Racconti notturni: Retrostanza
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Retrostanza

Ho perso l’equilibrio e il muro non ha frenato la mia caduta. Ora sono dall’altra parte.

Ho perso l’equilibrio e il muro non ha frenato la mia caduta. Ora sono dall’altra parte.

Cammino sulla moquette rovinata dal tempo, il marcio e le macchie si ripetono ogni trenta passi precisi. Penso che qui il tempo ha un cervello e una memoria molto limitata. Non sento l’eco in questi corridoi, il       scivola e si perde dietro angoli infiniti. Non ci sono porte, non una finestra, un’uscita di sicurezza, la carta da parati è sempre uguale anche nei difetti. I neon tremano tutti assieme.

È stato come un incidente, ma senza il botto, quell’attimo prima di capire che non ti sei fatto male in cui tutto sembra andare in pezzi. Ho attraversato una        e non è successo niente. La sensazione è che non debba succedere niente mai più.

Mia figlia     diceva una cosa simile, diceva: immagina di perdere consistenza, cominci a scomparire attraverso il pavimento, lentamente affondi nel terreno senza poterti aggrappare a nulla, la materia scivola attorno alle tue dita, immagina di essere cosciente mentre sprofondi nel buio sotto le strade, sotto le città, sotto le fogne, sotto ogni posto in cui l’uomo ha mai messo piede. Dove nessuno può        . Immagina di dover continuare un videogioco anche dopo il game over.

La polizia ha detto di aspettare un paio di giorni prima di allarmarsi, che spesso i figli dei divorziati stanno nascosti a casa dell’altro genitore. Tutti gli adolescenti fanno scherzi del genere, dicono, sono iperprotettivo.

Lo spazio qui è ordinato da colonne e muri divisori. Riesco a immaginarmelo pulito e abitato, tanto tempo fa, comunque non molto più allegro di così. Un workspace svuotato; stanze riservate al personale di una banca o di un casinò; la hall di un hotel anonimo, evacuato per una perdita di gas; un’immensa casa di cura dopo un terribile incidente; oppure un centro commerciale fallito. Un posto così. Potrebbe anche benissimo essere la nostra vecchia     dopo l’ennesima brutta decisione. Non ci si può perdere, non è un labirinto: so benissimo in che direzione sto andando e da che parte sono      . Anche se indietro non posso tornarci. A ogni passo mi si stringe il      , perché pensa di essere già stato qui e io non so come dargli torto.

Pensavo di vederla tornare da un giorno all’altro. Continuavo a trovare suoi disegni su Instagram e la gente del quartiere mi parlava ancora di lei, tutti mi chiedevano come stava e di salutarla tanto, così non mi sono preoccupato subito. Se penso a una sparizione me la immagino in modo molto diverso, non so, più radicale. Non mi è mai venuto in mente che dovevo essere io il primo ad accorgermi che qualcosa non andava. A dire la verità non sapevo di quando erano quei disegni e non sapevo da quanti giorni i vicini mi chiedevano di lei.

Ci sono momenti in cui giro l’angolo di questo       e mi dico che lì dietro troverò il mio salotto, il mio bagno, il mio ufficio, l’appartamento della mia ex o la stanza della mia amante, ma dietro l’angolo c’è solo un altro         . Questa sensazione di già visto. Procedo in ambienti tutti uguali e mi sembra di essermi incontrato diverse volte con un altro me, un io del passato, anche se so che sa tutto, di sempre. Mi sono guardato commettere errori talmente grandi da non trovare il coraggio di fermarmi a dirmi qualcosa. Seguo l’ennesima svolta ed eccomi, c’è un     ricordo lì in piedi fuori dalla porta della camera di     . Sono furioso, le dico che tanto prima o poi dovrà uscire, che non mi interessa una mazza dei suoi disegni e dei giochini del computer, è grande e deve fare qualcosa nella vita, le dico che se continua così dovrà tornare in terapia perché non posso sopportare da solo le sue stranezze, perché si ostina a non parlarmi come se è mia la colpa di tutto.

Pensa, diceva a volte, se l’universo è solo un grande simulatore e da un giorno all’altro smette di caricare bene tutti gli elementi. Senza quante cose puoi sopravvivere?

Non le rispondevo mai.

La settimana scorsa mi sono svegliato e mi ha colpito l’idea che lei non c’era più. Un incidente senza il     . Ho sentito come un vuoto d’aria, un risucchio provocato dalla sua        improvvisa nella casa. Ma lei mancava da tempo, almeno questo devo saperlo ammettere.

E poi sono iniziati quei messaggi vocali a tutte le ore in cui mi si accusa di averla fatta scomparire.

Prima di cadere dall’altra parte del     ho ribaltato la sua camera. Non ha lasciato biglietti per me. Però ho trovato gli album e i quaderni con tutti i suoi disegni. I disegni di     non hanno un soggetto, non hanno un tema. Sono come sfondi senza figure. Non c’è la natura nei suoi paesaggi, mia figlia non disegna mai l’orizzonte.     disegna spazi senza abitanti, aspetti di vederci camminare qualcuno, ecco dici, adesso arriva, e c’è come una minaccia in quell’attesa, lo senti nelle gengive e nello stomaco che non sarà nulla di buono. Tutti i suoi disegni sono      senza nome, sono come un’ombra, una macchia, o meglio un      , sullo sfondo di un ricordo.

Per giorni ho riascoltato di continuo i messaggi vocali, ne arrivavano sempre di nuovi, tutti da       sconosciuti. Lì, disperso tra le interferenze, c’è l’elenco delle mie colpe. Non ho pensato a mia figlia così tanto come da quando è scomparsa.

Pensa a com’è se un giorno ti svegli a decine di migliaia di chilometri da casa, diceva, in un paese sconosciuto che parla una lingua diversa dalla tua, senza un soldo e senza idea di come fare a tornare indietro. Immagina questa stessa cosa succederti ogni volta che stai cominciando a costruire qualcosa, a ottenere qualcosa dalle tue fatiche. Si costringeva sempre a pensare il peggio. Nuove forme di peggio. Lente forme infestanti e velenose di peggio. Oppure immagina di poter fermare il tempo con uno schiocco di dita, stac, tutto bloccato, e tu giri, fai quello che ti pare, entri nelle case di tutti, prendi quello che vuoi, tocchi dove non puoi, e poi tutto d’un tratto inciampi, cadi dalle scale, batti la testa, ti rompi qualcosa, perdi molto sangue e non riesci più a schioccare le dita e tutto resta fermo attorno a te senza nessuno che ti aiuti. Immagina poi se muori e il mondo rimane per sempre congelato nel tempo, il mondo inconsapevole diventa la tua tomba. Nuove forme di peggio. Penso che me le augurava, anche se diceva che non c’era verso di battermi.

Passava le giornate in camera a giocare al computer e a scriversi con gente da tutto il mondo. Esiste una community di cacciatori di segreti e di minatori di codici che punta a esplorare ogni aspetto di un videogioco. La sua alternativa all’avere amici.

Continuo a         , come se andare avanti avesse un senso. Mi pare di essere qui da sempre, in questo posto di passaggio. Più mi guardo attorno, più mi convinco che l’edificio è un fungo parassita in grado di crescere e moltiplicarsi, sempre con la stessa struttura. Chissà di cosa si nutre.

Una volta, poco prima di perderla, sono entrato in camera sua e le ho strappato la spina del pc. Non il punto di partenza ideale per poi dirle che mi stava seriamente facendo preoccupare. Al posto di rispondermi,     ha disegnato con il pennarello un rettangolo sul muro di camera sua, la forma partiva dal pavimento e saliva fin dove le arrivava il braccio. Ha bussato con le nocche sul muro ridendo forte. Ha detto che forse lì dietro c’era nascosto un uovo, non ho capito. Non ho capito.

Poco fa o mille anni fa, stavo guardando di nuovo i suoi album. In un disegno ho visto un      che pensavo di conoscere. Sono uscito in macchina, ho guidato tutta la notte nella nebbia. Ho pensato alla nebbia come a un solido che stavo attraversando, ero un minatore che non scava e respira la roccia. Quando sono arrivato non ho trovato     . Era poco fa o mille      fa.

Poi ho perso l’equilibrio e il muro non ha fatto il suo       .

I messaggi vocali hanno tutti la voce di    . Cammino e cammino e non ho più uno     . Anche qui, la sua      mi giunge come dal fondo di un      . È un       senza qualità, un disturbo nel timpano che mi fa sentire sempre più        .

Non c’è         in ques o      e    sono diven ato un         che  on        mai nient .

 .

 

 

Copertina di Michael Ryan — Leaving Asciano, 60×80 cm, oil on prepared aluminum panel.

Francesco Quaranta
Francesco Quaranta
Francesco Quaranta è redattore di Verde Rivista, è laureato in lingue moderne e ha scritto racconti che sono sparsi un po’ ovunque per la litweb. Sa fare i cappuccini. Il sogno della sua vita è quello di cucinare le lasagne con dentro la parmigiana di melanzane.
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