Perchè difendo “Purity” di Jonathan Franzen, senza averlo letto
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Perchè difendo “Purity” di Jonathan Franzen, senza averlo letto

La scelta di scrivere questo post nasce dalla mia oggettiva incapacità di capire. Dal momento che questa sarà una riflessione ad alta voce, tanto vale cominciare a darsi da fare e trovare il bandolo della matassa o almeno iniziare ad intravederlo.

La scelta di scrivere questo post nasce dalla mia oggettiva incapacità di capire. Dal momento che questa sarà una riflessione ad alta voce, tanto vale cominciare a darsi da fare e trovare il bandolo della matassa o almeno iniziare ad intravederlo.

frenzen_purity

La questione fondamentale è il rapporto tra Franzen e il mondo contemporaneo. Ogni volta che si tira in ballo Jonathan Franzen si torna, come in una specie di nostos omerico, alla casa avita del rapporto tra Franzen e la tecnologia. Ed in quel contesto scegliere chi sia Agamennone e chi sia la Clitennestra accecata dall’amore per Egisto è piuttosto semplice. La facilità con cui il Franzen moralista viene sovrapposto al Franzen narratore da un lato facilita il compito dei semplificatori di professione; dall’altro, con un paradosso degno della corsa di Achille contro la tartaruga, facilita ed amplifica quella tesi franzeniana così antimoderna e luddista e snob secondo la quale, in buona sostanza, Internet ed i social network ci stanno fottendo il cervello, impediscono un organico sviluppo delle idee e non consentono una effettiva ed apprezzabile obiettività delle informazioni che si ricevono. La questione del Franzen narratore passa inevitabilmente in secondo piano; la possibilità che Le Correzioni o Libertà o il nuovo Purity siano libri illeggibili, con personaggi non riusciti, con trame irricevibili o sviluppi narrativi discutibili non è rilevante. Quello che invece è rilevante è il resto, più o meno mediato.

Sarebbe sciocco ed offensivo nei confronti dell’intelligenza del lettore medio presumere che non ci sia da parte di Franzen un tentativo di veicolare una sua personalissima visione del mondo attraverso le proprie opere. Il che è vero per circa il 98% degli autori di ogni epoca e luogo. Quello che personalmente trovo affascinante nella produzione di Franzen, nella fiction quanto nella non fiction, è la serietà e la sistematicità della costruzione del proprio pensiero e della propria opinione. Leggere Franzen è, a prescindere dal giudizio estetico o morale, un esercizio che mette in contatto con un autore che gode della capacità, non esattamente comune, di dare organicità alla propria visione del mondo e di avere quindi spalle sufficientemente solide per reggere il peso della propria proposta. In questo senso l’opera dei recensori di professione e degli stroncatori di stretta osservanza denota una certa superficialità, quella stessa superficialità che induce a sintetizzare tutta la complessità de Il Progetto Kraus in un lapidario «Franzen odia tutti», come ha giustamente osservato Luca Pantarotto in un nostro recente “dialogo” su Facebook. O magari impone di cercare tra le pieghe di Come stare soli una forma di snobismo altezzoso nei confronti della letteratura di genere. Oppure, forse, richiede che si consideri Più lontano ancora come una specie di masturbazione autoreferenziale finalizzata alla trasformazione del proprio ego in una sorta di Marshmallow Man di ghostbustersiana memoria. Nel mentre queste elucubrazioni prendono forma ed il fumo delle relative argomentazioni si spande, Le Correzioni centra il bersaglio della disfunzionalità tipica delle famiglie americane e lo fa con clamorosa precisione e con una capacità narrativa difficile da eguagliare; nel frattempo Libertà, che pure non è la cosa migliore di Franzen e che secondo me rende qualche centimetro a Forte Movimento, individua tutte le contraddizioni che siamo soliti associare alla società americana e le amplifica, le caratterizza e le trasforma da categorie sociologiche in maschere tragiche.

In questo senso Franzen è un narratore. In questo senso Franzen è anche un uomo del suo tempo. Probabilmente lo sarà anche in Purity, romanzo che personalmente non ho ancora letto ma di cui credo di sapere più o meno tutto a giudicare dall’incessante e tamburellante attività di progressiva mistificazione del suo autore che vedo girare su Internet. La complessità dell’impalcatura franzeniana impone che si legga tutto di Franzen e lo si legga in un qualche ordine, quanto meno partendo dalle date di pubblicazione. Occorre essere sistemici se si ritiene di voler esprimere un giudizio compiuto su un autore sistemico. Lo stesso vale per altri autori: vale per David Foster Wallace, vale per Philip Roth, vale per John Steinbeck, vale per William Faulkner. Se un autore costruisce un personaggio lo fa perché il personaggio incida sulla sua propria realtà contingente; e nel momento in cui questo personaggio incide sulla sua propria realtà contingente si qualifica come tipo umano partecipe della più ampia e complessa Realtà Generale. Il giudizio di Wallace sulla società dei consumi, le considerazioni di Roth sui rapporti umani, la valutazione della condizione umana di Steinbeck e le impressioni di Faulkner sugli equilibri razziali mi pare abbiano lo stesso diritto di cittadinanza delle tesi franzeniane sulla modernità.

Ma mi pare altrettanto chiaro che concludere con un bel «Franzen ha un problema col mondo» è molto più smart e decisamente più coerente con la meravigliosa libertà concessaci dai social network, loro sì in grado di formare a dovere la nostra coscienza. Il che, mi pare, pone un problema di coerenza ed al tempo stesso impone una riflessione sulla nostra capacità di approfondire e di affrancarsi dalla schiavitù della banalità. Non sono d’accordo con Franzen perché continuo a credere che Internet ed i social network, se usati bene, siano una meravigliosa opportunità. Sono totalmente d’accordo con Franzen nel momento in cui Internet ed i social network si trasformano in una palestra in cui si esercitano i muscoli della superficialità.

Riflettere sul mondo è un esercizio che la letteratura ha il dovere di facilitare. Le tessere che compongono il puzzle sono sfuggenti ed è difficile districarsi tra le pieghe del Reale. In questo senso l’attività di osservazione e collegamento di un intellettuale è un tesoro prezioso perché stimola la riflessione senza imporre la necessità di dover essere d’accordo. Quanto al resto, io mi auguro che Purity sia un libro orrendo, che i suoi personaggi facciano schifo, che la sua traduzione sia scadente, che il suo spessore linguistico sia infimo e la sua capacità di stimolare una qualche reazione emozionalmente rilevante sia prossima allo zero assoluto. Desidererei davvero che fosse così. Avremmo finalmente qualcosa di cui parlare.

 

Questo articolo è comparso per la prima volta su Un crotalo al sole.

Andrea Maugeri
È nato a Roma trentotto anni fa e negli ultimi trentotto anni non ha mai cambiato città. Nella vita scrive di libri, parla di libri, compra libri. Ha un gatto di nome di Aprile e, di solito, fa il tifo per i cattivi.
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