Letteratura: Salvare i media: la rivoluzione di Julia Cagé
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Salvare i media: la rivoluzione di Julia Cagé

Non è strano che, in un continuo profluvio di nuove uscite, un libro esca e venga ignorato. I fattori sono molteplici e non è questo il posto dove indagarli, ma, accennando a due possibilità assai elementari, è probabile che si tratti di un libro brutto e troppo complesso oppure pubblicato da sconosciuti che non riescono […]

Non è strano che, in un continuo profluvio di nuove uscite, un libro esca e venga ignorato. I fattori sono molteplici e non è questo il posto dove indagarli, ma, accennando a due possibilità assai elementari, è probabile che si tratti di un libro brutto e troppo complesso oppure pubblicato da sconosciuti che non riescono a fornirgli la giusta spinta.

Il recente libro di Julia Cagé, Salvare i media. Capitalismo, crowdfunding e democrazia, non ha ricevuto la grande attenzione che meritava. È edito da Bompiani, e questo ci porta già ad escludere il fattore “editore”; è scritto da una professoressa di Economia del Sciences Po di Parigi, e questo forse fa già capire che non si tratta di un libro semplice; e, infine, non è affatto un libro brutto ma che anzi, sfrondati alcuni dati e statistiche, si legge quasi bene, anche per la sua brevità, contando appena 120 pagine.

In questo breve saggio, che assume in alcuni passaggi il carattere di pamphlet, l’economista francese espone la sua idea, ambiziosa ma non utopica, per salvare i media, in particolar modo i giornali. Julia Cagé ci offre un’analisi lucida, a tratti da economista spietata, ma che, nello stesso tempo, non lesina ottimismi e proposte. Inserito nel dibattito sul futuro dei quotidiani, sul giornalismo sempre più inglobato dalla sua versione online, questo libro diviene un necessario luogo di confronto.

 

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Che ci sia qualcosa di ineluttabile nella crisi della carta stampata è lampante e chiaro a tutti. Ma se non serve nascondere la testa sotto la terra come gli struzzi, né stracciarsi le vesti o chiudersi in casa piangendo sulla certa fine dei quotidiani, assai più interessante potrebbe essere volgere lo sguardo verso il futuro, analizzare lucidamente la situazione nel suo peggiorare e farsi trascinare dalle idee di Cagé per pensare che i media possono, e devono, essere salvati. L’assunto di base da cui muove questa proposta, consiste nel far diventare i lettori proprietari, di rivoluzionare il mondo dei media demolendo alla base la loro struttura, credendo che, come non sono stati i proprietari delle diligenze a costruire i binari della ferrovia, così forse non si deve aspettare che «un attore economico tradizionale faccia la rivoluzione di domani». L’idea è ovviamente ambiziosa, anche perché diminuirebbe il ruolo di investitori miliardari, degli utili delle aziende e via dicendo.

 

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La lucida indagine di Julia Cagé muove attorno all’illusione, balzacchianamente oramai perduta, che la pubblicità potesse tenere a galla per sempre questo mondo. Se il trend dei ricavi di vendita dei giornali di tutto il mondo è in calo e non può essere in alcun modo invertito, se è in calo anche il ricavo pubblicitario dei media inghiottito, per esempio, da un Cerbero come Amazon, e se, ultima premessa, dal 2000 il numero dei giornalisti è in continua diminuzione (ma attenzione, non quello delle redazioni), nello stesso tempo, secondo le sue analisi, non ci sono mai stati così tanti lettori.

Tanti di questi lettori, la maggior parte senza dubbio, consulta però le edizioni digitali che raggiungono un pubblico assai più ampio; tale pubblico non può essere monetizzato dai giornali che invece, tentando di aumentare gli introiti da questo versante, subiscono sempre più perdite di qualità (notizie che vengono continuamente rilanciate in nuovi articoli con minime variazioni, oppure le “bufale”, oramai simboli del nostro tempo). La soluzione di Julia Cagé è tanto semplice quanto tortuosa: «L’unica via per salvare i media è quella di far pagare i lettori, dando loro in cambio informazioni di qualità». Questa affermazione può essere letta da due punti di vista diversi: se da una parte, come in Italia sta sperimentando il Corriere della Sera, si può pensare di far pagare ai visitatori online un canone per la consultazione di contenuti speciali (ma i dati, da questo punto di vista, anche per il Corriere, non sono incoraggianti), dall’altro, e qui risiede il ragionamento del libro, tale coinvolgimento deve investire la base dell’informazione: i lettori devono quindi diventare “padroni” del loro giornale.

Tale modello può assumere diverse forme, che Cagé analizza: questo nuovo modello di governance dei media non può essere schiavo solo delle donazioni dei miliardari (per evitare ovvie speculazioni che qui in Italia conosciamo bene) né il modello dell’autogestione di giornalisti e lettori può andare avanti, come dimostrano i casi di giornali e redazioni francesi e americani, né infine, una configurazione da cooperativa può permettere il successo. La soluzione proposta sarà allora quella di un nuovo modello associativo no-profit, una sostanza ibrida tra la fondazione e la società per azioni, che consenta un modello democratico e che garantisca la genuinità e precisione dell’informazione, che non può essere modellata su alcun attore (ed è per questo che anche il diretto finanziamento dello Stato è un modello da escludere). Questa soluzione concilierebbe il pluralismo della proprietà dei media con la distribuzione dei diritti di voto all’interno dell’azienda, perché ognuno vale uno. Nel caso questa configurazione incontrasse il successo sperato, il giornale, la televisione, il sito o la radio che la esercitassero, diverrebbero una fortezza in cui il capitale versato non può essere ripreso; le donazioni però non sarebbero a fondo perduto, ma anzi, e qui sta la parte più tecnica e complessa del libro, almeno per chi, come chi scrive, non mastichi bene la materia, ogni donatore riceverebbe deduzioni fiscali statali da ogni donazione: questo costituirebbe l’apporto indiretto dello Stato, assai diverso dal finanziamento diretto. Secondo questo ambizioso progetto, nel futuro sarebbero quindi i miliardari attratti dai vantaggi fiscali a “possedere” i media, ma anche i lettori e i dipendenti che, sotto forma di associazioni, peseranno nelle decisioni attraverso statuti che «offrano un ruolo nuovo alle associazioni composte da lettori e dipendenti, e un quadro giuridico e fiscale favorevole allo sviluppo del crowdfunding».

Anche i tentativi di crowdfunding, che nel presente non riscuotono il successo sperato, assumerebbero un carattere nuovo, dovuto al fatto che anche i lettori-donatori avrebbero la possibilità di divenire azionisti e non essere solo utilizzatori.

Cagé riesce, senza stigmatizzare né il web, ma anzi indagandone il progressivo peso in maniera quantomai analitica, né l’utilizzo di supporti non cartacei, a proporre un modello chiaro che, attraverso questa esposizione lineare e documentata, sembra costituire una valida alternativa al continuo scivolare verso il basso delle vendite e dei guadagni dei giornali. Come tutti i modelli rivoluzionari, anch’esso pare utopico, perché dà per scontati alcuni caratteri “umani” della questione, e cioè, per fare esempi semplici, i giochi di potere e i pochi che guadagnano sempre a discapito degli altri. Ma come ogni rivoluzione, i suoi frutti si vedranno solo quando essa sarà conclusa.

Chissà se ignorare questa pubblicazione (dei grandi quotidiani italiani solo La Stampa ha dedicato un grande spazio al libro, pubblicando un’intervista all’autrice) sia stato, o meno, un atto consapevole.

Matteo Moca
Matteo Moca
Nato nel 1990, vive a Pistoia e studia a Bologna. Studioso di Letterature comparate, fondatore di una rivista cartacea mensile di musica, cinema e letteratura dal nome Feedback Magazine, morta postuma 2013. Collabora a diverse redazioni online (tra cui 404filenotfound, Sonofmarketing, Tellusfolio). Lacanian and Proust addicted.
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