Letteratura: Il Piccolo Principe: riflessioni deplorevoli su un libro per bambini
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Il Piccolo Principe: riflessioni deplorevoli su un libro per bambini

È capitato forse a tutti gli assidui lettori di libri, a tutti i letterati, cultori o semplici curiosoni dell’ambito letterario, di impelagarsi in discussioni sull’amatissimo Il Piccolo Principe. Quando è toccato a me discutere al riguardo, ho sempre provato sentimenti contrastanti. In primis perché non credevo fosse un testo al livello di tanti altri classici; in secundis finivo sempre […]

12 Set
2017
Letteratura

È capitato forse a tutti gli assidui lettori di libri, a tutti i letterati, cultori o semplici curiosoni dell’ambito letterario, di impelagarsi in discussioni sull’amatissimo Il Piccolo Principe.

Quando è toccato a me discutere al riguardo, ho sempre provato sentimenti contrastanti. In primis perché non credevo fosse un testo al livello di tanti altri classici; in secundis finivo sempre col chiedermi «ma non è un libro per bambini?»; in terzis, quando volevo parafrasare il pensiero del secondo punto, finivo col dire cose del tipo: «Era un libro che leggevo quando ero più piccolo», e la risposta era sempre la stessa: «Eh, sì, ma quando sei più grande capisci molte più cose.»

Un testo amato dai bambini, ma in maniera speciale dagli adulti, che ne acuiscono un senso più profondo, più “filosofico”. Lo stra-amatissimo Principino è argomento di discussione di tutti i dolci sognatori, di tutti quelli che credono alla purezza e al candore che distingue l’animo umano, a tutti coloro che non vorrebbero mai dimenticare com’era vedere il mondo con gli occhi di un bambino che sapeva come godere delle bellezze del mondo.

Prima di andare avanti, una piccola precisazione: la serie di riflessioni che seguono non sono rivolte al testo in sé (che ho apprezzato fino a una certa età), quanto alla retorica spicciola che gli è stata costruita intorno nel corso degli anni.

Le idee contrastanti su Il Piccolo Principe erano da me sempre taciute, forse perché non capivo appieno perché questo libro facesse un effetto strano alle persone. Poi, per caso su una bacheca random di Facebook, trovo il video di una youtuber e attrice.

Uno sguardo tetro, una voce soffusa, a tratti pensi stia per sfondare lo schermo e ti strozzi se osi contraddirla. Diciamo che aveva centrato in pieno ogni mia riflessione, con un’aggiunta che mi ha totalmente folgorato. Con una parola sola, Maddalena Balsamo ha aperto una nuova breccia sulla significazione del Piccolo Principe: «Così borghese, il Piccolo Principe». Borghese.

Chi vuole cercare di capire, provi, come ho fatto io, a ripulire la mente da qualunque opinione riguardo il testo e lo accosti alla parola Borghese. È così incredibilmente vero.

A differenza della Balsamo, io ritengo che il testo abbia tutti quei pretesti per essere un libro per bambini: un piccolo e saggio eroe, in un pianeta a se stante, in un mondo di fantasia. È un testo per l’infanzia, lo apprezzo come tale.

Quando, d’altra parte, viene posto sul piano dei classici (una volta ho assistito al salto pindarico da Defoe a De Saint-Exupéry), allora vengono fuori tutte quelle peculiarità che lo rendono un insopportabile Borghese:

un bambino che vive in un pianeta tutto proprio, impartisce lezioni di vita a un tizio qualunque.

Un lettore facilmente può dirsi: «Facile parlare per te, che vivi in un pianeta tuo, dove tutto è rose e baobab. Poi diventi grande, ti fai crescere la barba e con il cappello fedora pretendi di leggere Osho in uno Starbucks tutto tuo».

Le discussioni sul Piccolo Principe vertono sempre sullo stesso punto.

Io chiedo: «Cosa ti è piaciuto di più?»

La persona in questione risponde: «La filosofia che c’è dietro»

Poi, io replico: «Ok, dimmi la filosofia che c’è dietro allora»

Risposta: «Quella di vedere il mondo con gli occhi di un bambino, perché il mondo degli adulti è brutto e cattivo».

Ok. La domanda che sorge spontanea è: ma tu a venti, a trenta, quaranta, sessant’anni avrai veramente ancora bisogno di vedere il mondo con gli occhi di un bambino? A che pro? A che serve vedere il mondo con gli occhi di un bambino, quando il mondo è un covo di orrori che prolifica ogni giorno in violenza, omicidi, attentati, stupri e Salvini?

«Se tu non apprezzi il Piccolo Principe, allora hai un cuore di pietra.»

No, non ho un cuore di pietra. Sono una persona adulta, e nella mia maturità (magari pure triste) voglio essere consapevole di ciò che ho intorno, voglio essere disilluso (la mia parola preferita). Vedere il mondo con occhi più innocenti, non vuol dire essere più speciali di altri.

Non viene riservato un posto in paradiso a chi, in un disegno che raffigura un cappello, ci vede un boa che ha mangiato un elefante.

Inoltre, vorrei ricordare una cosa. Mentre ci costringiamo a vedere il volto più puro e innocente del mondo, nel frattempo prolifica questo:

 

 

E questo:

 

 

E questo:

 

 

Ho letto tante volte questo libretto, fino ai 17/18 anni. È un testo che per Sofia, mia nipote di dieci anni, va più che bene. A una bambina raggiante, dolce e già di per sé sensibile, può soltanto far bene imparare che la cura di una rosa o l’ammaestramento di una volpe, è preferibile alla tortura di gatti o al bruciare cassonetti. Mi commuovo spesso trovando nei suoi occhi l’allegria infantile di chi non sa dove l’uomo è potuto arrivare, nel corso della sua storia.

Vogliamo ricordare, ai nostri amati sognatori, in quali anni è stato creato il nostro amatissimo Eroe? Do un piccolo indizio:

 

 

Non so, a me fa un certo effetto leggere di un “piccolo principe” che parla saggiamente di questo, di quello, sul candore e sulla purezza del mondo, mentre l’altrettanto piccola Anne Frank, più o meno nello stesso periodo, scriveva della sua reclusione. Questo è il motivo per cui sarebbe giusto circoscriverlo nella letteratura d’infanzia, una dimensione dove gli infanti evadono in universi fantastici, e un testo simile non richiede di essere storicamente contestualizzato.

Che poi sto Principe era pure biondo… va be’.

Su queste melanconiche note, giungiamo alla conclusione: leggete, sognate, cercate filosofie intrinseche nelle trame di una fiaba, idealizzate il vostro mondo distopico, così da non vedere soltanto il brutto di quello reale. Io (anche se non sono nessuno), ci terrei a ribadire, almeno una volta nella vita, che non esiste un solo tipo di distopia: ne esiste una più arguta, forse più intelligente, realistica nella sua accezione più grottesca.

Almeno una volta nella vita, consiglierei di provare a chiudere Antoine De Saint-Exupéry e ad aprire Gogol’.

Marco Ceravolo
Marco Ceravolo
Laureato in Lettere Moderne, Marco Ceravolo, Calabrese d’annata 1991, vive a Bologna, dove scrive canzoni e coltiva il sogno di diventare autore di racconti visionari e reportage di viaggio.
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