Letteratura: «In principio, per me, è il verbo. Poi c’è la storia» — Intervista a Federica Aceto
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«In principio, per me, è il verbo. Poi c’è la storia» — Intervista a Federica Aceto

Abbiamo intervistato Federica Aceto, traduttrice tra le altre cose di “Zero K”, l’ultimo romanzo di Don DeLillo.

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Federica Aceto traduce per l’editoria dal 2003. Laureata in lingue e letterature straniere moderne all’Istituto Universitario Orientale di Napoli, ha vissuto diversi anni in Irlanda, conseguendo un master in Anglo-Irish literature e lavorando come language assistant nel dipartimento di italianistica dello UCD di Dublino. Per le più note case editrici italiane traduce romanzi, tra gli altri, di Ali Smith, Don DeLillo, Martin Amis, Lucia Berlin, Stanley Elkin, Alison Louise Kennedy, Tupelo Hassman, Kerry Hudson, Caleb Crain. È proprio leggendo Zero K, l’ultimo controverso romanzo di DeLillo che abbiamo avvertito il desiderio di intervistare Federica. La conversazione che ne è scaturita ci ha permesso di approfondire temi interessanti legati a una professione che in Italia ancora non gode del dovuto riconoscimento, una professione della quale Federica Aceto può essere considerata fra le esponenti più capaci.

 

Qualche giorno fa in occasione del tour italiano per promuovere il suo ultimo romanzo, DeLillo ha rilasciato questa dichiarazione: «Per me scrivere è istintuale. Non è qualcosa a cui penso coscientemente. Quando scrivo — ha detto l’autore rispondendo alle domande di Giuseppe Genna su cheFare — ragiono in termini di parole e di cosa c’è tra le singole lettere e penso addirittura alla forma che hanno sulla pagina, intendo visivamente». Come si sente la traduttrice italiana di Don DeLillo di fronte a una dichiarazione del genere?

Di fronte a una dichiarazione del genere mi sento bene perché anch’io lavoro così quando traduco, almeno per la prima stesura: mi concentro sulle parole, le loro occorrenze, le ripetizioni, il legame e i rapporti tra le parole da un punto di vista sintattico, ma anche ritmico e sonoro. La storia mi arriva dopo. Non credo che sia così per tutti i traduttori, ma per me lo è. In principio, per me, è il verbo. Poi c’è la storia.

 

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Credi di essere riuscita a restituire la stessa forma sulla pagina di cui parla DeLillo?

La stessa ovviamente no, essendo l’italiano un’altra lingua con fonemi, strutture, ritmi diversi. Spero di essere riuscita a dare alla versione italiana del romanzo una forma non troppo in contrasto con quella originaria.

La sintassi del DeLillo di Zero K non è probabilmente tra le più complesse, così come il lessico, eppure leggendo il romanzo (in lingua originale e nella versione italiana) si ha la sensazione abbastanza netta di trovarsi di fronte a un lavoro molto ben strutturato, coerente e denso di significati. Che difficoltà ha incontrato nella traduzione di questo romanzo e, ancora, che tipo di responsabilità sente (se la sente) la traduttrice di un autore che da molti viene letto soprattutto per le frasi, il lessico, lo stile e il non detto?

La difficoltà, o la sfida, è quella di non dire troppo, o quantomeno non dire di più di quello che dice l’autore. Alcuni traduttori hanno la tendenza a esplicitare cose che nel testo di partenza sono — volutamente o meno — opache. Io, per esempio, so che ho questa tendenza, e non sempre è un pregio. Ecco, con DeLillo bisogna tenerla molto a freno.

Nelle ultime settimane Zero K è stato al centro di molte discussioni, sul web e nel mondo reale. Intellettuali, giornalisti, critici letterari, esponenti della cultura, tutti indaffarati, in salotti più o meno virtuali, a dire la loro rispetto a un’opera alla quale si riconosce in modo unanime una certa rilevanza. Da lettrice, che idea si è fatta?

Purtroppo trovo difficilissimo avere un’opinione da lettrice sui libri che traduco. Mi è piaciuto enormemente tradurlo. Tra l’altro ho avuto poco tempo per lavorarci quindi ho subito cominciato a tradurlo, senza leggerlo prima. Ma tradurlo è stato veramente un piacere e rileggere varie volte la mia traduzione non mi è pesato affatto. E questa per me è una cartina di tornasole importante, perché di solito alla terza o quarta rilettura, se comincio a odiare un libro significa che come lettrice non mi convince.

Intuizione, inintenzionalità, visualizzazione, caso: DeLillo tende ad autorappresentarsi come un artista che lavora d’istinto, senza progettualità o intenti didascalici. In effetti questo stile piano, regolare, fruibile, sembrerebbe confermare tutto ciò. Che conseguenza ha un approccio del genere sul linguaggio e sulla traduzione dal testo di partenza?

DeLillo costruisce perfette architetture di parole. Non ho idea se il suo lavorare d’istinto, frase per frase, senza avere una visione d’insieme del romanzo fin dall’inizio sia alla base di tutto ciò. È difficilissimo trovare parole inutili nell’economia delle frasi dei suoi libri. Una delle cose più pesanti quando si traduce, almeno per me, è dover farsi carico delle parole inutili, fuori posto o deboli presenti nell’originale. Parole che in traduzione, chissà perché, rischiano di diventare ancora più inutili, fuori posto e deboli. Con DeLillo si corre raramente questo rischio.

Il protagonista di Zero K, Jeff, è affetto da un’ossessione che lo porta a cercare continue definizioni, stilemi esatti e descrizioni puntuali rispetto al reale. Definisci lealtà, definisci verità. Definisci pelucco, definisci stampella. Sembra riuscire a comprendere fino in fondo gli altri solo nel momento in cui trova loro un nome. Secondo lei quanto della personalità di DeLillo c’è in questo personaggio?

Non posso dirlo con certezza. So davvero poco di lui. Leggendolo ho avuto l’impressione che fosse davvero lui a parlare, ma è un’impressione che ho sempre con i narratori dei libri di DeLillo, per cui non saprei.

Se le dico che un buon 30% del merito del successo che in Italia sta riscuotendo Zero K è legato alla sua traduzione, come reagisce? Alcuni commentatori hanno scritto che la sua è stata un’impresa «eroica», avendo a che fare con un gigante della letteratura contemporanea. È d’accordo con questa affermazione o la trova un’esagerazione? Perché?

Mi prendo il complimento e lo metto da parte per i giorni di pioggia, tanto per usare un calco [to save something for a rainy day n.d.r.], ma no, più che un’esagerazione è una cosa che, per come concepisco io la traduzione, non ha senso. Prendiamo un libro valido in lingua originale: la traduzione, se è fatta male, può decretarne solo l’insuccesso. Se invece è fatta bene rende giustizia al libro e basta. Il motivo principale del successo di Zero K sta nel valore libro. Se un libro avesse successo solo per la sua traduzione — se cioè, in soldoni, la traduzione fosse meglio dell’originale — significherebbe che il traduttore ha abbellito e cambiato il testo, e quindi, per come la vedo io, non ha fatto bene il suo lavoro.

Il traduttore viene spesso considerato come un’entità invisibile, uno che lavora dietro le quinte, senza volto quasi. Come si esce da questo cono d’ombra? È necessario che i traduttori e le traduttrici si autopromuovano di più o spetta agli altri (giornalisti, editor, autori) riconoscere maggiormente la professione? Lei come si pone rispetto a questo problema? Sempre che lo consideri un problema.

È una questione complessa. Di per sé lavorare nell’ombra non è per forza un problema. Quello che vogliamo non sono le luci della ribalta, ma solo che il nostro nome venga segnalato nelle sedi opportune (frontespizio del libro, recensioni, siti delle case editrici, ecc.). E soprattutto vogliamo essere pagati in maniera più congrua, perché le tariffe italiane sono tra le più basse in Europa e non percepiamo royalties. Per cui ci troviamo quasi tutti a dover fare un secondo lavoro per poter andare avanti. Credo che gli editori italiani ormai stiano cominciando a capire che cercare di risparmiare sulla traduzione non conviene principalmente a loro stessi. Non è chiarissimo a tutti, ma piano piano questa consapevolezza si sta facendo strada. Da questo punto di vista è sicuramente un bene che molti lettori si interessino e con competenza alla traduzione e conoscano il nome del traduttore del libro che stanno leggendo. Anche questo contribuisce a far sì che l’editore o la redazione prestino la dovuta attenzione alla fase di traduzione e revisione di un testo. Per quanto riguarda l’autopromozione, credo che ogni traduzione abbia un’idea diversa in merito e credo anche che ogni traduttore abbia il diritto di esporsi o di nascondersi come crede, perché il suo valore e la continuità dei lavori commissionati non dovrebbero dipendere da quanto si fa vedere in giro, ma solo dalla sua bravura e dalla sua affidabilità.

Sul suo blog ha scritto: «Sbagliando si impara. Traducendo si sbaglia tanto. E quindi traducendo, come logica sillogistica vorrebbe, si impara tantissimo. È vero, s’impara moltissimo». Cosa le ha insegnato questo mestiere e cosa può insegnarle ancora?

Mi ha insegnato a non dare mai niente per scontato, a non credere che esistano delle regole prestabilite. Ogni nuovo testo ti dà o ti chiede di inventarti delle nuove regole.

Ha tradotto testi di autori come Martin Amis, J.G. Ballard, Stanley Elkin, A.L. Kennedy, Ali Smith. Ha mai conosciuto personalmente gli autori che ha tradotto? Quanto è importante per un traduttore entrare in contatto con l’autore del testo su cui si sta lavorando? Può essere una carta in più affinché si arrivi a una resa più fedele?

Se è possibile cerco di contattarli, ma più che altro è un mio eccesso di scrupolo, o una forma di insicurezza. In fondo non è necessario entrare in contatto con l’autore, o non dovrebbe esserlo.

Quella della traduzione è una professione tipicamente “individuale”, solitaria, della quale però fanno anche parte momenti di confronto e condivisione. Mi vengono in mente la revisione, le discussioni con colleghi e studenti, le recensioni dei critici. Come vive queste fasi del suo lavoro?

Le vivo tutte mediamente bene. La revisione è un momento delicato. Io sono molto grata a chi prende il mio lavoro e si spende per migliorarlo. Diciamo che nel 90% dei casi sono stata fortunata e il rapporto con il revisore è stato proficuo e arricchente. Sono una che accetta le correzioni con molta tranquillità, non le vivo come un affronto. Perciò posso dire che quando non le accetto o discuto a lungo con un revisore significa non per forza che dall’altra parte c’è una persona incompetente, ma che sicuramente c’è una persona che ha una visione della traduzione diametralmente opposta alla mia. Succede anche questo e bisogna saperne trarre i dovuti insegnamenti. Il rapporto con i colleghi, sui social network, sulle mailing list e, quando è possibile dal vivo, è sempre molto arricchente. Ogni tanto mi capita, poi, di tenere corsi di traduzione che per me sono sempre il momento della verità: quando analizzo una mia traduzione con gli studenti vivo degli attimi di crisi profonda perché mi accorgo di inesattezze, sbavature o vere e proprie cantonate che sono andate in stampa. Non è piacevolissimo, ma è importante imparare ad ammettere i propri errori con serenità.

In un altro post del suo blog dal titolo Non è mica da questi particolari si augura che le critiche alle traduzioni, specie quelle degli addetti ai lavori, facciano un salto di qualità in termini di argomentazioni tecniche. È però un dato di fatto — che lei non manca di sottolineare — che le critiche alle traduzioni siano anche il segnale di qualcos’altro (riconoscimento della professione). C’è però un passaggio del post che mi ha colpito in modo particolare. A un certo punto riferendosi alle critiche che le rivolgono i semplici fruitori, dice che è meglio “starsene buoni”, invece di rispondere per le rime. Perché? Come fa a chiudere gli occhi di fronte a una critica ritenuta ingiusta? Non pensa che un messaggio sbagliato, seppur probabilmente destinato a perdersi nei meandri della rete, meriti di essere posto di fronte alle giuste argomentazioni? Soltanto la critica dell’addetto ai lavori merita una risposta?

No, secondo me è meglio non rispondere mai alle critiche in generale. Quando dico che bisogna ignorare le opinioni dei lettori, non è perché non contano, anzi, contano moltissimo, ma perché non si può star dietro ai vari forum, ai commenti sui siti che vendono o dove si recensiscono libri, non si può rispondere puntualmente ai vari commenti online sul nostro lavoro: il rischio flame è molto elevato, e i flame non sono mai costruttivi. Certo, se la critica è proprio campata in aria, come quando vengono attribuite al traduttore la resa fantasiosa di alcuni titoli, che quasi mai sono opera del traduttore, o le sgrammaticature volute e funzionali all’interno di un testo, la tentazione di intervenire è forte. Ma anche in questi casi è meglio trattenersi. Di persona, in una discussione pubblica, ovviamente è diverso. Ma discutere online con persone senza volto e spesso senza nome alla fine fa male alla salute e basta. Nel mio post non volevo dire che merita una risposta solo la critica degli addetti ai lavori, ma dicevo che gli addetti ai lavori hanno il dovere di argomentare in modo più professionale le loro critiche, positive o negative che siano. Comunque, se dovessi leggere una stroncatura di una mia traduzione da parte di un addetto ai lavori non credo che risponderei nemmeno in quel caso. Fa parte del gioco. Forse spetta a chi non è parte in causa far notare a qualcuno che ha espresso una critica ingiusta e argomentata male. Difenderei un mio collega, per dire, ma non difenderei me stessa, per ragioni di obiettività.

Quand’è che ha capito — se c’è stato un momento preciso, un incontro particolare, un aneddoto rivelatore — che avrebbe fatto la traduttrice come professione?

Non so quando l’ho capito. Mi viene in mente quella canzone di Vasco Rossi che dice «Ti sei accorta che facciamo l’amore? Ti sei accorta, sì?» Ecco, forse al quarto o quinto libro tradotto, una parte di me si sarà chiesta: «Ti sei accorta che sei una traduttrice? Ti sei accorta, sì?».

Cosa le piace di più di questo mestiere e cosa di meno?

Di questo mestiere (o professione che sia) mi piacciono tante cose. Quelle che non mi piacciono sono i tempi strettissimi e i solleciti di pagamento.

Tra la felicità per un lavoro appena commissionato e il sollievo per una consegna appena effettuata cosa preferisce e perché?

È molto lusinghiero sapere che qualcuno ha pensato proprio a te per quel dato libro o autore. Ma la gioia del momento in cui si allega il file e si preme invio è indescrivibile.

Sarebbe felice se suo figlio un giorno decidesse di seguire le sue impronte?

L’altro giorno gli ho chiesto di giurarmi che da grande non farà né l’insegnante né il traduttore. Ma era un mio momento di sconforto, perché ero sotto consegna e mi alzavo alle tre di notte da alcuni giorni per rispettare le scadenze. Chiaro che lui da grande potrà fare ciò che vuole. Mi auguro solo che fra qualche anno, questi due lavori che mi sono ritrovata a fare — l’insegnante nella scuola pubblica e la traduttrice editoriale — godano di maggiori gratificazioni e che la figura del traduttore e soprattutto quella del docente della scuola pubblica non vengano svilite puntualmente da chi invece dovrebbe difendere e salvaguardare la loro professionalità.

Ha vissuto diversi anni in Irlanda, dove ha lavorato presso UCD. Che ricordi ha di quegli anni, quanto e in che modo quella fase è stata importante per il suo percorso?

È importantissimo entrare in contatto per un periodo di tempo prolungato con le lingue dalle quali si traduce. Quei sei anni sono stati per me fondamentali, soprattutto per capire che non si può pensare di conoscere mai davvero una lingua, l’inglese meno che mai, essendo la lingua madre di culture e paesi lontanissimi tra di loro. Più pratichi una lingua, più ti accorgi che non puoi sederti sugli allori della laurea o delle vacanze studio. È un lavoro continuo.

Insegna inglese presso la casa circondariale di Rebibbia: imparare l’inglese può avere un effetto personale preciso nel percorso di rieducazione e reinserimento del detenuto?

Imparare in genere è un momento importantissimo per chiunque, non solo per i detenuti. I detenuti hanno una doppia difficoltà: sono ristretti e sono adulti, quindi tendono ad avere una serie di difese, soprattutto per la lingua straniera, che rappresenta il fuori, il viaggio, il lavoro, il cambiamento. Ovviamente il periodo di tempo che trascorro con loro è limitato, non ho idea se qualcuno abbia avuto modo di mettere a frutto quel poco che gli ho insegnato. Ma è una gioia quando li vedi appassionarsi in un contesto così deprivato e negletto come il carcere. Nessuno sa niente del carcere e nessuno sa niente della scuola in carcere. È una realtà spesso completamente abbandonata a sé stessa. Si dice che il traduttore è invisibile, ma non si ha idea di quanto sia invisibile un insegnante in carcere.

Su quali progetti sta lavorando ultimamente? Quali saranno le sue prossime traduzioni in uscita?

Ho appena consegnato la traduzione di un romanzo che uscirà a marzo per Einaudi Stile Libero. S’intitola Wintering, non so ancora come s’intitolerà in italiano. L’autore è Peter Geye, americano. E poi l’anno prossimo dovrebbe uscire The Wolf Border, anche di questo non conosco ancora il titolo italiano, di Sarah Hall, autrice inglese, per Mondadori, che ho tradotto ormai un anno e mezzo fa. E poi c’è un altro libro per Einaudi su cui ho cominciato a lavorare in questi giorni, ma del quale per il momento non dico niente, non avendo ancora firmato il contratto.

È molto attiva sui social. Ha un blog, un profilo Facebook e uno Twitter, aggiornati abbastanza regolarmente. Che funzione attribuisce a questi strumenti? Sono uguali o ci sono delle differenze di contenuti e utilizzo? Qual è il suo approccio ai diversi social?

Li uso principalmente per svago. So che ci sono persone che bloccano alcuni siti quando lavorano o che sospendono l’account di Facebook quando lavorano per non subire distrazioni. Io invece ho bisogno di distrazioni, e quindi uso Facebook fondamentalmente per quello, anche se è utilissimo per chiedere aiuti lessicali e anche per contattare gli autori, spesso li ho cercati e trovati così. Twitter lo uso pochissimo, non l’ho mai capito davvero, o forse l’ho capito e non mi piace. Il blog mi serve per approfondire cose che mi vengono in mente traducendo, mi serve per chiarire alcuni concetti prima di tutto con me stessa. Una cosa fantastica che ho scoperto da un po’ di tempo, invece, è Pinterest. Lo uso principalmente per postare foto con citazioni o chiarimenti sui libri che traduco. Per Wintering, che ha una valanga di termini tecnici relativi alla caccia, la montagna, i boschi, la navigazione e Dio sa cosa, sto mettendo su una sorta di dizionario illustrato, così il lettore potrà vedere a cosa si riferiscono i numerosissimi termini sconosciuti in cui si imbatterà nel corso della lettura.

Torniamo alla professione. Cosa un buon traduttore non deve fare mai?

Un buon traduttore non deve credere che esistano regole scolpite nella pietra. Deve conoscere più che bene la lingua dalla quale traduce, capire quando non sa e fare ricerche, quindi non dare mai niente per scontato, avere un ottimo orecchio per la sua lingua. Non è tanto una questione di conoscenza della grammatica, che certo, è d’obbligo. Ma quando si traduce si deve anche avere tanto tanto tanto orecchio per le mille sfumature e i mille registri della lingua vera, la lingua viva, e non solo per la lingua corretta.

Qual è la sua metodologia di lavoro? È solita leggere tutto il testo prima di iniziare la traduzione vera e propria oppure si getta subito a capofitto nella traduzione?  

Ultimamente cambio metodo di libro in libro. C’è stato un periodo in cui non leggevo prima. Ora ho cominciato a fare prima una lettura veloce e qualche ricerca lessicale perché il momento della ricerca e il momento della traduzione vera e propria sono molto distinti, e hanno bisogno di un tipo di concentrazione diversa e personalmente a me non piace mischiarli. Ma non ho un metodo immutabile, nessuna routine precisa. La cosa ricorrente, però, è il numero elevato di riletture. Per me è fondamentale rileggere tante volte il testo che ho prodotto, all’inizio con ancora le vestigia di quello originale per poi vederlo allontanarsi mano mano dall’inglese e vivere di vita propria. Le traduzioni di cui sono meno soddisfatta sono state quelle che non ho potuto rileggere almeno quattro o cinque volte.

 

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C’è un romanzo che ha tradotto con maggiore piacere rispetto ad altri? Uno che l’ha colpita per essere più ostico?

I libri che più mi è piaciuto tradurre sono stati Magic Kingdom e Il condominio di Stanley Elkin e A Manual for Cleaning Women, tradotto con La donna che scriveva racconti, di Lucia Berlin. Più che ostici, complicatissimi e acrobatici tutti quelli di Ali Smith, perché nei suoi libri la lingua inglese, con la sua estrema duttilità, è la vera protagonista. E far fare all’italiano le cose che lei fa fare all’inglese non è per nulla impresa facile.

Si è occupata della revisione alla traduzione di Guida ragionevole al frastuono più atroce, di Lester Bangs (Minimum Fax). Immagino che quella non sia una traduzione semplice.

La traduzione di Anna Mioni è ottima, per cui il mio lavoro di revisione è stato relativamente semplice. Quello di Anna è stato sicuramente più faticoso.

Se le dessero la possibilità di scegliere un grande romanzo del passato da tradurre quale sceglierebbe e perché?

Sceglierei non un romanzo, ma una raccolta di racconti, Dubliners di Joyce. Perché Dublino è la mia seconda città e mi dispiace molto non aver mai tradotto un solo autore della repubblica d’Irlanda. L’inglese irlandese è quello che conosco meglio, è il mio inglese, e non ho mai ancora messo a frutto queste mie conoscenze nell’ambito della traduzione. E poi tanti altri. Tradurrei volentieri Tristram Shandy di Sterne, Dickens, Henry James.

Se non avesse fatto la traduttrice e l’insegnante, quale altra professione le sarebbe piaciuto fare?

Per totale mancanza di fantasia dico che mi sarebbe comunque piaciuto lavorare in una casa editrice, scegliere e curare i libri da pubblicare.

Può dare qualche consiglio a chi abbia intenzione di avvicinarsi al mondo della traduzione?

Leggere tanto, praticare molto le lingue con cui si intende lavorare, non scoraggiarsi ai primi insuccessi o davanti alle risposte che non arrivano, cercare di capire i meccanismi del mondo editoriale oltre che quelli relativi al lavoro di traduzione tout court, fare proposte oltre a chiedere prove di traduzione. Avere tanta tanta pazienza.

Ultima domanda. Citando un passaggio di Zero K, secondo lei ha senso vivere se alla fine non si muore?

Oddio che domanda. L’idea di farmi congelare nella vaga (e vana) speranza di risorgere tra qualche decina o centinaio di anni non mi alletta per niente, quindi forse no, direi che per me non ha molto senso. Ma più che altro non ha senso vivere pensando di poter non morire mai. In fondo la letteratura e l’arte in genere esistono proprio per questo: perché alla fine si muore.

 

In copertina illustrazione di Sofia Sita

Vincenzo Sori
Vincenzo Sori
Vincenzo Sori nasce a Roma nel 1982, dove si laurea in Relazioni Internazionali. Appassionato di letteratura, musica e arte in genere, dal 2008 collabora con Il Messaggero e altre riviste. Giornalista professionista, prova come meglio può a raccontare quello che gli capita attorno e nella testa. Con risultati in questo secondo caso tra il catastrofico e il grottesco.
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