Letteratura: Napoli, sulle orme di Anna Maria Ortese
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Napoli, sulle orme di Anna Maria Ortese

Ho passato gli ultimi due anni preparandomi per la tesi di laurea, su Anna Maria Ortese. Una scrittrice meravigliosa, delicata e tenera come un’infanta, la cui fantasia a volte grottesca, a volte amorevole, mi disarma sempre. Lo sbarco a Napoli di Anna Maria Ortese fu un evento traumatico, che la segnò profondamente. Una città caotica e ostile, che […]

18 Lug
2017
Letteratura

Ho passato gli ultimi due anni preparandomi per la tesi di laurea, su Anna Maria Ortese. Una scrittrice meravigliosa, delicata e tenera come un’infanta, la cui fantasia a volte grottesca, a volte amorevole, mi disarma sempre.

Lo sbarco a Napoli di Anna Maria Ortese fu un evento traumatico, che la segnò profondamente. Una città caotica e ostile, che la scuote al punto da iniziarla alla carriera di scrittrice.

Anna Maria Ortese dopo la vittoria al premio Viareggio (agosto 1953)

Partivo dalla Calabria con un certo amaro in bocca. Superato Pizzo Calabro, mi lasciavo dietro la Costa degli Dei. Mi allontanavo fino a non distinguere più i colori dell’estremo limite opposto, Capo Vaticano.

Il cielo era limpido e soleggiato, e mi chiedevo quanto caldo potesse fare a Napoli, rileggendo le pagine dell’oramai troppo consunto Il mare non bagna Napoli (che da qui in poi sarà abbreviato in Il mare).

Ospite della mia cara amica Antonella, in una traversa di Via Tribunali, il suo appartamentino è all’ultimo piano del palazzo e gode di uno straordinario panorama: sullo sfondo, il Vesuvio e il Monte Somma, al di sotto un panneggio di tetti fatiscenti, cupole, torri, palazzi alti. Osservavo trasognante una città di chiese, segreti e misteri, tradizioni, urla e monacielli.

I tetti di Napoli. Casa di Antonella

Uno dei primi tentativi di Ortese di designare la carnevalesca atmosfera partenopea, è nel racconto Il Monaciello di Napoli, ambientato nell’anno 1840. Nella cultura napoletana, i Monacielli sono degli spiriti dalla natura selvaggia e indisponente. Additati come pericolosi dalla Santa Chiesa, furono definiti spiritelli diabolici, che s’insediano nelle famiglie, e con la loro condotta irreligiosa corrompono la gioventù. Vagano per la città facendo dispetti e intonando cantiche spesso scortesi, infastidendo le persone del luogo, sebbene non siano, alla fin fine, delle creature cattive.

Napoli era più bella di quanto la ricordassi. Le sue strade erano rumorose, il profumo di fresco delle lenzuola stese ad asciugare scendeva dai balconi, si mischiava all’odore di frittume lungo la spaccanapoli. Un caos in cui, stranamente, riesco sempre a sentirmi a mio agio.

Ottant’anni fa, qui a Napoli, Anna Maria Ortese pubblicava Angelici dolori (1937). Una silloge di racconti che narrano l’amore adolescenziale avvolto da un velo di innocenza. Con la crescita, poi, questo velo viene strappato con una certa veemenza.

Crescere, agli occhi di Ortese, significa fronteggiare una realtà che si mostra in maniera brutale, oltre che patire il passaggio da un’innocenza angelica a una dolorosa disillusione.

Questa dura visione della realtà, questo nevrotico disincanto, sono dipinti nel ‘53 nella raccolta Il mare non bagna Napoli.

Ortese riporta uno «spaesamento» che, agli occhi dei suoi lettori, e per i Napoletani nello specifico, viene tradotto come repulsione per la città.

Tra gli ultimi scritti de Il mare, vi è Il silenzio della ragione: una sorta di cronaca narrativa di incontri con intellettuali napoletani, di cui memorabili sono i ritratti che la scrittrice dipinse di Luigi Compagnone e Domenico Rea.

Nella Napoli degli anni ’50, la ventata di amarezza avversa ad Ortese provenne dall’aver reso noto il fallimento della classe intellettuale, nell’incapacità di essa di incidere significativamente sulla vita di Napoli.

Allora, quelli che erano stati gli ideali marxisti (gli obiettivi del partito e di tutti gli intellettuali de Il silenzio della ragione) venivano spazzati via dall’inettitudine dei loro portavoce.

Passeranno quarantuno anni, prima che la scrittrice possa raccontare il retroscena di quei racconti, che troviamo nella prefazione dell’edizione Adelphi (1994), dal titolo Il «mare» come spaesamento:

Ebbene, la scrittura del Mare ha un che di esaltato, di febbrile, tende ai toni alti, dà nell’allucinato: quasi in ogni punto della pagina presenta, pur nel suo rigore, un che di «troppo»: sono palesi in essa tutti i segni di una autentica «nevrosi». Quella «nevrosi» era la mia. E da dove avesse origine sarebbe troppo lungo e impossibile dire.

[…] Da molto, moltissimo tempo, io detestavo con tutte le mie forze, senza quasi saperlo, la cosiddetta realtà: il meccanismo delle cose che sorgono nel tempo, e dal tempo sono distrutte. Questa realtà era per me incomprensibile e allucinante.

Calava lenta la sera su Napoli. Il cielo scuriva, adagio. In una traversa di via Tribunali ho alzato gli occhi: ci sono vicoli stretti, con mura altissime che privano loro della luce.

Ci sono posti, in questa città, dove al sole non è consentito scendere così in profondità e aleggia un che di malinconico nelle urla degli interni familiari. Si resta sospesi in un’atmosfera magrittiana, oscura e luminosa, tra il buio e la luce: i lampioni sono accesi, ma lì fuori è ancora giorno. Un incanto del sud, che mi è dato godere solamente qui, a Napoli.

Traversa di via dei Tribunali. Oscurità e Luce.

Non credo esistano altri posti, in Italia, che riescano a parlare allo stesso modo di Napoli; si serve della sua gente, delle grida, le imprecazioni, della luce e dell’ombra, del cibo e, sì, anche della violenza. Napoli, agli occhi di chiunque la osservi, è nuda.

Ed è una città che non perdona chi le fa uno sfregio, così come non ha perdonato Ortese, che in un testo del ‘75 mistifica la stessa città con il nome di Toledo, ne Il porto di Toledo. Con grazia e amorevole riguardo, la scrittrice ambienta la sua adolescenza sotto le spoglie di Damasa. Ma Napoli continua, imperterrita, a punire la scrittrice con la sua indifferenza.

È l’ora dell’aperitivo e siamo seduti in un bar di Piazza Bellini. Una nuova amica mi consiglia caldamente, per vivere il puro folclore che tanto distingue Napoli dal resto d’Italia, di salire a bordo di un, da lei denominato, “Pullman di città”.

A sentirla, credo parli di quegli bus turistici, scoperti sul piano superiore, dove anziani o ragazzini sovreccitati delle gite scolastiche girano per le città.

Soltanto in un secondo momento capisco che sono normalissimi bus urbani; mi chiedevo come mai, fra tutti i posti incantevoli di Napoli, io dovessi sprecare il mio tempo su un autobus:

«Perché lì c’è la gente vera. Magari becchi quello che ti dice “ti stanno a ruba’” e magari è lui stesso a derubarti. C’è gente di qualunque tipo. Poi io adoro ascoltare le storie dei vecchi».

D’un tratto, come se io non esistessi più, lo sguardo ridente della ragazza mutava in un che di tetro. Concentratissima, si riversava sul telefono. L’avevo perduta.

Il mattino dopo avrei camminato come forse mai nella mia vita (inutile dire che avevo totalmente eclissato il consiglio della ragazza).

Avevo percorso l’intera via Toledo ed ero arrivato nella maestosa Piazza del Plebiscito. La mia destinazione era Vicolo della Cupa, in via Santa Maria in Portico. Lì abitava la piccola Eugenia Quaglia, protagonista del primo racconto de Il mareUn paio di occhiali: la piccola Eugenia è affetta da una malattia agli occhi, curabile solamente con un paio di occhiali, spesa che si addossa la Zia Annunziata.

L’impatto della bambina, nello scontrarsi con la nuova condizione di vedente, le suscita un malore allo stomaco. Vedere il mondo attraverso gli occhiali causa un senso di nausea, un rigetto. Eugenia dovrà abituarsi ad osservare la realtà così com’è, nuda e cruda nella sua miseria.

Via fratelli Magnoni (Già vicolo della Cupa)

Lungo la riviera di Chiaia, ero giunto di fronte alla chiesa di Santa Maria in Portico. Ho continuato a girare nei paraggi ma questo Vicolo della Cupa non si trovava.

Imboccata Via Fratelli Magnoni, dove sotto vi era scritto “Già Vico della Cupa”, pretendevo di saperne di più. Una madre grida contro il figlio. Credo Zi’ Nunziata urlasse in quell’esatto modo: «Ottomila lire, vive vive!», era il suo mantra.

Ho chiesto a un anziano dove fosse questo Vico, ma no, non lo conosceva, così come non conosceva Anna Maria Ortese. Ad altre persone avevo chiesto, ma nessuno sapeva nulla.

Lasciavo così perdere il Vico per percorrere tutto il lungomare: una lunghissima distesa azzurra, che riluceva cristallina, in una caldissima giornata d’estate. Un mare che per tanti altri popoli è stato fonte di commercio e fama, sorgente di rigogliosità e ricchezza, la cui prosperità, però, non bagnava la Napoli di Ortese.

Pensavo al racconto Il mare di Napoli, dalla raccolta L’Infanta sepolta, in cui il mare è simbolo di libertà, di spensieratezza, dove Ortese ambienta la città del dopo la guerra, cosa la guerra avesse lasciato nelle persone:

Il sangue di questa gente, che non è stata mai veramente lieta, pareva annerito e sconvolto; colpiti in qualche parte il suo dolce cervello, la sua semplicità di bambino; la grazia del linguaggio perduta, svanita, come in una ragazza che si sia data al marciapiede; ugualmente perduta, sepolta, la gentilezza del gesto, che rendeva caro a tutti questo popolo vivace. La loro stessa vivacità era divenuta inquietudine, e una superficiale gaiezza copriva una selvaggia malinconia, un senso immobile nei cuori di disfacimento, di fine.

Veduta da Castel dell’Ovo

La città, nella produzione di Anna Maria Ortese, si mostra in due maniere: c’è la Napoli fascinosa e piena di segreti, ricca di storie e magia, di tradizioni, i cui più bei ritratti sono proprio quegli incantevoli borghi decadenti. La troviamo perlopiù nei racconti ambientati nel fine ’700 (Il cardillo addolorato (1994), Mistero doloroso (2010), Il monaciello di Napoli (2001); e c’è la Napoli oscura, che si avvolge di tenebra tra i vicoletti e nei suoi sotterranei, dove Vittorini riconobbe una prosa senza eguali. Con parole divenute celebri, parlò di Ortese come una zingara che aveva vagato per la città «come una sonnambula». Trapela la miseria, il cordoglio della città florida e maestosa che era un tempo, l’infernale plebe che sciaborda rumorosamente nel degrado nefasto dell’Italia dopo le due guerre.

Risalgo per Via Toledo e passo da Piazza Dante, dove nel racconto Grande Via, sempre ne L’Infanta sepolta, Ortese designa il trambusto di una fiera di carrozze che passano, negozi, fiorai, palazzi che scorrono come su una pellicola.

Le librerie sono ancora lì, dopo tanti anni, piene di banchi con libri in offerta. Io cerco il suo In sonno e in veglia, nessuno ce l’ha. Sono pochi i venditori de Il mare ma nessuno pare conoscerla.

Piazza Dante

L’ultima tappa che mi ero prefisso, era il terrazzo del Museo Madre.

Avevo gentilmente chiesto a un addetto se potessi saltare la mostra (che avevo già visto ad aprile) e salire direttamente all’ultimo piano. Un po’ titubante, mi lascia prendere l’ascensore fino al terzo piano, dove ragazza mi indica la strada per salire sul terrazzo.

Ho salito quella rampa di scale con molta calma, fermentando uno strano fervore, fino a quando non mi ero voltato a destra, e l’avevo vista: Il mare non bagna Napoli, di Bianco-Valente:

Sopra uno dei tetti di Napoli si stendevano queste venti lettere in ferro bianco, attraverso le quali vedevo la città. Era una semplice scritta, eppure, con un nodo alla gola, ero commosso.

Questo era forse l’unico omaggio ad Ortese in tutta Napoli e io ne ero così estasiato. Tutte le immagini della raccolta de Il mare mi passavano per la mente, e riflettevo sul valore immenso di quest’opera, che finalmente trovava qui un riscontro.

Lasciavo dunque Napoli con sollievo; salito sul treno, avevo iniziato a guardare tutte le foto che avevo scattato in quei due giorni.

Come le pagine di un libro sfogliato velocemente, mi ritornavano alla mente tutte le persone incontrate a Napoli, fermentando d’altra parte un certo risentimento: nessuno, ripeto, nessuno conosceva Anna Maria Ortese.

In questo mio soggiorno napoletano, una sola persona la conosceva, ed era un giovane professore di Lettere con il quale avevo conversato amichevolmente la sera prima della mia partenza. Parlava circa un corso di Letteratura di genere all’Università, ma da come sviava l’argomento Ortese avevo capito che di lei conosceva soltanto il nome.

Alla fine di questo mio lungo cammino, come se Anna Maria fosse accanto a me, le ho chiesto: pensi che la tua Napoli non ti conosca per davvero, o che si rifiuti di riconoscerti? Oppure, pensi che ti punisca fingendo di non conoscerti?

Vorrei tutti i napoletani fossero a conoscenza della nostalgia che trapela tra le opere di Ortese, un amore malinconico per una città che non l’ha mai assolta, e il cui ricordo la tormenterà fino alla fine.

Soltanto pochi giorni prima di andarsene, Ortese ritoccava la nuova edizione de Il porto di Toledo, il libro cui era più legata. Perché il suo testamento più amoroso, più intimo, doveva essere perfetto; con questo suo ultimo tributo a Toledo/Napoli finalmente avrebbe trovato il suo riscatto. Napoli deve perdonare la sua più fervida ammiratrice.

Si dice che, fra le sue ultime parole, abbia detto anche «Voglio vedere il mare». Forse era vero, Ortese pensava alla sua Napoli.

Anna Maria Ortese è andata via pensando al mare che bagna Napoli.

Bianco-Valente, Il mare non bagna Napoli. Terrazzo del Museo Madre.
Marco Ceravolo
Marco Ceravolo
Laureato in Lettere Moderne, Marco Ceravolo, Calabrese d’annata 1991, vive a Bologna, dove scrive canzoni e coltiva il sogno di diventare autore di racconti visionari e reportage di viaggio.
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