Letteratura: Philip Roth e il trionfo della Merda
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Philip Roth e il trionfo della Merda

  Pochi giorni fa è venuto a mancare uno tra i più importanti esponenti della nostra letteratura post-moderna. Devo essere sincero: la lettura di Pastorale Americana non m’aveva chissà che entusiasmato, forse perché ero appena uscito dal più grottesco e oscuro De Lillo, il cui ritratto dell’America del suo tempo m’aveva lasciato un languore incomparabile. […]

27 Mag
2018
Letteratura

 

Pochi giorni fa è venuto a mancare uno tra i più importanti esponenti della nostra letteratura post-moderna. Devo essere sincero: la lettura di Pastorale Americana non m’aveva chissà che entusiasmato, forse perché ero appena uscito dal più grottesco e oscuro De Lillo, il cui ritratto dell’America del suo tempo m’aveva lasciato un languore incomparabile.

Quando, appena sveglio, ho letto della morte di Roth, ho pensato con dispiacere a quel Nobel mai vinto.

Subito dopo, mi è venuto in mente il testo che più m’aveva turbato, Patrimonio. Una storia vera. Un resoconto della malattia del padre, ma anche un coronario di esperienze in rapporto alla perdita, al lutto, che nel testo ripercorriamo attraverso elementi aurei e nostalgici, come gli oggetti del passato, con i loro aspetti simbolici, e quelli più terreni, come la merda.

Lo sconvolgimento che trassi da Patrimonio era nella mera rappresentazione della figura paterna, del tutto stravolta da una narrazione sempre molto scorrevole — tipica di Roth — che, d’altra parte, portava dentro lo scatafascio di un ruolo cardine nella nostra società.

A parlarne più approfonditamente è un eccellente saggio di Massimo Recalcati, Cosa resta del padre? La paternità nell’epoca ipermoderna, e a riguardo, viene approfondita la tematica dell’eredità.

Partiamo qui da una frase Lacaniana: «Fare a meno del padre a condizione di servirsene», dove fare a meno è in relazione al raggiungimento e avvallamento della figura paterna, dunque non esserne più assoggettati, e insieme servirsene accettando la sua eredità.

La storia vera è in merito alla reale vicenda della morte del padre, Hermann, ottantaseienne che lotta contro un tumore al cervello. La scena che apre la storia è l’immediato decadimento del corpo di Hermann, che perde la vista all’occhio destro:

[…] la palpebra inferiore dell’occhio danneggiato faceva una borsa che rivelava l’interno della cavità oculare, la guancia da quel lato era floscia e senza vita come se sotto la pelle fosse stato tolto l’osso, e le labbra non erano più ritte ma tirate giù diagonalmente attraverso il viso.

[Patrimonio. Una storia vera, p. 3]

Dunque, ciò che rende questo testo veramente incomparabile è un ritratto del padre che è tutto meno che onorevole. Quella che era stata una presenza autorevole e imponente è qui ridotta a una terribile commiserazione del corpo malato, cadente.

Certo, non è il primo a fare del padre una bassa rappresentazione. Ricordiamoci il traumatico evento di Freud del padre e del cappello, riportato ne L’interpretazione dei sogni: un gruppo di cristiani strappano il cappello al padre perché ebreo, e nel suo non-agire Sigmund ne ravvede la de-naturalizzazione della paternità nella sua accezione divina.

Il risvolto più tenero è negli oggetti del passato che l’autore vorrebbe trattenere e, allo stesso tempo, buttare via. Quelle cose che si fanno pregne di un grado di significazione dolorosa, perché in relazione all’appartenenza/non appartenenza del padre: i tovaglioli dall’Irlanda, la tovaglia dalla Spagna, l’orologio di porcellana regalato alla madre defunta, comprato a Budapest.

A poco a poco mi ripresi tutto, colpito ogni volta da com’era irrilevante, per lui, il valore sentimentale — e anche il valore materiale — degli oggetti che avrebbero dovuto dimostrare l’affetto delle persone che gli stavano più a cuore. […] Oggetto per oggetto, mi ripresi tutto come un solerte impiegato dell’ufficio rimborsi di un eccellente grande magazzino, ma chiedendomi se quello che pensava, mentre incartava questi doni nei giornali vecchi e li imballava dentro scatole di ogni genere era che in questo modo, dopo il funerale, non avremmo dovuto preoccuparci di troppa della sua roba.

[Patrimonio. Una storia vera, p. 69]

Ma nel prendersi tutti gli oggetti a carica luttuosa, acquisisce anche quella che è la natura spettrale dei loro precedenti proprietari. Motivo per cui, contrariamente al figlio, il padre muove i suoi sentimentalismi verso la negazione, allontanando da sé tutti gli oggetti appartenuti alla moglie defunta. Allo stesso modo, alla morte della madre, Philip si rifiuta di essere incluso nel testamento del padre, lasciando così tutto al fratello.

Quando poi il padre lo esclude per davvero, ecco che il figlio entra in conflitto con se stesso. Si sente adesso buttato fuori da quel patrimonio che invece gli spetta di diritto.

L’oggetto però simbolo dell’eredità è una piccola tazza da barba, passata da padre in padre, l’elemento cardine dell’identificazione nella figura paterna.

La sua tazza aveva l’aura di un reperto archeologico, un manufatto che indicava un inatteso livello di raffinatezza culturale. […] Nel corso degli anni, quando poteva farlo, si era sbarazzato di quasi tutti gli oggetti «inutili» coi quali si sarebbe potuto pensare che qualcuno di noi avesse un legame sentimentale.

[Patrimonio. Una storia vera, p. 19]

Giungiamo al vero trionfo del testo, per non perderci in ulteriori richiami e risvolti.

Arrivato a pagina 134, ho trattenuto il respiro e ho sgranato gli occhi. Hermann sta facendo la doccia, ma uscendo ha una crisi intestinale. Ecco la scena che si presenta al figlio, entrando in bagno:

La merda era dappertutto, spalmata sul tappetino del bagno, incrostata sull’orlo del water e, ai piedi del water, in un mucchio sul pavimento. Era schizzata sul vetro della cabina della doccia da cui era appena emerso, e la roba abbandonata sul pavimento del corridoio ne era inzaccherata.

[…] — Mi sono smerdato addosso, — ripeté lui, e questa volta si sciolse in lacrime.

[Patrimonio. Una storia vera, pp. 134-135]

Tazze, bicchieri, tovaglie, orologi, soldi, proprietà: poteva essere questo il patrimonio di Hermann? No. L’eredità di Hermann è un trionfo di merda, pulita dal figlio con la solennità di chi raccoglie le feci del proprio cane per strada.

Questo, dunque, era il mio patrimonio. E non perché pulire fosse il simbolo di qualche altra cosa, ma proprio perché non lo era, perché non era altro, né più né meno, della realtà vissuta che era.

Ecco il mio patrimonio: non il denaro, non i tefillin, non la tazza per farsi la barba, ma la merda.

[Patrimonio. Una storia vera, p. 137]

Ecco spazzata via quell’immagine eroica e ferma del padre, adesso visto in lacrime mentre prega il figlio di non dire a nessuno ciò che ha visto. Con questo estremo saluto al padre, Roth decostruisce l’imago del Padre, qui annullata di tutti quei connotati che la società è solita attribuirle.

Il Patrimonio di Roth, per noi lettori, è invece un’ingente mole di testi di straordinaria visionarietà, da leggere, capire, contestualizzare.

«Il miglior modo per rendere omaggio a uno scrittore è leggerlo», dice la bravissima book blogger Ilenia Zodiaco, e così ho riletto quelle pagine di Roth, ripercorrendo la lezione appresa: Il patrimonio non è solamente composto da oggetti materiali, ma anche da ciò che è indelebilmente e traumaticamente impresso nella memoria.

 

In copertina: illustrazione di Marco Ceravolo.

Marco Ceravolo
Marco Ceravolo
Laureato in Lettere Moderne, Marco Ceravolo, Calabrese d’annata 1991, vive a Bologna, dove scrive canzoni e coltiva il sogno di diventare autore di racconti visionari e reportage di viaggio.
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