Racconti notturni: La difficile eredità di Syd Barrett
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La difficile eredità di Syd Barrett

Torna “Racconti notturni”, la nostra rubrica cupa e crepuscolare.

Ricordo bene quando entrò Stefano Maturi, coi suoi occhiali tondi e le mascelle larghe, la faccia a forma di sacco. Provai non so che razza di contentezza a vederlo impacciato mentre chiudeva l’ombrello e si bagnava i jeans; doveva essere lui ad avvicinarsi, non schiodai lo sguardo dalla folla. Riuscivo tuttavia a seguirlo con la coda dell’occhio: lui esitava, si metteva la zip del giubbotto in bocca e cercava qualcosa in mezzo ai corpi agitati del CdL infermieristica. Io succhiavo gin appoggiato al bancone: andava bene così.
Sbattei il bicchiere sul tavolo: «Un altro!». Il barman però si indicò l’orecchio e io ripetei un altro tre o quattro volte per cercare di superare con la voce I’m blue degli Eiffel 65.
Era ovvio che a un certo punto Stefano mi avrebbe trovato. Anzi, sapevo che non cercava altro che me. Notai i suoi ricci attaccati al cranio farsi marroni e giallognoli, da neri, e un po’ alla volta il suo giubbotto rivelare la scritta RUMJUNGLE, in verticale, sul pettorale sinistro. Il suo saluto venne completamente fagocitato dalla musica; ma non me ne fregava niente. Ricambiai genericamente, e stringendo le palpebre mi portai alle labbra il mio secondo gin, col gomito sul bancone e gli occhi sul culo di Valeria.
Ero consapevole che Stefano stesse provando a decifrare il mio sguardo dritto verso il centro della sala; percepivo le sue pupille incollate alla mia guancia. Feci scrocchiare una spalla, alzai il collo e succhiai un po’ di gin senza muovere la testa di un millimetro. Una spina di alcol mi graffiò la gola: non lo diedi a vedere.
I’m blue si prosciugò e partì un pezzo di, credo, Capo Plaza. Stefano gonfiò una risata rauca e piena di saliva: mi voltai e lo vidi asciugarsi la bocca, tenere verso me il suo solito sguardo lesso, con le palpebre quasi appiccicate e gli zigomi appena sollevati.
«Eh… Valeria» piegai appena la testa e mi assicurai che la mia voce uscisse abbastanza forte. Lui rise e basta. 
«Però lo sai che ti dico?» mi avvicinai a Stefano col bicchiere sul naso. «Secondo me, a letto, non è niente di che» e inghiottii il gin che restava in un sorso solo. Mi piegai verso il bancone per chiederne un altro, ma avevo la laringe contratta e dovevo sforzarmi per nascondere il fastidio.
Quando il DJ virò su roba più soft, Stefano trovò il modo di attaccare la vecchia pippa sui Pink Floyd. Gli avevo visto non so quante magliette, addosso, con il triangolo di Dark side o la fabbrica di Animal, tutte strette sui fianchi o col collo mangiato; ed ero abbastanza sicuro che ne portasse una anche in quel momento, sotto il giubbotto. Se non era dei Floyd, era dei Led Zeppelin. O dei Genesis o dei Doors. Sapeva che quei gruppi piacevano anche a me; perciò quando trovava un gancio utile li buttava nella conversazione.
«Ma il live a Berlino l’hai mai visto?»
Non so quante volte me l’aveva chiesto. Risposi solo con un sì; ma a lui bastò per spianarsi la strada e cominciare a far dondolare le guance grasse.
«Là secondo me Waters s’è superato» cominciò a descrivermi la scenografia del concerto di Waters a Berlino, nel ‘90, il maiale volante e il muro abbattuto da un pallone d’acciaio.
Scolai un altro gin, e cominciai a sentire la testa un po’ pesante. Fissavo Valeria e pensavo che non ne saremmo mai usciti fuori, così. Merola, poi: come cazzo faceva? Sempre in mezzo, sempre sul lato giusto delle situazioni. Lo vedevo ballare con una tizia bionda che avevo incrociato molte volte in corridoio, ma di cui non sapevo il nome; poi passare a Marzia Tedeschi e quindi anche a Valeria. Alto, con la camicia Tommy Hilfiger e l’orecchino a crocifisso.
«Vado a pisciare» posai il bicchiere sul bancone. Sapevo di avere una qualche presa su Stefano: lui annuì con energia e si sistemò gli occhiali sul naso.
«Ma hai capito quale pezzo?»
«Certo» scesi dallo sgabello e mi sistemai la cintura. Poi ispirai, gonfiai il petto e tirai a caso: «Mother».
Stefano rimase a fissarmi per qualche secondo: «Eh, pure quella è fighissima». Parlava sopra L’amour toujours di Gigi Dag. 
Chiesi due volte al barman dove fossero i bagni, poi seguii la scia lanciata dal suo indice.
«Gli album di Mason solista li hai mai sentiti?» avvertivo la voce di Stefano sopra la spalla, il suo alito sempre un po’ acidulo e l’odore forte della barba appena rasa. «Il primo è troppo strano, è un sacco diverso da quelli dei Floyd».
Mi feci spazio in mezzo a tizi con lo spritz in mano e ad altri che ballavano un po’ timidi agli angoli della sala. Ma anche così la voce di Stefano mi arrivava perfetta nell’orecchio; e se perdevo qualche parola riuscivo comunque, contro la mia volontà, a seguire il discorso. Mi raccontò di Fictitious Sports e del fatto che proprio Mason, il meno cagato dei Floyd, avesse una delle carriere da solista più interessanti. Mi parlò degli Zee di Richard Wright con Dave Harris, del loro sound elettronico; poi di come Syd Barrett andasse considerato a parte, perché aveva una storia tutta diversa, una testa tutta diversa. A un certo punto mi voltai e lo vidi farsi spazio a forza in mezzo a due ragazze, urtarle con le spalle pur di passare, sputacchiando da sopra la zip chiusa fino al mento.
«Madcap laughs forse è il più bello, ma pure Opel spacca una cifra».
Davanti i bagni mi fermai a guardarlo: fessure minuscole e immobili dietro le lenti spesse, mentre la bocca andava da sé e su entrambe le labbra si formava un sottile strato di bava.
Feci un cenno col pollice ed entrai, ma Stefano mi venne dietro. Pensai che dovesse andare al cesso anche lui e mi diressi verso una delle tre porte spalancate sul fondo. Stefano mi stava spiegando che Syd Barrett era un genio e che è difficile capire cosa sarebbero stati i Pink Floyd se non l’avessero cacciato, se meglio o peggio rispetto a ora – afferrai una maniglia – perché senza Syd avevano fatto The dark side of the moon, e Animal, The Wall, ma con Syd avevano fatto Piper, e poi lui era il fondatore, era il visionario e… chiusi la porta: la faccia di Stefano compressa in una linea; poi sparita.
Che cazzo. Mi poggiai con un palmo sul muro: tenevo le palpebre aperte a fatica e la testa piegata in avanti. Slacciai la cintura, calai la zip. Ma mentre aspettavo mi cadde lo sguardo sulla maniglia. Intuivo qualcosa che si muoveva, qualcosa dentro il buco della serratura. Assottigliai lo sguardo, piegai la testa.
«Ma che cazzo fai?»
Era l’occhio di Stefano, grosso e sbarrato, si muoveva in tutte le direzioni. Lo vedevo benissimo, con i capillari rossi e l’iride giallastra. 
«Vaffanculo! Vattene!» Cercai di tirarmi su i jeans ma sembrava mi sfuggissero dalle mani, e che la cintura si fosse stretta da sola sulle cosce: l’occhio di Stefano ruotava ed entrava dentro la serratura. Il sapore dell’alcol mi tornò sulla lingua e mi venne da pisciare: cominciai a farmela sulle mani mentre urlavo vaffanculo Ste’! Che cazzo fai, vattene! Ma più urlavo più lui agitava l’occhio, e più io lo vedevo distintamente. Comparve la sua faccia: tirò fuori la lingua, cominciò ad agitarla verso di me, voleva leccarmi; e io vedevo questo dalla serratura, la sua faccia, i suoi occhiali, il sudore che gli lucidava il mento e lo spazio attorno alle labbra, il dito medio che si alzava verso di me e le guance che si scuotevano velocemente, le labbra che biascicavano Syd Barrett Syd Barrett, mentre l’urina mi bagnava le mani e io inciampavo, chiudevo gli occhi conservando l’immagine della lingua eccitata in mezzo agli incisivi di Stefano Maturi.

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In copertina, collage di Etere

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Se anche tu hai un tuo racconto della notte scrivi a Federica Sabelliracconti@dudemag.it

Antonio Francesco Perozzi
Antonio Francesco Perozzi
Antonio Francesco Perozzi è nato nel 1994 e vive a Vicovaro, in provincia di Roma. Insegna italiano in una scuola superiore ed è autore di un romanzo e di una raccolta di poesie. Suoi racconti, articoli e poesie sono inoltre apparsi in antologie, blog e riviste.
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