino era molto grande, e le recinzioni erano state rifatte soltanto da poco. Il nostro pastore tedesco era morto subito dopo l’uragano, quindi non c’era stata nessuna fretta di ripararle. Mia madre aveva lasciato sparsi per terra i suoi vecchi giocattoli di plastica, un modo per ricordarsi ogni giorno di lui. Pensai a lui e al modo in cui era stato trascinato di casa in casa per settimane dopo che la nostra era stata distrutta. In quei primi giorni dopo il disastro non esistevano staccionate rimaste in piedi, solo campi allagati dietro case allagate, terra acquitrinosa priva di confini. Le sue notti le passava in gabbia, i giorni dentro circondato da sconosciuti, e i pochi momenti all’aria aperta era legato con le corde agli alberi. Resistette soltanto pochi mesi.

Un lungo silenzio e poi: «Ha funzionato? Dico il campo». Non mi mossi. Era costato più rimpiazzare la recinzione che rifare tutto il pavimento alla casa. Era nuova, garantita per quindici anni. I vecchi confini erano stati sostituiti. Campi ininterrotti non ce n’erano più.

«Suppongo di sì» dissi; i miei occhi ancora fissi su quei giocattoli di plastica. «Ho sentito dire che esce con una ragazza».

*

Più o meno alla fine di quell’estate Jay conobbe qualcuno. Questo qualcuno – Mark – era simpatico, ma a noi non la raccontava giusta. Al bar, quando vedeva arrivare un amico si alzava e se ne andava nel bel mezzo di una conversazione. Non guardava mai nessuno di noi negli occhi e cambiava discorso quando gli chiedevamo del suo lavoro. Ma Jay era felice, quindi anche noi lo eravamo.

Jay e Mark un sabato mattina ci portarono a Pensacola. Jay sarebbe dovuto partire per la Corea il mese prossimo, ma lui e Mark sarebbero comunque rimasti insieme. Mi sedetti di dietro e cantavamo tutti Where Do Broken Hearts Go con i finestrini abbassati. Cantai in faccia a una coppia di vecchietti nella macchina accanto. La signora mi fece l’occhiolino mentre il marito faceva ripartire la macchina. Vidi Jay guardarmi dallo specchietto, rideva.

In spiaggia, Jay ci disse che non sapeva come avrebbe fatto senza di noi e che dovevamo andarlo a trovare. Noi però i soldi non ce li avevamo. «Li pago io i biglietti». Non glielo avremmo mai fatto fare, ma andarlo a trovare, questo sì, lo volevamo sul serio. In ogni caso io e Jay eravamo gli unici due con il passaporto.

*

Così Jay fu trasferito in Corea e io andai in Francia a insegnare inglese. Ogni tanto ci sentivamo su Skype. Viveva in un appartamento con tre stanze tutte per sé, e ogni giorno camminava mezz’ora per arrivare da Starbucks. «Non sanno neanche cos’è la menta peperita qui» mi disse. Non era mai stato facile per lui farsi degli amici: lontano da noi gli sembrava addirittura impossibile. Mark poteva andarlo a trovare soltanto ogni tre mesi, altrimenti i superiori di Jay si sarebbero insospettiti. Tre mesi dopo mi scrisse una e-mail: «Mark e io ci siamo lasciati. Mi ha tradito, per tutto il tempo».

L’estate dopo sono tornato in Mississipi. Anche Jay era tornato, ma solo per una visita di una settimana. Ora era stato trasferito in California. Io arrivai a casa un paio di giorni prima di lui. Ci aveva mandato a tutti una e-mail: «Lo so che è difficile da capire», scrisse «ma mi sono rimesso con Karen. Ci sposiamo fra tre settimane».

Jay diceva che era stanco di aspettare, stufo di non avere una famiglia, che ripensando ai cinque anni in cui erano stati insieme, lei era ancora l’unica donna che poteva stargli accanto. «Sono ancora lo stesso di sempre, e ancora vi voglio bene con tutto il cuore». 

Da quando tra lui e Mark era finita, Jay era stato male e aveva cominciato a perdere molto peso. Quando chiamò Karen, lei gli disse che aveva una bambina di due anni. Jay disse che l’avrebbe adottata.

Quando Jay arrivò era dimagrito e aveva l’aria un po’ distante. Aveva perso una quindicina di chili. Prima che partisse per la Corea gli avevamo regalato un braccialetto con su scritte le nostre iniziali. Durante quelle settimane che precedettero la partenza, se lo teneva al polso tutti i giorni. Ora invece avrebbe potuto scorrergli su fin sopra l’avambraccio, ma se lo metteva lo stesso, facendo attenzione a non farselo scivolare dalla mano per caso.

A casa di Daniel ci bevemmo qualcosa prima di andare a cena. Ci eravamo stretti in cerchio, in cucina, pronti a brindare al ritorno del figliol prodigo, di colui a cui volevamo un gran bene. Daniel versò l’ultimo Martini a Jay, poi ripose lo shaker sul tavolo. Mi aspettavo proponesse lui un brindisi, ma Jay lo precedette: «Beh, cosa ne pensate della mia e-mail?». Nella stanza ci fu un momento di pausa. «Voglio solo che tu sia felice» disse Daniel, gli occhi fissi nel bicchiere. «Sono sicuro che Karen sia una persona straordinaria». Michael posò il bicchiere sul tavolo e abbracciò Jay. «Non lo capisco, ma anche io voglio che tu sia felice». Io rimasi in silenzio. Jay voleva dire qualcosa. Sembrava sorpreso. Io feci un passo per andare fuori, dicendo: «Devo richiamare mia mamma prima che diventi troppo tardi».

Quando andammo a cena, Jay insisteva perché venisse anche Mark. Erano rimasti amici, nonostante tutto. Jay gli inviò un messaggio mentre noi quattro seduti a tavola parlavamo dello scorso anno. Lui non ordinò cheescake. Era vestito di verde.

«Che cosa pensi dell’ e-mail?» dissi che non lo sapevo. Continuò: «Ma che cosa ne pensi, Jacob?». «Jay» dissi «ti voglio tanto bene. Semplicemente non so davvero cosa dirti». Non mi era sembrato fino in fondo felice quando gli altri avevano dato la loro benedizione. Erano già tutti arrivati alla macchina di Daniel, mentre Jay e io eravamo rimasti indietro, ancora sul marciapiede davanti al ristorante. Evitavo i suoi occhi. Sentivo che la mia opinione era l’unica che contasse per lui. L’aria era carica del rumore delle macchine che passavano sull’autostrada, mentre lui guardò me e poi altrove. Voleva la mia benedizione o voleva la mia maledizione: ma soprattutto voleva che l’amassi con la stessa forza di sempre. Perlustrai il cielo in cerca di stelle: c’era una luna appena crescente, ma le luci della strada coprivano il tutto al di sopra delle nostre teste. «Andiamo» gli dissi, «ci stanno aspettando».

*

Al bar quella sera Jay non avrebbe ballato. «Sono fidanzato adesso». Andò a comprarci da bere, dicendo: «Non so quando ci rivedremo». Andai fuori nel patio con gli altri mentre lui era via. Gli uffici dietro al bar erano stati distrutti dall’uragano, e per anni si erano preoccupati giusto di sistemare un po’ le macerie. Adesso, a quattro anni da Katrina, gli uffici erano stati rimessi in piedi, ma il grande container arancione per la raccolta dei detriti stava ancora lì nel parcheggio e occupava almeno sei posti. Il vento soffiava più forte, un temporale si stava avvicinando. Aspettammo Jay, ascoltando il battere metallico della pioggia sul container dietro il patio.

Domandai agli altri se per caso avessero provato a parlargli del matrimonio con Karen. Nessuno l’aveva fatto. Daniel ci disse: «Vorrei avercelo io il coraggio di sposare una donna. Almeno lui avrà una famiglia ora, sarà normale». Ero esterrefatto. Gli chiesi: «Tu, una donna, la sposeresti?». Lui estrasse una sigaretta dal pacchetto, la spostò in una mano mentre con l’altra portò l’accendino sulla punta della sigaretta. «È solo che sarebbe più facile» disse, la voce bassa e profonda mentre faceva il primo tiro. Michael scosse la testa. «Non ci capisco niente». Daniel lo fissò, scuotendo il dito per aria come se ci stesse rimproverando tutti: «Ormai non possiamo farci più niente. Si sposano la settimana prossima». Lo guardai serio: «Ma ancora non si sono sposati».

Mark se ne era rimasto zitto per gran parte della serata, e non aveva aperto bocca sin da quando eravamo arrivati al bar. Lui rivoleva indietro Jay, ma ormai sapeva che era troppo tardi. «Mi ha detto di essere sicuro di sapere quello che sta facendo» disse. «Beh, si sbaglia» replicai. «Non lo vedi depresso piuttosto?» Michael allora continuò: «E se invece fosse la cosa giusta per lui?» Sbattei la mano sul tavolo, facendo tremare il posacenere. La botta fu più violenta di quanto non volessi, quindi cercai di parlare più piano: «Come fa a essere la cosa giusta per lui?». Daniel sospirò, e rivolse lo sguardo fuori, all’acqua che cadeva dal tetto mentre lui soffiava una nube di fumo via dal tavolo. «Guarda», disse, «quella bambina ha bisogno di un padre, e Jay vuole una famiglia. Che senso ha litigare per questo?» Mark aggiunse timidamente: «Ormai ha deciso. Siamo arrivati troppo tardi». Michael ci fece segno di stare zitti, indicando Jay che apriva la porta con il piede, le mani piene dei nostri bicchieri. «Dobbiamo smetterla, arriva» disse. Daniel sussurrò: «E non facciamogli capire che parlavamo di lui, di questo». Chiesi a tutti, mentre Jay si avvicinava velocemente: «Questo sarebbe quello che ci aspetta?»

*

Jay portò i bicchieri al tavolo. Ripensai a quella mattina di due anni prima. Jay disse: «Karen e io andremo a Seattle in luna di miele». Quella notte la passammo tutti a casa sua. «Sapete, è dove c’è il primo di tutti gli Sturbucks della terra». La mattina dopo mi svegliai e trovai Jay già in piedi che preparava i pancake, secondo la ricetta di Paula Deen. «Karen voleva che fosse una sorpresa, ma alla fine l’ho fatta parlare». Jay aveva il suo grembiule rosa stretto ai fianchi. «C’è anche un buon mercato del pesce». Aveva preparato anche la spremuta d’arance per quando ci saremmo svegliati tutti, un bicchiere di colore diverso per ciascuno di noi. «Ti preparano il pesce come fossero a una specie di circo». Gli dissi che era troppo, che non doveva cucinare per noi. «E ovviamente dovremo salire in cima allo Space Needle». Mi rispose che un buon padrone di casa non lascerebbe ma i suoi ospiti senza colazione. «Mio padre mi ha detto che si vede tutta la città da lassù». Jay canticchiava Whitney mentre continuava a preparare. «Mamma mi ha detto di portarmi una macchinetta digitale». Cominciai a cantare le parole con lui. «Karen ne ha una carina, ma voglio comprarmela lo stesso». La sua voce era un’ottava più bassa della mia. «Quando venite a trovarmi?». Sorrise quando gli dissi che non ce ne saremmo mai neanche andati se continuava a trattarci così bene.

*

Prima di andarmene decisi di parlare a Jay. Era mezzanotte e gli altri ballavano. Lo trovai dentro, seduto a un tavolo all’angolo, nel buio che scriveva un messaggio alla fidanzata. Gli dissi che dovevamo parlare. Mi mise una mano sul braccio: «È tutta la notte che ti aspetto» disse. «E poi Karen già dorme». Di fuori, sul margine della strada, camminavamo nell’aria piena del profumo della pioggia appena caduta. «Perché lo fai?» gli chiesi. «Speravo qualcuno mi facesse questa domanda. Nessuno di loro vuole parlarne».

La luce dei lampioni riluceva sull’asfalto. Non c’era nessun suono, solo il basso lontano che veniva dal bar e i nostri passi che ci trascinavano lentamente verso la baia. Mi resi conto che gli altri probabilmente avevano già scordato la nostra conversazione di prima.

«Credo sia giusto almeno provarci» mi disse con il viso rivolto verso di me. «Ero così solo dopo che io e Mark ci eravamo lasciati, e poi quando parlai con Karen, tutto tornava, mi capisci?». Non dissi niente trascinando rumorosamente il piede sull’asfalto mentre camminavamo. «Lei è l’unica donna con cui potrei stare, di questo sono sicuro. Avevamo una vita così carina insieme, e per così tanto. Mi manca davvero».

Al cavalcavia ci fermammo. Tutti e due guardavamo l’acqua sotto di noi. «Sei attratto dalle donne?» gli chiesi. «Sei bisessuale?». Non disse niente, guardando verso il ponte. «Non so quanto valgano le etichette» disse. «Ma se dovessi scegliere?» insistei. Lanciò un sasso nell’acqua, il tonfo fu più forte delle macchine in lontananza. «Direi di no» disse.

«Cos’è che vuoi provare allora?» domandai. Si girò per tornare indietro verso il bar. «Non ci riesco più, tutto qua. Sono vecchio. Non troverò mai un ragazzo». Camminavamo lenti, chiedendoci ad ogni passo se stare fermi o andare avanti. «E comunque», riprese mentre la voce svaniva e il mio sguardo si faceva più interrogativo. «E comunque, se tutto questo si rivelerà uno sbaglio, avrò imparato qualcosa» disse a bassa voce.

«Non sarà semplicemente un tuo errore, Jay» dissi. «Ci sono Karen e la bambina». Annuiva. «Lo so». Mi fermai per affrontarlo faccia a faccia: «E diciamo pure che il matrimonio duri cinque anni. Se pensi di essere vecchio ora, a quel punto come credi che ti sentirai?» Jay si studiava le scarpe, poi rialzò lo sguardo verso di me: «Non pensi sia giusto provarci ogni tanto nella vita? Pensare a vivere e risolvere le cose più tardi?».

Tornai indietro in direzione dell’acqua. Camminavamo in silenzio, e capii che non sarei riuscito a convincerlo. Ci fermammo davanti alla costa, allo stesso punto di prima. La baia risplendeva di fronte a noi, i riflessi fluorescenti della torre del casinò sembravano ricordi di una memoria elettrica. Ripensai al momento in Long Day’s Journey Into Night quando Mary scende dalle scale vestita da sposa tenendosi le estremità della gonna in mano, gli occhi vitrei, e con voce come distante dice alla famiglia: «Sogno e dimentico, sempre».

Parlai piano, i miei occhi fissi sui piloni lontani del ponte. «Non so che dirti, Jay. Sembri convinto ormai». Respirava con più affanno. «Quello che hai detto mi basta» disse. Mi voltai verso di lui, chiedendomi se fosse poi così vero. Era una notte nuvolosa, piena di nuvole colorate di viola per i riflessi delle luci che si alzavano dal casinò. Afferrai il suo polso, cercando le mie iniziali incise sul braccialetto: «Me lo metto ogni giorno».

*

Una volta, l’estate prima che si sposasse, Jay e io dovevamo raggiungere gli altri a cena. Lui mi era venuto a prendere. Eravamo in anticipo e procedevamo senza fretta sulla Highway 90, la strada che costeggiava la spiaggia per cento miglia. Non sapeva com’era la costa prima di Katrina, e mi chiese di dirgli cos’era cambiato.

A quei tempi niente era ancora stato ricostruito così vicino all’acqua. Lo misi alla prova e gli chiesi se sapeva dirmi dove fossimo, se a Gulfport o Biloxi. Mi guardò come se fosse uno straniero. «Prima si capiva che si era a Biloxi» gli spiegai «Quando comparivano le insegne di Olive Garden e di Red Lobster. Ma ora sono andate anche quelle». C’era lì vicino un palazzo di quindici piani, ma anche quello non c’era più. Passavamo lungo tratti di spiaggia desolati; la sabbia copriva il cemento di spazi che un tempo dovevano essere parcheggi o le fondamenta di ristoranti dimenticati. «Credo che lì ci fosse il Go Kart» dissi sforzandomi di ricordare. «E proprio lì accanto c’era il Cuco, dove ho bevuto il mio primo Margarita».

*

Jay non mi invitò al matrimonio. Sapeva che non ci sarei andato. La sua fidanzata l’aveva visto solo una volta negli ultimi tre anni, ma lo sposò soltanto tre settimane dopo che lui l’aveva chiamata. Daniel scrisse a Jay sulla sua bacheca di Facebook: «Che bella famiglia che hai ora. Non vedo l’ora di averne anch’io una tutta per me».

Dopo che Jay se ne andò, con gli altri al bar riparlai del matrimonio. Variazioni sul solito, vecchio tema. Michael chiese: «Perché sei così negativo su questa storia? Mica è morto». Daniel disse: «Dovresti essere felice per lui. Possiede qualcosa che noi non avremo mai». Andai al bancone, da solo, e ordinai un Sex at My House. Ripensai ancora una volta a Mary che scendeva le scale: «Sogno e dimentico, sempre».

*

Quando incontrai Jay per la prima volta, quando avevo appena fatto coming out, quando noi quattro avevamo passato ogni giorno di quell’estate insieme, una volta dissi a tutti, in lacrime: «Ricordiamoci: è questo ciò per cui noi viviamo».

 

Traduzione a cura di Riccardo Antonangeli.

Illustrazione di Alfredo Chirizzi.

Jacob Newberry
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