Letteratura: “Sottomissione” – Conversazione sul romanzo di Michel Houellebecq
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“Sottomissione” – Conversazione sul romanzo di Michel Houellebecq

A più di un mese dall’uscita, Sottomissione di Michel Houellebecq è in testa alle classifiche di vendita di tutta Europa e continua a far parlare di sé.

Emanuele Midolo vive da cinque anni a Parigi, dove ha lavorato per la redazione del sito AgoraVox. Io ed Emanuele non ci conosciamo, non ci siamo mai incontrati, però ogni tanto ci scriviamo. Per esempio gli ho scritto per chiedergli se avesse partecipato alla manifestazione dell’11 gennaio a Parigi. Così come ci eravamo sentiti spesso quando Emanuele aveva avuto la cortesia di recensire un mio libro, che aveva a che fare con Michel Houellebecq e il romanzo La possibilità di un’isola. Forse è per questo che qualche giorno fa Emanuele mi ha scritto di nuovo. Il testo del messaggio era questo: «Ho comprato e letto tutto d’un fiato Soumission, ma mi ha lasciato tiepido. Mi piacerebbe parlarne con te, se hai tempo». Al che gli ho subito anticipato di aver letto il libro e che la mia reazione era stata altrettanto tiepida. Prima di dirgli il perché, tuttavia, gli ho proposto di provare a pensare a un pezzo, o meglio: a una conversazione. E così abbiamo iniziato a parlare.

 HOUELLEBECQ RITRATTO

Ivan: «Ciao Emanuele, quando scrivi Ho comprato e letto tutto d’un fiato, capisco che anche tu devi essere stato impaziente di tuffarti…»

Emanuele: «Sì, è così. Non sono riuscito a comprare il libro il giorno in cui è uscito (il 7 gennaio,  giorno della strage a Charlie Hebdo, Ndr) e mi era quasi passato di mente. Poi sono stato in Italia qualche giorno e mi ha preso una voglia incredibile di leggerlo; pensa che l’ho comprato alla libreria dell’aeroporto, non appena atterrato a Charles de Gaulle. L’ho sfogliato in metropolitana ma non ho avuto il coraggio di iniziarlo. Aspettavo di poter tornare a casa. Credo di aver fatto le scale a tre a tre, preso dalla foga. Non appena entrato mi sono steso sul divano e mi sono immerso nel libro. Non ho avvertito nessuno che ero tornato, non ho fatto altro che leggere, per diverse ore, in una specie di trance…»

Ivan: «Personalmente, ho avuto una specie di percorso d’avvicinamento. Ho aspettato che Bompiani mi spedisse una copia in redazione. Per la trasmissione tv per cui lavoro, infatti, erano in programma degli ospiti con i quali mi sarebbe piaciuto utilizzare il testo, citandone degli estratti o chiedendo all’ospite di leggerli, anche per sperimentare come le parole di Houellebecq, nella flagranza dei giorni successivi all’attentato, potessero risuonare dentro uno studio tv. Ma insomma, volevo soprattutto cacciare la testa dentro quel libro. Così come stavo divorando decine di articoli per approfondire quanto era successo nei giorni del #JesuisCharlie. È passato qualche giorno, ma il libro non arrivava». 

Emanuele: «In Italia è uscito praticamente in contemporanea, il 15 gennaio, segno che c’erano grandi aspettative anche da noi…»

Ivan: «Sì, e intanto davvero morivo dall’attesa. Pensavo: prima del weekend arriva, lo prendo, me lo porto a casa e me lo divoro tra sabato e domenica. Sembra una specie di craving: aspetto il fine settimana per strafarmi. Ma il libro non è una droga e il sentimento dell’attesa si esercita con una pressione più dolce e pulita. Qualcosa che ti entra dentro senza deformare il battito del cuore. Alla fine sono andato in libreria a prenderne una copia. Ho chiesto al libraio: quante copie ne hai già vendute? E lui mi ha detto che ce n’era ancora una pila intatta. Ho notato negli occhi un certo spaesamento, come a dire: ma allora i libri interessano ancora a qualcuno. Poi me ne sono tornato a casa, col libro dentro un tascone della giacca, vivo e splendente come un pezzo di ametista. Amo quel formato di Bompiani, il modo in cui puoi storcerlo e poi il libro torna dritto, letteralmente senza fare una piega. E poi insomma, ho visto la copertina, quel rosso che m’invadeva la cornea, come una pozza di sangue fresco in un film di Argento».

Emanuele: «Io l’ho letto nell’edizione francese; la copertina è molto semplice, composta, forse anche un po’ squallida: autore, titolo e casa editrice, in un rosso spento su sfondo chiaro (crema? bianco sporco?). Nessuna immagine, nessuna volpe digitale, niente rosso cardinalizio. Quando ho visto la copertina italiana l’ho trovata brutta, fuori luogo. L’edizione francese mi è sembrata più appropriata, sicuramente più à la Houellebecq».

Ivan: «A me quel rosso ha ricordato il rossetto sulle labbra delle donne. Forse addirittura il rossetto sulla bocca di mia madre, mille anni fa. E quella volpe rapinosa che rovescia il banchetto l’ho trovata stupenda. C’è un significato? Se una volpe salta su un tavolo, significa che in casa non c’è più nessuno. Che la casa è stata lasciata incustodita. Che gli animali del bosco possono dare una zampata alla porta ed entrare».

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Emanuele: «Non saprei, se con animali del bosco parliamo dei Fratelli Musulmani, il partito che conquista il potere nel romanzo, beh, ti ripeto, secondo me l’immagine è alquanto fuori luogo. Mohammed Ben Abbes, il leader dei Fratelli Musulmani nel romanzo, è un politico eccezionale, di una caratura che, in Francia, non si vedeva dai tempi di Mitterrand. Alcuni arrivano persino a paragonarlo a Napoleone, per il suo progetto di ampliamento dell’Unione Europea a tutti i paesi del Mediterraneo. Nessuna usurpazione, quindi, anzi; una sottomissione volontaria, da parte di un’intera nazione, ad un disegno politico straordinario. Del resto, come recita la citazione dell’Ayatollah Khomeini che apre l’ultima parte del romanzo, “o l’Islam si fa politico, o non è”».

Ivan: «Forse la fantasia che mi sono fatto, intorno a quella copertina, è nata sulla suggestione di una casa vuota, dove non abita più nessuno. Ovvero sull’idea di una Francia e di un’Europa deboli, spiritualmente disarmate, terreno di conquista degli animali del bosco».

Emanuele: «E qui entriamo nel vivo della questione: Houellebecq è da sempre convinto che la società – qualsiasi tipo di società – è impossibile senza la religione, anche se lui, ispirandosi ad Auguste Comte, considera la religione un’attività sociale, non spirituale, “il cui unico ruolo è quello di portare l’umanità a uno stadio di perfetta unità”. Nelle Particelle Elementari faceva dire a uno dei suoi personaggi che l’Islam è “la più stupida, la più falsa e la più oscurantista delle religioni”. L’ha ripetuto anche in occasione dell’uscita del romanzo successivo, Piattaforma. Nell’intervista a Canal+, registrata poco dopo la strage, dice invece che una lettura approfondita del Corano gli ha fatto cambiare idea. In un’intervista al Corriere ha aggiunto qualcosa di molto interessante: “Della libertà l’uomo non ne può più, troppo faticosa…”».

Ivan: «Affermazione che aderisce sinistramente a una parte di me. Non dico all’interezza della mia persona, no, ma solo a una parte. Anch’io ho la sensazione, a volte, di godere di un eccesso di libertà. Questa sensazione, dico per inciso, credo sia cresciuta all’ombra di un fatto: la precarietà, che mi fa indulgere nel sogno del ritorno di vecchie strutture protettive – il posto fisso, la pensione, la tredicesima, lo Stato – e di conseguenza costruisce dentro di me il desiderio di barattare un po’ della mia presunta libertà in cambio, per esempio, di un lavoro stabile, magari un po’ schiavizzante ma in grado di offrirmi un radicamento. Qualcuno potrà obbiettare che il mio è un desiderio che non fa i conti col mondo di oggi, io invece dichiaro che il mio è un desiderio umano, che quindi ha a che fare col mondo di sempre. Ma questo è un altro argomento».

Emanuele: «Houellebecq dice anche che essere ateo gli “è diventato insopportabile”. Una frase che mi ha un po’ scioccato. Da qui la “sottomissione” (che è, come ormai sanno tutti, la traduzione della parola Islam) un “abbandono” che ci priva di quel fardello che Houellebecq giudica ormai insostenibile: la libertà. Che l’Europa sia debole perché libera è un concetto difficile da digerire, non trovi?».

Ivan: «Certo, infatti non riesco proprio a digerirlo, ma non posso negare che il concetto mi sia entrato dentro e mi stia impegnando in una sofferta masticazione. La stessa idea di sottomissione è un elemento che trovo culturalmente disturbante, tossico, estraneo alla mia dieta. Trovo geniale che Houellebecq ne abbia fatto un tema. Di più non riesco a dirti».

Emanuele: «Se però vogliamo analizzare il libro da un punto di vista letterario, personalmente non posso dire che non mi sia piaciuto. Come ha scritto Emmanuel Carrère, contiene comunque dei passaggi estremamente densi. Certe descrizioni sono magnifiche e le analisi sociologiche sono molto lucide, come sempre. Nel complesso, però, non mi ha convinto…»

Ivan: «A me ha lasciato tiepido per una ragione in fondo banale, stilistica. Ho letto diversi romanzi di Michel Houellebecq, anzi li ho letti tutti, e il protagonista di Sottomissione mi è parso un personaggio che ho incontrato diverse volte, con cui ho già simpatizzato, nel quale mi sono già riflesso, e che di conseguenza non mi emoziona più. François mi è sembrato a tratti così codificato che mi ha fatto pensare ai personaggi della narrativa di genere, dove il detective, per esempio, porta sempre l’impermeabile o dove gli alieni sono rettiloidi. Il genere è Houellebecq, in questo caso. Ovviamente ci sono pagine stupende. C’è la scena di una fellatio, come in altri suoi libri, e come sempre magnifica. Una fellatio preceduta da un molto significativo anilingus, di lei a lui. Poi c’è quell’uso del corsivo, sempre un po’ farsesco. Anche questo è tipicamente Houellebecq. E letterariamente delizioso. Però niente di nuovo alle mie orecchie».

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Emanuele: «Tipicamente Houellebecq è un’espressione che ho ripetuto spesso in questi giorni, parlando del romanzo con un po’ di amici. Senza dubbio il narratore ricorda molto quello del suo primo libro, Estensione del dominio della lotta. Ma anche quello di Piattaforma. La cosa paradossale, però, è che a molti lettori il suo penultimo romanzo, La carta e il territorio, non era piaciuto perché “poco houellebecquiano”. Un esempio su tutti: la sessualità era praticamente assente. Ricordo che, intervistato da Giuseppe Genna sul Manifesto, Houellebecq diceva di “averla descritta in ogni modo”: “Non penso sia più il caso di entrare in una questione che, almeno dal punto di vista artistico, considero già chiarita. Non farei che ripetermi, sarebbe puro manierismo”. Ecco, Sottomissione è pieno di scene di sesso. Se c’è una ripetitività che mi ha fatto storcere il naso è quella, anche se sono descritte in maniera magistrale.»

Ivan: «Il libro è disseminato anche di splendide descrizioni meteorologiche (“nel cielo azzurro fluttuavano piccoli cumuli paffuti”) e poi mi ha catturato la parte in cui si dirige a sud ovest e trova questa Francia deserta, svuotata. È una sezione del libro molto accomodata sul cliché fantascientifico del mondo post qualcosa, però su di me ha sempre un certo effetto».

Emanuele: «Certo, quando decide di lasciare Parigi, convinto che la guerra civile sia imminente. Armato di cibo in scatola, di un bollitore per l’acqua e una torcia elettrica, sale sulla sua Volkswagen Tuareg, dotata di “un motore V8 diesel di 4,2 litri a iniezione diretta common rail”…»

Ivan: «…ecco, anche quando descrive le automobili, con quel lessico perfettamente tecnico e squisitamente urbano, appropriato, mi piace, lo leggo proprio di gusto, ma pure questo è un dettaglio che già c’era in altri suoi romanzi…».

Emanuele: «François parte verso sud-ovest, con la vaga intenzione di passare il confine per ripararsi in Spagna. L’autostrada è completamente deserta, alla Walking Dead, le aree di servizio abbandonate; un paesaggio post apocalittico, così vicino e così lontano, che sembra uscito da un romanzo di Richard Matheson, Io sono leggenda o qualche altro. Ecco, tu stesso hai citato la letteratura di genere; forse questa parte fantascientifica, più che quella fantapolitica, è letterariamente superiore. Ma sappiamo che Houellebecq non è nuovo al genere, tu hai scritto pagine stupende sulla La Possibilità di un’isola, che rimane probabilmente il mio libro preferito, tra i suoi.»

Ivan: «Ti ringrazio. Pure per me La Possibilità di un’isola resta uno dei preferiti».

Emanuele: «La fantapolitica invece è una tematica decisamente nuova.  C’è una frase, a metà del romanzo, che mi sembra molto importante: “Il fatto che la storia politica potesse avere un ruolo nella mia vita continuava a sconcertarmi, e anche un po’ a ripugnarmi. Eppure mi rendevo conto, e già da diversi anni, che lo scarto crescente, divenuto abissale, tra la popolazione e coloro i quali parlavano a suo nome, politici e giornalisti, doveva necessariamente condurre a qualcosa di caotico, di violento e d’imprevedibile. La Francia, come altri paesi dell’Europa occidentale, si dirigeva già da tempo verso la guerra civile, era evidente”».

Ivan: «Recentemente ho letto un saggio molto affascinante, di Christian Salmon, dove si parla proprio del rapporto compromesso tra leader, classe politica e cittadini. I leader contemporanei, secondo Salmon, devono nascondere la propria impotenza, la propria incapacità d’incidere sulla realtà, affabulando il popolo con un racconto del cambiamento, che però non c’è, non esiste».

Emanuele: «Beh, i personaggi di Houellebecq vivono schiacciati dal peso della società. O meglio: dal sistema economico. È la tesi dell’economista Bernard Maris, una delle vittime della strage di Charlie Hebdo, che l’anno scorso aveva scritto un ottimo libro sull’argomento: Houellebecq economista, appena pubblicato anche in Italia. Che sia la politica a determinare il destino delle persone è, per Houellebecq, una scoperta recente. Forse il cambiamento maggiore sta proprio qui. E purtroppo non riguarda solo la letteratura: nella finzione, gran parte degli ebrei francesi si trasferiscono in Israele (credo che per questo aspetto Houellebecq sia stato influenzato dal Complotto contro l’America di Philip Roth). La realtà, però, non è molto differente: nel 2014 sono stati 80mila i cittadini francesi di origine ebraica a lasciare la Francia.»

Ivan: «Qualche giorno fa un’amica mi ha raccontato della sorella, Claudia, che vive a Parigi. Mi ha riferito che Claudia, che ha una figlia piccola, se ne vuole andare. Le piacerebbe spostarsi ad Antibes, in Costa Azzurra, dove il fidanzato ha una piccola casa. Parigi non le piace più. Dice che c’è un’atmosfera pesante. Che già prima della strage tirava una pessima aria. È la stessa atmosfera che ho sentito circondare Sottomissione. Un romanzo che non mi ha del tutto soddisfatto, che mi ha lasciato tiepido, ma che ha incamerato una tale energia, date le incredibili circostanze in cui è venuto al mondo, che è come se fosse diventato un pezzo di pietra magico e radioattivo. Per questo consiglio di leggerlo, di toccarlo, maneggiarlo, di usarlo per meditare, per passare attraverso la vicenda europea in cui siamo appena entrati. A suo modo è diventato una specie di libro maledetto».

rue Notre-Dame-de-Lorette

Emanuele: «Ti racconto una cosa, rispetto al clima che si respira in città. Qualche giorno fa stavo passeggiando per la rue Notre-Dame-de-Lorette, una strada molto bella che viene citata anche da Houellebecq. Guardavo quei palazzi di metà ottocento e pensavo a Joris Karl Huysmans, lo scrittore oggetto di una vera e propria ossessione, da parte del protagonista di Sottomissione, tanto da indurlo a ripeterne il cammino spirituale. A un tratto le mie fantasticherie ve­­­­­ngono interrotte da un uomo con una specie di passamontagna che mi passa accanto, camminando svelto, tenendosi una sciarpa di pyle tirata sopra le labbra. Del viso riesco a intravedere solo gli occhi, stretti nella fessura del tessuto. Poi noto la gente sul marciapiede attorno a me che comincia ad agitarsi. Alcuni lo fissano, altri si affrettano ad attraversare la strada. Fa freddo, mi dico io, si sta solo coprendo. Oppure no? Quante persone staranno facendo pensieri del genere, in centro, nei 20 arrondissement dell’area urbana? Ecco, io non so risponderti. So solo che in questi giorni a Parigi fa davvero freddo».

 

Foto: Paris Match

Ivan Carozzi e Emanuele Midolo
Ivan Carozzi scrive per la trasmissione tv Le invasioni barbariche. Oltre a “I figli delle stelle“ (Baldini e Castoldi), è autore di 'Macao', ebook pubblicato per Feltrinelli, mentre un nuovo libro è in corso di pubblicazione per Einaudi Stile Libero. Ha scritto per diversi quotidiani e periodici. Tiene un blog su Il Post, uno su Doppiozero, ed è tra gli autori di Minimaetmoralia. Si è molto divertito con theitaliangame.tumblr.com Emanuele Midolo è nato a Messina nel 1987, ha studiato lingue e letterature straniere a Venezia e vive a Parigi dal 2010. Ex caporedattore di AgoraVox Italia, ha collaborato con VICE Magazine, La Repubblica e Il Venerdì. Ogni tanto scrive anche sul suo blog: Melting Pol Pot.
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