Racconti notturni: L’infausto segnale
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L’infausto segnale

Torna “Racconti notturni”, la nostra rubrica cupa e crepuscolare.

Quando sono rientrato a casa nessuno mi aspettava. Il cancelletto era socchiuso e cigolava, nel salone solo l’abatjour vicino al camino era accesa ed emanava una luce decrepita. Ho colto subito l’infausto segnale. Mi sono scapicollato per le scale, convinto di trovarli tutti in cantina. Tilde e mio padre erano seduti intorno al tavolo circolare che occupa lo stanzone, lei fumava, lui teneva in mano un bicchiere d’acqua e aveva gli occhi socchiusi. Livio invece era in piedi nell’angolo e sbatteva ritmicamente la fronte contro il vetro della finestrella tonda che affaccia sul cortile interno. 
Li ho osservati uno ad uno per cercare di decifrare immediatamente quello che non mi avrebbero detto poi. Fingevano di non avermi visto.
«Dov’è?» ho chiesto una prima volta con la voce rotta dalla stanchezza e dalla paura.
«Dov’è?» ho chiesto una seconda volta, la mano destra aggrappata al pomello della ringhiera e i piedi frementi sull’ultimo scalino. 
«Dov’è la mamma?» ho chiesto una terza volta, ho chiesto al vuoto, i loro volti abbassati e indifferenti, persi in un dolore verticale.
Livio si è girato di scatto e ha appoggiato la schiena al muro. 
Sono andato verso Livio con passo svelto, l’ho spintonato verso destra con un gesto repentino della mano e ho aperto l’oblò, gli ho afferrato il braccio sinistro, lui mi ha guardato senza guardarmi davvero, ho stretto le dita, le unghie. 
«Chi è venuto? L’hanno portata via?» gli ho chiesto strattonandolo forte, pareva un manichino smontabile. 
«Perché non rispondi?» ho quasi urlato, la voce non mi ha assecondato però e ne è venuto fuori uno stridio meccanico, privo di rabbia. 
Avendo a lungo immaginato quella scena nelle settimane precedenti, avendo fatto sedimentare in me la sua potenziale geometrica teatralità, riuscivo adesso a sentirmi e a vedermi, ma non era semplice aderire alla fantasia. 
«Lascia stare Livio. Lui non c’entra niente» si è intromessa Tilde, il mozzicone ormai morto penzolante fra le labbra screpolate. 
Mio padre continuava a tacere, perso nel tempo immobile e assoluto di quella tragica farsa.
«Nessuno ti ha interpellato, non sto parlando con te» le ho detto, voltando leggermente la faccia. 
Ho mollato Livio, scuotendolo un’ultima volta. Si è massaggiato il braccio con la mano destra e si è lasciato cadere sulla poltrona, le guance arrossite, la fronte corrugata. Sono rimasto in piedi davanti ai suoi occhi supplichevoli per alcuni istanti, respiravo a fatica.
«Sono venuti i medici e l’hanno portata via» ha aggiunto Tilde inclinando la testa all’indietro.

La sua voce era piatta. È riatterrata con lo sguardo sul tavolo e ha estratto un’altra sigaretta dal pacchetto aperto. 
«Perché non li avete fermati?» ho chiesto alzando ancora la voce, questa volta sostenuta, fredda e spigolosa. 
Dovevo sostenere la requisitoria senza dar segni di cedimento, mascherando il fiato corto, le dita tremolanti, il petto in subbuglio. 
Dovevo rincarare la dose, spezzare il filo.
«Perché non mi hai chiamato?»
Ho sbattuto la sedia contro il pavimento, tenendo gli occhi fissi sulla carcassa di mio padre, aspettando un guizzo, un fremito. Contemplava la sua acqua, ferma a metà nel bicchiere opaco, a me il respiro moriva in gola.
«Rispondi» ho continuato, sbattendo ancora la sedia.
Spezzare il filo. 
«Papà non ha colpa, è successo tutto in fretta. La mamma li ha chiamati perché non si sentiva bene e noi non abbiamo potuto fermarla. Si lamentava da stamattina» ha detto Tilde con voce nervosa, acuta, gli occhi roteanti dentro il fumo. 
Parlava per istinto, ne ero consapevole, come se non potesse rinunciare a difendere l’indifendibile, come se non riuscisse a vedere la melma fangosa che ci sovrastava le caviglie. 
«Non siete riusciti a farla stare bene in tre. Non so chi sia peggio, siete vergognosi, incapaci. Non vi meritate niente». 
Avrei voluto emettere un urlo disarticolato e indistinto per sancire l’irrecuperabile. 
Avrei voluto obbligarli ad andare via, a lasciarsi alle spalle l’apatica indifferenza del loro stare al mondo, annullare la passività dei loro corpi.
Fremevo dalla voglia di rovesciare il tavolo, scardinare mio padre, schiaffeggiarlo fino a fargli tornare il senno, fino a farlo tornare in vita. 
Per Tilde la vita finiva al finire delle sue sigarette, era solo una pulsione intermittente e aleatoria, con lei sarebbe stato inutile sforzarsi. Non ci provava nemmeno a rimanere lucida, salda e autonoma, si lasciava plasmare interamente dalle vicissitudini grette e meschine dell’esistenza, adattando ogni volta la propria forma al contenuto che la rinchiudeva. Sopravviveva allo stato liquido.
Mi sono voltato nuovamente verso Livio, fissava dritto il muro che aveva di fronte, le spalle calanti, la bocca serrata. 
«Tu non hai fatto nulla, immagino».
In attesa di crollare, interpretavo una parte più grande di me. 
Livio si è alzato di scatto, mi ha lanciato uno sguardo cattivo, accusatorio. 
Si è alzato di scatto e stringeva i pugni, le vene gonfie dalle nocchie in giù, il collo ingrossato. L’ho guardato alzarsi con i pugni stretti e ho pensato “ci siamo”, ho pensato “finalmente ci siamo”, ho pensato “che merda”, ho pensato “che bello”.
«Stai zitto» ha detto con una voce tremula.
«Adesso devi stare zitto» ha aggiunto, tentando di esprimersi con maggior fermezza.

Soffrivano anche loro, soffrivano tanto e però non bastava. Mescolavano alla loro sofferenza un malessere sgrammaticato che ne corrompeva l’afflato e la naturalezza. Non era possibile capire dove finisse la sofferenza buona e cominciasse quella cattiva. La sofferenza per mia madre era buona.
Le visite, i controlli, i giorni di silenzio assoluto, i capelli strappati, le pillole, i piatti rotti, le tende squarciate, le punture, ogni cosa si sommava alla precedente e ne raddoppiava il peso e la vertigine. La sofferenza per mia madre era buona, la subivamo resistendo compatti ai contraccolpi continui e inevitabili, almeno nei primi periodi. La sofferenza per i loro problemi era una sofferenza egoista, che si riproduceva come un tessuto cancerogeno, con frequenza ed enfasi sempre crescente. La sofferenza per i loro tentativi frustrati, gli insuccessi ripetuti, i soldi persi, il talento scialacquato, le relazioni buttate nel cesso, le droghe costose e scadenti e il whiskey nascosto sotto il lavandino del bagno era una sofferenza che nessuno di noi poteva permettersi e invece non sembrava più esserci tempo e spazio per nient’altro. La loro sofferenza pervasiva e asfissiante, la loro sofferenza cattiva incedeva a passo svelto, rovinava ogni tentativo di progredire in meglio.

Ho tenuto gli occhi sbarrati su Livio, in piedi davanti a me, stessa altezza, stesso colore degli occhi. Non sapevo se quel moto di soddisfazione che mi cresceva dentro era reale o mera suggestione. Ho sputato per terra, non so perché. Lo sputo è finito obliquo vicino al suo piede destro. Voleva saltarmi addosso. Mi sono girato, ho inclinato il busto sul tavolo e ho gettato a terra con una manata il bicchiere d’acqua di mio padre, colmo d’euforia. Non si è rotto.
«Che cazzo faaaai? Che cazzo faaaai?» ha urlato isterica Tilde mentre guardava la chiazza d’acqua spandersi lenta sul pavimento, si era mossa in avanti nel flebile tentativo di bloccare il mio gesto.
«Non farti prendere dal panico, non è niente. Ci vorrebbe ben altro. Dovremmo farlo saltare in aria questo posto» le ho detto cercando di usare il tono più pacifico che potessi permettermi in quel frangente. 
Mio padre ora contemplava le sue mani aperte, i palmi scavati, le dita storte. Il suo mutismo lo rendeva alieno, non solo a me, ma anche a Livio e persino a Tilde, nonostante lei si ostinasse a difenderne il ruolo per una strenua e farraginosa coazione a ripetere. All’improvviso si è alzato, ma con calma, scostando di poco la sieda e dosando i movimenti. Ha instradato un passo dopo l’altro e si è avviato verso le scale, verso il buio.

Sono corso su per le scale anche io e ho acceso le luci. Livio mi ha seguito incespicando.
«Dove stai andando? Che vuoi fare?» ha chiesto con un sussulto spontaneo. 
«Dalla mamma». 
Chissà cosa credeva. 
«Non te la lasceranno vedere» ha aggiunto quasi in lacrime, visibilmente sollevato. 
«Non mi interessa, ci vado lo stesso. Io non sono te».
Ho rimesso lo zaino in spalla e ho aperto la porta di casa. La speranza s’addensava altrove. 

Quando sono arrivato di fronte all’ospedale albeggiava, ho sostato per alcuni minuti di fronte all’ingresso, mentre dall’interno due infermieri seduti mi osservavano. Ero sudato e tossivo, le mani sfregiate dal freddo, la pelle rossa e tagliuzzata, le ruote della bici a terra. Ci avevo messo tutta la notte ad arrivare, ma non sono entrato. Il mio coraggio è solo un’impostura, una posa di maniera, non lo avevo all’inizio e non l’ho trovato al fondo della corsa. Mia madre era mia madre ed era lì dentro. Mi sono allontanato guardandomi in giro, sono andato a sdraiarmi su una panchina nel parchetto adiacente all’ingresso, ho sistemato lo zaino sotto la testa e stretto il giubbotto intorno al petto. Alzando lo sguardo in alto ho intravisto due tortore battibeccare tra i rami intricati del pino. Ho colto subito l’infausto segnale e mi sono addormentato.

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In copertina: Francesco Piranesi, Hypocaustum in Pompeï Antiquités de la Grande Grèce, 1805 — Fonte

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Se anche tu hai un tuo racconto della notte scrivi a Federica Sabelliracconti@dudemag.it

Niccolò Amelii
Niccolò Amelii
Niccolò Amelii è dottore di ricerca in “Lingue, Letterature e Culture in Contatto” presso l'Università degli Studi “G. D’Annunzio” di Chieti-Pescara. Collabora con Flanerí per la sezione di critica letteraria, ha pubblicato articoli e racconti su diverse riviste online, tra cui Diacritica, Nazione Indiana, Altri Animali, The Vision, Pastrengo, Limina, Antinomie, Scenari.
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