Letteratura: “Il problema purtroppo del precariato” – intervista ad Alessandro Gori aka Lo Sgargabonzi
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“Il problema purtroppo del precariato” – intervista ad Alessandro Gori aka Lo Sgargabonzi

Abbiamo intervistato Alessandro Gori, autore del blog satirico Lo Sgargabonzi e dell’omonima pagina Facebook, in occasione dell’uscita del suo ultimo libro, Il problema purtroppo del precariato, pubblicato da Fuorionda.

29 Dic
2015
Letteratura

Abbiamo intervistato Alessandro Gori, autore del blog satirico Lo Sgargabonzi e dell’omonima pagina Facebook, in occasione dell’uscita del suo ultimo libro, Il problema purtroppo del precariato, pubblicato da Fuorionda.

 

Ciao Alessandro. Partiamo subito dal tuo nuovo libro Il problema purtroppo del precariato, parlacene un po’.

Al contrario di un Piperno, una Gamberale o un Masneri, io e Gianluca Cincinelli siamo sempre stati scrittori umili. Sarebbe stato facile, dopo Bolbo, pensare di poter spingere su quel filone. E invece da modesti redneck della Valdichiana prestati alla scrittura quali siamo, ci siamo resi conto che scrivere un libro più bello di Bolbo non è semplicemente possibile. E non solo per noi. Per questo abbiamo fatto un passo indietro e uno di lato. Dove Le avventure di Gunther Brodolini era un crudele libro punk e Bolbo un gorgo di coscienza a scatole cinesi, Il problema purtroppo del precariato è un romanzo di formazione post-marxista che è anche una favola horror che è anche una commedia degli equivoci che è anche il Conte di Carmagnola se fosse stato scritto oggi.

Come accennavi, il libro porta anche la firma di Gianluca Cincinelli. Come vi siete conosciuti, e che peso ha avuto Gianluca nella scrittura de Il problema purtroppo del precariato?

Gianluca Cincinelli è il mio compagno di banco delle superiori, nonché mio migliore amico. Siamo cresciuti assieme e ci piacciono le stesse cose; per noi scrivere a quattro mani è naturale, tanto che non ci dividiamo il lavoro ma aggrediamo la pagina, frase per frase, in tempo reale, creando assieme. Alla fine delle superiori, io decisi di iscrivermi all’università mentre Gianluca decise di rifare la vespa «Ma fatta bene eh», ci teneva a specificare. Questo per dire che persona è.

Il problema purtroppo del precariato non è, ovviamente, un’inchiesta sul mondo del lavoro precario e sottopagato, ma un romanzo comico. Leggendolo ho avuto l’impressione che la sua comicità scaturisca fondamentalmente da due ingredienti: in primo luogo dalla percezione di un narratore/protagonista inattendibile, assolutamente inetto, che fraintende sistematicamente ciò che gli succede, interpretando come positive quelle che il lettore intuisce essere circostanze negative; e poi anche dal frequente accostamento di elementi incongrui, che spiazza il lettore e apre delle “crepe” nel senso comune.

Abbiamo sempre amato la commedia dell’imbarazzo e quel sentimento, che ha un termine preciso in tedesco ma che mi sfugge, che descrive l’essere imbarazzati per la figura imbarazzante di qualcun altro. Ci piaceva l’idea che il lettore intuisse molte più cose di quante gliene raccontava il protagonista. Non ci interessava un narratore che fosse un candido alle prese con i gironi infernali del lavoro, sarebbe stato banale e poco stimolante. Così come, a maggior ragione, abbiamo rifiutato l’idea di un narratore entomologo che guardasse questa realtà di freak dall’alto verso il basso e che fosse quindi autorevole, chirurgico e impietoso. Trovavamo molto più affascinante un personaggio irrisolto, presuntuoso, fazioso ed ipocrita, che si lamentasse del sistema-lavoro e della cronica mediocrità di superiori, clienti e colleghi, ma che fosse nella realtà completamente immerso in quella stessa mediocrità e ne facesse parte.

Hai parlato di imbarazzo, e in effetti più che alla risata piena, rotonda, le tue battute (se così possiamo chiamarle) sembrano puntare a produrre imbarazzo e quasi fastidio nel lettore. Chi legge non può fare a meno di avvertire la presenza di un narratore ambiguo, viene naturale chiedersi «ma chi è ‘sto stronzo?».

Per me è importante essere laterali, quindi non far capire se ci fai o ci sei. Nel momento in cui crei una gag perfetta, la prima cosa che devi fare secondo me è sporcarla, togliendo punti di riferimento al lettore e offrendogli un oggetto strano, che non si capisce cos’è, se deve far ridere o meno, meglio se qualcosa di pure un po’ ripugnante.

È curioso che tu abbia narrato, nell’ultimo romanzo, così tante esperienze lavorative senza aver mai, in realtà, lavorato in vita tua.

Sono uno dei cosiddetti inattivi, ovvero quelli che non hanno un lavoro né lo cercano. Abbiamo il merito di non rubare il posto a gente che ne ha davvero bisogno. In un paese civile avremmo un piccolo stipendio.

In qualche misura Il problema purtroppo del precariato è anche un romanzo di formazione mancato, un apparente romanzo di esperienza al termine del quale, però, il protagonista non conosce nessuna reale maturazione. Mauro Pentolini Piccini inizia e finisce da moccioso, un po’ come Holden Caulfield nel romanzo di Salinger; e d’altra parte nel tuo libro precedente, Bolbo, affermavi che «nella vita si impara qualcosa solo da bambini». Ti spaventa l’idea che a un certo punto, nella vita, si debba crescere?

Io ho avuto un’infanzia felicissima, direi perfetta. Con tanto di vita sessuale appagante con due mie compagne delle elementari. Purtroppo da un’infanzia come quella che ho vissuto io, non si può che peggiorare. Ci si arrabatta per tutto il resto dell’esistenza nel cercare di ricreare quella rotondità perfetta, che più vai avanti e più è un ricordo evanescente. In culo a quanto sostiene Paolo Del Debbio sull’importanza di maturare e apprendere dall’esperienza, per me crescere fa schifo.

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Come è nato il tuo blog?

Lo Sgargabonzi nacque più di dieci anni fa, distrattamente, nemmeno troppo convinto. Mi ero imposto di non perdere tempo, perché dovevo dare tre esami nella sessione estiva, visto che ero fuoricorso da eoni alla facoltà di Psicologia. Ma quando non sono io a cercare il tempo perso, è il tempo perso a scovarmi.

In realtà navigavo a vista, credevo che ogni post sarebbe stato l’ultimo e che avrei lasciato perdere dopo una settimana, invece Lo Sgargabonzi è diventato prima una pagina Facebook poi uno spettacolo live appena appena scomodo, osteggiato dalla UIL e che non piace nemmeno a Confindustria, ma che porto con fierezza in giro per l’Italia da più di due anni. Da qualche mese scrivo anche su Linus e conto, da qui alla primavera, di aver racimolato quanto basta per realizzare il mio sogno nel cassetto: farmi delle lastre perché è un periodo che non sto bene.

Ti piace la satira di Spinoza?

Purtroppo conosco poco Internet perché non ho Explorer bensì Paggini Comunicare, un browser che ha sviluppato un mio amico sul finire degli anni ‘90 ma che apre solo alcuni siti. Comunque degli autori di Spinoza mi piacciono tantissimo Stefano Andreoli e Giulio Calvani, soprattutto nei loro pezzi lunghi. Ci trovo una cura artigianale, una precisione e un doppio fondo che, in tempi di missioni simpatia vaporizzate ovunque, è merce rara.

Come hai scoperto la tua vocazione comica?

Una volta, a un cenone di Natale, avevo ventisette anni, me ne uscii con un gioco di parole sullo “spumante brut” che in famiglia provocò un tripudio di risate, anche da parte di mio zio Luciano purtroppo malato di un tumore al sistema linfatico al quarto stadio, che sarebbe morto di lì a pochi mesi, lasciando una moglie e due figli, Lenny e Melody.

Ti è mai capitato di sentirti intrappolato nel personaggio dello Sgargabonzi?

No, ma una volta mi sono sentito intrappolato nel personaggio di Walter Siti perché mi si era impigliato il frenulo al suo apparecchio.

Spesso nei tuoi status su Facebook ironizzi su alcune figure molto celebrate e quasi intoccabili: De André, Tenco, Pasolini, Carmelo Bene ecc. Flaiano diceva che il nostro Paese è malato di retorica; credi anche tu che in Italia ci sia un eccesso di enfasi quando si parla di certi “mostri sacri”?

Sarebbe un errore pensare che io combatta contro l’idea che possano esistere degli intoccabili. La verità è che gli intoccabili ci sono, ma per me sono altri: Sergio Bonelli, Tiziano Sclavi, Noel Gallagher, Alfredo Cerruti, Paolo Villaggio, Renato Pozzetto, Michael Haneke, Reiner Knizia e Carlo Peroni. L’unico a cui riconosco un immenso e innegabile talento di quelli che citi è il grande De André. Per quanto anche suo padre Fabrizio a me non dispiacesse.

Cosa rispondi a chi interpreta la tua poetica come una forma di cinismo, come qualcosa di “politicamente scorretto”?

Dietro lo Sgargabonzi in realtà c’è un’anima beghina e moralista. Facendo cozzare il tenero col morboso, il solletico con la morte, cerco sempre di provocare un cigolio fastidioso, far ridere ma far sentire in colpa per aver riso. Non usare mai il politicamente scorretto per sdrammatizzare ma sempre per drammatizzare, esasperare la posa del cinico per far arrossire e mettere in imbarazzo il cinico stesso, privandolo dei mezzucci che usa per sdoganare il proprio pelo sullo stomaco. Di fatto il cinismo è qualcosa che non ho mai sopportato.

Perché ti piacciono tanto i giochi da tavolo?

Credo che i giochi da tavolo e i più severi “german game” in particolare, da non confondersi con i giochi di ruolo che non ho mai amato, rappresentino per me ciò che per altri sono le droghe: riescono, per le due ore di una partita, a portarmi a uno stato di completa astrazione, motivandomi molto di più a ottenere un risultato, che di fatto è totalmente effimero e non utile, rispetto a obiettivi che nella vita sarebbero invece auspicabili, monetizzabili e che farebbero la gioia sia del PIL che di mia madre.

Ti è mai capitato, dopo aver pubblicato uno status, di pensare «Stavolta ho esagerato»?

Da sempre fan di Lory Del Santo, ero infastidito dal fatto che non rispondesse mai ai suoi fan dalla sua bacheca di Twitter. Nemmeno io facevo eccezione eppure mi sarebbe bastata una semplice interazione, anche un solo clic. Finché esasperato le scrissi a caratteri cubitali, semplicemente: G R A T T A C I E L O. Non mi rispose neanche quella volta e mi cancellò dagli amici. Provai a scusarmi in privato ma vidi che mi aveva bloccato.

Stai già pensando a un quarto libro?

Ho sempre in ballo il mio romanzo di formazione globale e totale, ancora irrealizzato: Le Grand Gaspar. È la storia di un dandy, un pitone col cilindro che riesce a camminare ad altezza uomo aggrovigliato a un paio di stampelle. Un ragazzone di più di due metri che gira per la notte a Milano con una sola massima stampata in mente: «La notte è mia».

Cos’hai ricevuto da Babbo Natale?

Non credo a Babbo Natale da quando, a tre anni, mio babbo entrò in casa tutto vestito da Babbo Natale, con vestito rosso e tutto, senza però essersi potuto permettere la barba finta e il cappuccio perché era stato licenziato dall’ILVA. Si capiva subito dalla faccia che era lui.

 

Copertina tratta da qui.

Francesco Scida
Francesco Scida
Vive a Roma dove si è laureato in Lettere. Oltre che con Dude Mag ha collaborato con Deer Waves, Libernazione, il deboscio, Visiogeist, Cinemonitor. Ama definirsi un prodotto culturale e un aggregatore di contenuti.
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