Racconti notturni: Il sortilegio della spirale
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Il sortilegio della spirale

Torna “Racconti notturni”, la nostra rubrica cupa e crepuscolare.

 

«Con l’istinto di una donna sensibile si è accorta del mio amore e della mia umile, sconfinata adorazione.»
L’amante di Szamota, Stefan Grabiński

A ogni beat un giro. E allorché saliva la cadenza gli sconosciuti e le sconosciute ruotavano con gridolini infoiati e spargevano birra dalle latte e gettavano rocchi di canne sul cemento e divenivano vortici di ossa e ombre e macule di luce. E turbinavano i piatti della consolle e i raggi dei faretti appesi alle travi e le pareti scortecciate della fabbrica e i cantoni negletti torno torno.
Tranne una figura nel mezzo della ridda, immota.
Chissà donde veniva poi la buaggine di ballare in modo siffatto: quando tu gavazzatore rientravi a casa, se pur rientravi, anche se in quell’occasione non avevi mescidato litri di gin e cartoncini psichedelici e cristalli di serotonina, eri costretto a deambulare e ributtare in un ulteriore circolo ineluttabile. Senza alcuno che ti sostenesse oltretutto, ché quelli con cui ti eri dimenato per ore disparivano sì tosto nei vicoletti che avresti giurato venissero ingoiati dall’epa della notte medesima.
La figura, la cui fissità mi incuriosiva, pareva di donna. 
Potevi poggiare la spalla ai lampioni che ronzavano sinistri, tu che rientravi, e gustarti l’ennesimo atro malessere che non si faceva dilucolo nemmeno se bestemmiavi tutto il regesto delle divinità che in ogni caso da tempo scorbacchiavi. Striature di vomito solcavano gli angiporti a mo’ di fiumi di mota. Ed era un attimo, nevvero, slittare colla suola e caderci riverso o peggio di grugno: prendevi a prillare nei rigurgiti, coi beat che persistevano capziosi nei timpani e gli sconosciuti e le sconosciute che balenavano ai limini della vista prima di disparire come assassini incalzati da torme di birri.
La presenza della donna mi turbava oltremodo.
Pure io quella notte non ballavo, non giravo su di me, non tracannavo dolce tosco alcolico, non mi stipavo i polmoni di torbido fumo, non davo di piglio a sostanze assortite. Benché di solito il vulnerarmi fosse un toccasana ai miei buiori, ero tanto lasso dei bagordi che se avanzavo di un passo dirupavo nella strozza del non essere. Perciò me ne stavo cheto colla schiena contro il muretto sguincio di casse. I bombi dei subwoofer si dipartivano dalle scapole e si propalavano agli alluci, ai pollici, al tristo cervello. Diligevo credere di essere infestato dai soniti del fato. Una grulleria che forse non era una grulleria: bensì il segno dell’anatema scagliatomi contro da chissà quale entità numinosa per chissà quali cagioni.
Poteva quella donna, di grazia, fingersi il punto di stasi al centro del gorgo?
Alfine mi feci coraggio e la guatai. I raggi dei faretti trabalzavano dalla sua lunga veste di tenebre trapunta di minuscoli astri. Tra un lampeggiamento e l’altro riuscii ciononostante a osservare una complessione ischeletrita. La donna si mosse nella mia direzione. Una gamba avanti l’altra, a guisa di fatale indossatrice che calchi la passerella dell’inferno. Partendo dal basso scorsi caviglie filiformi gloriate da un paio di sandali coi lacci e il tacco sottili. La veste le velava appena il ventre piano come una seconda, rada epidermide e faceva trasparire un seno sinuoso anzichenò per un busto sì deciduo. In quella, lei mi era digià accosto. Non intendevo se il mio cuore pulsasse celere a causa sua o dei beat o di ambedue. Certo era che la donna aveva il collo di un albore tanto pretto che mi si effondeva nelle nari l’olezzo del marmo, se il marmo ha un olezzo purchessia; eppoi un mento rastremato che ispirava un’inveterata maliziosità; e le labbra, le aveva ghignanti, e tornite, e pinte di un languido nero che le luci non bruttavano abbastanza per non farmi fremere al birichino proposito di baciarle, di azzannarle, di maciullarle in brani sanguinolenti.
Innanzi di inerpicarmi sugli occhi mi sollazzai a strologare sulla loro possibile tinta: il verde bosco mi avrebbe lanciato barbagli puncicanti come gli aghi delle conifere; il marroncino si sarebbe sciolto sulla lingua col dolciume ruffiano del cioccolato; il nero mi avrebbe precipitato nell’estasi di una blasfema teologia apofatica. Ma potevano essere, perché no, violetti come le nebule di gas e frantumi di rocce smarrite per il cosmo o cerulei come l’insolente acqua del mare tropicale o purpurei come le entragne del cratere assopito o ambrati come quelli del micio compagno di fattucchiera: sarebbero comunque stati gli specchi di una creatura foggiata da uno scultore infero quanto superno, munifico quanto perverso. 
Ma la donna non aveva gli occhi. O meglio: non aveva pupille né iridi né sclere, nelle orbite, bensì due spirali che giravano come i piatti della consolle e i raggi dei faretti appesi alle travi e le pareti scortecciate della fabbrica e i cantoni negletti torno torno. A onta dell’influsso maliardo delle spirali, o forse proprio in virtù di esso, della donna avrei voluto carpire anche le fattezze delle sopracciglia e della fronte e della chioma – corta, che lambiva terra, raccolta sulla nuca, bruna, bionda, arancio – sì da incidermela per intero, lei, sulle retine: epperò mi si incidevano solo le spirali. Che nel ruotare vieppiù febbricoso mi suggevano dai lati della visuale gli sconosciuti e le sconosciute, i quali persistevano a turbinare con gridolini infoiati e spargere birra dalle latte e gettare rocchi di canne sul cemento e divenire vortici di ossa e ombre e macule di luce. 
Non avevo contezza di ciò che mi accadeva. Ogni cosa suggevano, quelle spirali. E non so come ma suggevano pure i bombi dei subwoofer, i soniti del fato. E suggevano anche quella che intuivo essere la mia volontà. E io non possedevo forza a sufficienza per lottare, o perlomeno non ne possedevo più. Sicché percepii che essa se ne andava per davvero. Senza scherzi mi abbandonava. Trattavasi di una sensazione incognita ma non angustiante, anzi piuttosto godereccia. Dovessi raffrontarla a una conosciuta direi quella dell’orgasmo, nell’istante precipuo dell’eiaculazione. Allorché cessai di tremolare dal piacere mi ritrovai al di qua di una sorta di vetro concavo. 
Oltre il vetro riconobbi il mio viso e il mio torace e le mie gambe. Riconobbi il mio corpo. Ma dopo i numerosi conati mi dovetti arrendere all’evidenza che io non lo controllavo più. Ed esso principiò a passire a guisa di un cadavere in decomposizione. E si foderò di una muffa dalla sfumatura perplessa, spettrale. Finché da sotto lo strato irrancidito non spuntò il mio scheletro. E la mia mandibola e le mie costole e le mie rotule crocchiarono come se li stritolassero le branche di un’invisibile, nerboruta divinità. D’un subito si disgregarono. In un tumulo di finissimo polverume iridato.
Io invece ripigliai a girare, etereo, anche se non c’erano più i beat e non c’erano più gli sconosciuti e le sconosciute e non c’era più la fabbrica e non c’erano più gli occhi maledetti: no, lei non c’era più. Restava, e resta, il sortilegio della spirale.

In copertina: The Body Blooms Itself Useless di Truman Finnell

Andrea Derizio
Andrea Derizio
Ha studiato Filosofia a Torino e Lettere all’Università del Piemonte Orientale. Risiede — sebbene non si possa dire che viva — a Milano con la ragazza e il gatto nero. Suoi racconti infestano CrapulaClub, Spore Rivista, inutile.
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