Letteratura: Scribomanie – Introduzione alla “Bibliografia dei folli” di Charles Nodier
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Scribomanie – Introduzione alla “Bibliografia dei folli” di Charles Nodier

Cosa sono i folli letterari? Che rapporto c’è tra loro e i folli in senso clinico? E soprattutto, perché occuparsi di follie letterarie? Pubblichiamo oggi l’introduzione di Jacopo Narros alla Bibliografia dei folli di Charles Nodier, testo del 1835 sinora inedito in Italia, che Narros ha tradotto e curato per la collana “Note Azzurre” di […]

Non gli resta che tessere il suo bozzolo e seppellirsi in un libro che gli faccia da crisalide

Cosa sono i folli letterari? Che rapporto c’è tra loro e i folli in senso clinico? E soprattutto, perché occuparsi di follie letterarie?

Pubblichiamo oggi l’introduzione di Jacopo Narros alla Bibliografia dei folli di Charles Nodier, testo del 1835 sinora inedito in Italia, che Narros ha tradotto e curato per la collana “Note Azzurre” di Quodlibet. Dall’opera di Nodier, come leggerete, ha avuto inizio una storia poco nota ma passata attraverso nomi come quelli di Cesare Lombroso, Cyrano de Bergerac e Raymond Queneau.

 

Vi è un genere di pazzia (è stato detto autorevolmente) che consiste non già nella perdita della ragione, bensì nella perdita di tutto tranne proprio la ragione.

Augusto Frassineti, Misteri dei Ministeri

1. Charles Nodier (1780-1844), autore di narrazioni preromanticamente oniriche e dai toni byroniani, apprezzate tra gli altri da Mario Praz e da Tommaso Landolfi, che di Nodier tradusse due racconti, è uomo erudito e dedito allo studio bibliografico. Lavora come bibliotecario dai diciotto anni, e nel 1824 ricopre la stessa carica presso la Bibliothèque de l’Arsenal; il suo salotto è frequentato da Hugo, Dumas, Nerval. La sua è una vita di libri: «la cosa più deliziosa al mondo dopo le donne, i fiori, le farfalle e le marionette»[1]. E i libri, dalle prime edizioni critiche allestite in giovinezza alla bibliofilia collezionistica che si spinge fino all’età matura, saranno per lui una presenza costante. Nell’introduzione ai Racconti fantastici, pubblicati dalla casa editrice Sonzogno nel 1890, l’autore viene presentato così:

colto e profondo nella sua bellissima lingua; […] il suo stile immaginoso e smagliante abbellì collo studio indefesso e paziente degli antichi e della lingua viva del sedicesimo secolo, pur rimanendo originale. Di lui come filologo abbiamo il Dictionnaire des onomatopées, opera di polso che gli dette fama di eminente teorico. Della sua valentia come romanziere fan fede: I Vampiri, Giovanni SbogarroTeresa AubertTrilbiz, La fata delle briciole, letti ancor oggi e gustati da chi ha senso squisito del bello[2].

Charles Nodier

Charles Nodier

 

Charles Nodier è un poligrafo. Scrive anche una serie ingente di pamphlet dai temi accattivanti: si va dai trattati sull’uso delle antenne negli insetti a quelli sui fenomeni del sonno, da quelli sul falso letterario a quelli di linguistica. Oltre a quello sui folli letterari.

2. Nel 1835 con la pubblicazione, prima su Le temps, journal des progrès, e poi sul Bulletin du bibliophile, in due puntate, di Bibliographie des fous: de quelques livres excentriques, si compie un progetto le cui tracce risalgono almeno al 1829, quando Nodier annota: «Oso dire, del resto, che se c’è ancora al mondo un libro curioso da fare, per quel che riguarda la bibliografia, è la Bibliografia dei folli»[3].

Il testo, finora inedito in italiano, è importante per molteplici ragioni. In primo luogo è un documento che attesta l’interesse per il fenomeno della follia e dell’alienazione mentale associate alla produzione letteraria. A tal proposito, è utile fare subito una distinzione: una cosa è infatti l’interesse per ciò che viene prodotto all’interno dei manicomi, e che spesso viene portato alla luce ad opera di studiosi ed alienisti come Jean-Étienne Esquirol (1772-1840) in Francia e Cesare Lombroso (1835-1909) in Italia; altra cosa è invece studiare gli scritti di autori che non sono mai stati internati negli asiles des fous, ma affetti comunque, prigionieri della propria testa, dalle più varie forme di «monomania» (delle quali si ha una traccia figurativa nei «ritratti di alienati» dipinti dal 1822 al 1823 da Théodore Géricault, passato in cura presso l’alienista Etienne-Jean Georget). L’alienista Giuseppe Amadei, sulla scia di Lombroso, del quale è allievo, dedica attenzione al lato geniale degli autori «mattoidi», antecedenti dei «folli letterari». Li descrive in questo modo:

I mattoidi sono mistici. Han ricevuto rivelazione di un grande vero e lo trasmettono secondo il dover loro all’umanità. […] Più disgraziati dei matti completi, dei paranoici, di cui rappresentano una forma mite, i quali almeno riposano soddisfatti sugli allori gloriosi, essi non hanno consolazione nel compimento del proprio genio, non hanno pace nella meta raggiunta, tormentati da triste destino al tormentoso lavoro di Sisifo[4].

Nodier parla di monomania nel 1836 in Piranesi: racconti psicologici sulla monomania riflessiva:

Io mi azzarderò ad intrattenervi su una specie di monomania che […] agisce in maniera particolare, intima, grave e straziante solo sullo sventurato che ne è affetto; e mi sono preso la grande libertà di chiamarla monomania riflessiva, non avendo nessun filosofo, per quanto ne sappia, pensato a darle un nome[5].

È questa variante «riflessiva» della monomania, per la quale Piranesi, nelle incisioni delle sue Carceri d’invenzione (1745; 1761), si crea «l’incubo della solitudine e della costrizione, della prigione e della bara»[6], che viene a coincidere con lo stato psicologico dei «mattoidi» lombrosiani, e che fa da presupposto alla «scribomania» dei folli letterari.

La galleria dei folli «scribomani» della Bibliographie des fous di Nodier comprende autori dell’epoca successiva all’invenzione della stampa: scrittori marginali, illustri sconosciuti che non hanno formato adepti nel diffondere le loro teorie, tramandate solo dalle rarissime, pregiate e costose copie delle loro opere, stampate a proprie spese: piccole stelle di una «storia generalmente occultata della letteratura»[7]. S’incontrano però, in queste pagine, anche personaggi famosi del mondo della cultura, che con difficoltà riusciremmo a inserire dentro un quadro clinico di patologia mentale.

I loro nomi sono Francesco Colonna, Guillaume Postel, Simon Morin, Jean Demons, Bluet d’Arbères, Antoine Gaillard; è un ghiotto sottobosco autoriale: uno scrittore celebre del Rinascimento letterario non solo italiano, un sapiente dallo spirito enciclopedico, uno strambo poeta in bilico tra misticismo, occultismo e politica, un eretico bruciato dall’Inquisizione, un illetterato libertino e infine un lacchè.

Il piccolo trattato si chiude con la riabilitazione della figura di Cyrano de Bergerac: Nodier, in netto anticipo rispetto all’opera di Edmond Rostand, leva dai suoi scritti il «marchio incancellabile di ridicolo e di disprezzo» impostogli dalle «valutazioni insolenti» di Voltaire.

3. Dopo Nodier, e dopo i lavori di Octave Delepierre (1802-1879) e di Pierre Gustave Brunet (1805-1896), sarà Raymond Queneau (1903-1976) a raccogliere l’eredità degli studi sui folli letterari. Negli anni Trenta, rotti i rapporti con Breton e uscito dal gruppo surrealista, Queneau si chiude infatti nella Bibliothèque Nationale per scrivere un’opera antologica sugli «eterocliti» francesi del XIX secolo: rifiutata da Gallimard e Denoël, entrerà per vie traverse in frammenti nel romanzo Figli del limo del 1938, e finalmente verrà pubblicata postuma come Aux confins des ténèbres: les fous littéraires nel 2002, a cura di Madeleine Velguth.

Nel 1956, su un numero che la rivista «Bizarre» dedica ai folli letterari, Queneau scrive:

Ci sono così tanti autori validi da leggere e così tanti classici da studiare che possiamo chiederci che bisogno hanno i collaboratori di questa rivista di consacrare un numero speciale a individui che potevamo legittimamente sperare, per l’alleggerimento del peso delle conoscenze, che fossero definitivamente dimenticati[8].

Possiamo fare nostro l’interrogativo di Queneau, pensando anche a quello che già Nodier scriveva nella sua Bibliographie:

oggi siamo troppo preoccupati da follie serie, che sono la vergogna se non il terrore dell’umanità, per accordare un’attenzione costante ad aberrazioni senza troppa importanza e poco pericolose, capaci di suscitare non altro che riso e pietà.

A cosa servono dunque i libri dei folli letterari, i «testi al quadrato», come la Bibliographie des fous, che trattano di questi libri «senza troppa importanza», e che sarebbe forse meglio «fossero definitivamente dimenticati»? Propongo due risposte complementari.

La prima: questi testi possono servire a studiare la costruzione e la ricezione dei canoni nei vari campi del sapere. Osservare le resistenze che questi pulviscolari scribomani abitatori di archivi e biblioteche hanno messo in atto contro le varie dottrine prevalenti del loro tempo, consente di mettere in dubbio la diffusione omogenea delle idee, e di saggiare la componente sociale della loro propagazione e stabilizzazione; i folli letterari hanno infatti natura culturalmente anarchica.

La seconda risposta che avanzo è questa: i testi dei folli letterari non servono a niente, appartengono alla sfera caratteristicamente letteraria dell’inutilità. Le parole dei folli letterari, slegate da ogni autorità e competenza, sono finalizzate alla pura presentazione di sé: sono i colori di cui dispongono per mostrare ai contemporanei e ai posteri il lusso del proprio piumaggio, del proprio «vello di verbi», direbbe Giorgio Manganelli. Questo lusso verbale (di cui l’abito in frisetto nero di Bluet d’Arbères è metafora), perfettamente inutile come la coda del pavone, emerge con l’oscurarsi del senso del testo, e acquista terreno proprio nel campo dell’errare e del fraintendere: dell’eresia (si legga nel testo la vicenda di Simon Morin). Una forma di narcisismo diventa così forza minoritaria che punzecchia un paradigma: letterario, religioso, politico, cosmologico, scientifico.

4. Il contributo di Nodier chiarisce, soprattutto nella prima parte, la metodologia di uno spoglio bibliografico che era ancora da farsi, ma non presenta se non in nuce una così ampia apertura prospettica. I folli di Nodier sono abbastanza lontani da quelli che saranno poi scovati da Queneau, che nel già citato Figli del limo (tramite il protagonista del romanzo Chambernac) nota che Nodier classifica «tra i pazzi letterari persone che non hanno nessun diritto a tale titolo»[9].

I criteri esposti nella Bibliographie des fous sono comunque un cardine riconosciuto da tutti gli addetti ai lavori: precisano l’oggetto di studio dei futuri ricercatori, tratteggiando l’equilibrio ossimorico del folle letterario: quell’autore sconosciuto, e che non ha allievi, ma che non è fuori dalla società (l’esclusione totale, successivamente, sarà rappresentata dall’internamento manicomiale), in quanto ha pubblicato le sue opere, sfidando le convenzionali classificazioni.

Il folle letterario di Nodier dunque non è il «matto completo», al contrario è piuttosto il «mattoide» che cavalca, pagina dopo pagina, il limite tra ragione e pazzia (questo il suo «tormentoso lavoro di Sisifo»), tutelato e protetto dall’«anonima divinità che presiede ai castelli in aria»[10].

Ad inizio pagina: De bibliomaan door Brugnot (J.J.Grandville, 1841) 

 

1 C. Nodier, Il bibliomane. L’amante dei libri, trad. it. P. Di Branco, La Vita Felice, Milano 2013, p. 99.

2 Introduzione a C. Nodier, Racconti fantastici, Sonzogno, Milano 1890, p. 5.

3 C. Nodier, Des livres qui ont été composés par des Fous, Mélanges tirés d’une petite bibliothéque, ou variétés littéraires et philosophiques, Paris, Crapelet, 1829, pp. 247-248 (traduzione mia). Cfr. T. Gagné Tremblay,Littérature à lier. La “folie littéraire” aux XIXe et XXe siècles: histoire d’un paradigme, Université McGill, Montréal 2012, in particolare p. 47.

4 G. Amadei, Una scoperta mattoide. La metallizzazione dei corpi organici di Angelo Motta, Tipografia Ronzi e Signori, Cremona 1889, p. 22 e pp. 25-26.

5 C. Nodier, Piranesi. Racconti psicologici sulla monomania riflessiva, trad. it. L. Quatrocchi, Pagine d’Arte, Milano 2001, p. 47.

6 Ivi, p. 67.

7 Cfr. T. Gagné Tremblay, Littérature à lier…, cit., p. 6 (traduzione mia).

8 R. Queneau, Présentation di «Bizarre» (numéro spécial), IV, aprile 1956, p. 2 (traduzione mia).

9 R. Queneau, Figli del limo, trad. it. B. Pedretti, Einaudi, Torino 20032, p. 51.

10 C. Nodier, Piranesi…, cit., p. 49.

Jacopo Narros
Jacopo Narros
(1990) ha scritto Il Senzaventre (Tapirulan, Cremona 2013) e testi per le edizioni FUOCOfuochino. Ha collaborato ad alcune riviste, come Tèchne, rivista di bizzarrie letterarie e non (Quodlibet), La vita scolastica (Giunti) e altre, e al Repertorio dei matti della città di Milano (Marcos y Marcos, Milano 2015), a cura di Paolo Nori. Ha curato e tradotto la Bibliografia dei folli di Charles Nodier (Quodlibet, Macerata 2015).
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