Letteratura: Sui blog letterari: una replica a Massimiliano Parente
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Sui blog letterari: una replica a Massimiliano Parente

Mi trovo in una situazione che mi è familiare e che ad altri, correttamente, sembrerà la più sconveniente: quella di sentirmi egualmente lontano dai due contendenti in gara, di riuscire a rendermi nemico di entrambi, con l’aggravante di voler continuare a collaborare con uno di quei due contendenti, finché esso lo riterrà opportuno, cioè ancora […]

Mi trovo in una situazione che mi è familiare e che ad altri, correttamente, sembrerà la più sconveniente: quella di sentirmi egualmente lontano dai due contendenti in gara, di riuscire a rendermi nemico di entrambi, con l’aggravante di voler continuare a collaborare con uno di quei due contendenti, finché esso lo riterrà opportuno, cioè ancora per poco e magari per pochissimo, a partire da adesso, da questa mia riflessione supremamente controproducente. Non posso non dare ragione al Massimiliano Parente di venerdì 12 gennaio, riguardo al conformismo che affliggerebbe buona parte dei blog letterari: sono stato io stesso a denunciarlo, spesso proprio all’interno degli articoli che andavo pubblicando su quegli stessi blog letterari. Finora, perciò, io non posso che ringraziare chi ha voluto ospitarmi, nella consapevolezza che le mie idee erano il più delle volte opposte e contrarie da quelle di chi dirigeva ed editava quelle riviste: è capitato, certo, che alcuni miei pezzi venissero respinti, com’è giusto che avvenga e, in quei casi, vai a sapere il perché – io, perlomeno, non voglio saperlo, non chiedo spiegazioni, saluto e scompaio all’istante. Cioè: vai a sapere se il problema era che il mio pezzo non fosse all’altezza – probabilissimo, essendo io, assieme ai miei scritti e pensieri, di un’incostanza patologica – o che le opinioni ivi contenute non fossero gradite?

A volte, mi piglia la voglia di organizzare qualcosa di simile a ciò che è passato alla storia come l’affare Sokal, che non starò a riassumere: una burla, una burla tuttavia non innocua, anzi altamente istruttiva sui meccanismi di funzionamento di certi ambienti culturali, uno scherzo che io vorrei emulare, ribaltandolo. Vorrei, cioè, prendere e ricopiare un Giacomo Debenedetti o un Cesare Garboli d’annata – servirebbe un loro inedito, mannaggia – e spedirlo a un blog letterario a caso, scelto magari tra quelli coi quali non ho finora collaborato, accompagnandolo con un paio di righe scritte di mio pugno nelle quali, molto amichevolmente, mi dichiarerei leghista, en passant. A pensarci bene, dichiararsi leghista non sarebbe sufficiente: mi dovrei dichiarare un ben altrimenti odiato renziano, anzi Matteo Renzi, un Matteo Renzi in persona che scriva sotto pseudonimo, un Matteo Renzi improvvisatosi critico letterario, e stare a vedere le conseguenze. Il pezzo, di altissima e non mia fattura, verrebbe pubblicato, giusto? Pas de problème, no? Il rispettivo orientamento politico mica influirà sulle possibilità di pubblicazione, sul giudizio dei redattori, vero?

Tutto ciò, per ottenere la conferma di ciò che è evidente a tutti e che allontana molti lettori potenziali: non puoi stare a lamentarti di avere pochi lettori e, al contempo, considerare dei sub-umani tutti coloro che non abbiano appeso sopra al proprio cuscino il poster di Nicola Fratoianni. Tutto ciò, per essere d’accordo con Massimiliano Parente: il conformismo ideologico di buona parte dei blog letterari è qualcosa di spaventoso di cui non si parla abbastanza, perché chi li frequenta e potrebbe o dovrebbe discuterne appartiene a quello stesso conformismo ideologico, lo incarna, lo legittima, lo riproduce. Il fatto, però, è che l’ideologia da blog letterario non è più semplicemente e soltanto politica e non lo è mai stata, con ogni probabilità: è qualcosa di più pervasivo, pericoloso e difficile da riconoscere, perché chiunque di noi abbia un proprio profilo social e frequenti il mondo della letteratura online vive buona parte delle proprie giornate immerso in essa, come un palombaro che abbia dimenticato di tornare a galla e che esista una superficie.

Perciò, mi sentirei ridicolo a voler smentire Parente, perché, se lo facessi, dovrei parzialmente smentire anche me stesso, avendo io criticato più e più volte l’ecosistema dei blog letterari: di contro, e so di dover dare una brutta notizia a Parente, egli non può essere in alcun modo considerato la bestia nera dell’utente medio del blog letterario medio. Insisto sull’utente, lasciando perdere la piattaforma sulle quale esso se ne sta appollaiato, perché non sono più le piattaforme a contare, e da tempo: “il Giornale” può essere il luogo del conformismo tanto quanto il più epigonico dei blog letterari, ed è lo stesso Parente a dimostrarlo. Ripesco un suo articolo, risalente a meno di tre anni fa, alla pubblicazione de Gli increati, sul cui autore il nostro così si esprimeva: “Moresco è un genio, uno scrittore di una potenza visionaria unica credo in tutto l’Occidente, e va reso omaggio alla Mondadori di averlo capito e pubblicato fino in fondo, eroicamente”. Nella sua recentissima requisitoria, però, Parente confessa sì di essere stato un lettore di Moresco, ma prima di accorgersi “che non era neppure un guru, era un prete”: è lecito chiedere che data riporti tale conversione? È avvenuta tra il marzo del 2015 e questo gennaio, dunque? Perché uno si trasformi da genio a prete, in effetti, servono quasi tre anni, e non dimandiamo oltre.

Un giudizio un pochino iperbolico, il più antico, ma perfettamente in linea con l’ideologia di buona parte dei blog letterari che Parente tanto detesta e dai quali, però, non è a sua volta detestato: mi dispiace deluderlo, ma il suo nome è rispettato, temuto e riverito, al netto di coloro che continuano ad addebitargli l’oscenità della tribuna dalla quale si esibisce, cioè le colonne de “il Giornale”. Non credo, al riguardo, che valga la pena di mettersi a rispondere a queste “argomentazioni”, essendo tramontato per tutti noi, purtroppo, il tempo delle assemblee liceali.

Ma di che cos’è composta quella che io definito come un’ideologia e che i più apocalittici potrebbero arrivare a considerare un’antropologia? Le piattaforme, dicevo, sono abbastanza neutre – abbastanza, perché scrivere online incoraggia effettivamente la tentazione mimetica, data l’illusione della vicinanza degli utenti – ed è la modalità con cui si parla di ciò che si parla che determina l’adesione al conformismo che Parente ha denunciato: ovvero, esprimersi in tali termini di un autore come Moresco, che è il più mitizzato, oggi, in Italia, e farlo dalle colonne di quel quotidiano o nella sala d’attesa del dentista è, per me, nient’altro che l’ennesima adesione al letterariamente corretto. Parente fa di tutto pur di sentirsi ed essere avvertito come uno scrittore fine-di-mondo, malpensante, immoralista e permalista: tutti attributi dei quali va ghiotto l’utente medio del blog letterario medio, alla ricerca del brivido del proibito, in tal caso amplificato dall’appartenenza politica di Parente, o dalla sua mancata appartenenza. Sia come sia, l’utente medio più birichino e, comunque, medio-colto e medio-progressista, avrà una scossa elettrica e pre-orgasmica, nell’avvicinarsi a un autore che la sua chiesa politica disapproverebbe alquanto. Chiesa, dicevo? Mi sovviene che Parente è anche un anti-clericale accanito, e pure qui c’è da leccarsi i baffi, nevvero? Difende ed esalta il consumismo, vabbè, ma è pur sempre un anti-borghese, cioè uno che vuole scandalizzare i benpensanti: perdonato. Qualcuno, poi, che mi spieghi chi sarebbero i benpensanti, oggi?

Già, perché la rivolta anti-borghese, ormai, non è appannaggio della sinistra né della destra, e neppure del centro: è appannaggio di chiunque, compresa la mia portinaia, è roba buona per il sabato sera di Rai1, per il mercato rionale e per il salotto vellutato delle signore irriconoscibili e con la faccia talmente liftata da sembrare più prossime agli esseri anfibi che a quelli umani. L’Italia è piena di borghesi schifati da se stessi e che fanno finta di essere altro, perciò chi resta da épater? Alla fine, piglieremo un poveraccio dalla strada, metteremo su uno sconcio teatrino, gli imporremo di impersonare per un attimo il borghese del caso e lo faremo a pezzi, lo sbraneremo, rinnovando l’antico rito greco dello sparagmós, così, per gioco.

L’utente medio, quello che non smette di spalancare la bocca alle provocazioni inaudite, alle vertigini orrorifiche, l’agguerrito antagonista che non si è accorto di non avere più nemici, è uno che ha accoppiato il ribellismo adolescenziale all’accademismo sub-universitario, che svolge la propria funzione sociale a culo coperto, che urla in favore di telecamera e, soprattutto, tentando di farsi sentire dal Magnifico Rettore e dal Munifico Assessore, in attesa dei loro timbri e delle loro laudi: riesce a sentirsi contro il Sistema, incarnandone l’espressione più ipocrita e meno rischiosa. Scriverà o leggerà e diffonderà la recensione di un libro che, da quel momento in poi, diverrà il lasciapassare d’obbligo per chiunque voglia sentirsi anch’esso “contro”: le scelte culturali, oggi, sono in grado di fornire una falsa coscienza a basso costo e di sovrastare, inglobare e determinare quelle politiche, limitatamente ad ambienti del genere, sbirciando i quali a Marx, al Marx delle sovrastrutture e della struttura materiale dell’esistenza, verrebbe un coccolone, povero lui.

Chi è sul serio, dannatamente e disperatamente, fuori asse rispetto all’ideologia del letterariamente corretto, chi è tanto grigio da risultare anonimo? Chiunque si attardi a difendere il senso comune, come faceva Raffaele La Capria, o il buon senso, come continua a fare Alfonso Berardinelli, inserito da Parente nel novero dei “vecchi tromboni” e accomunato alle “giovani trombette, come Gilda Policastro”, in un calderone buono per fini polemici ma ridicolo a fini conoscitivi, non avendo i citati alcunché in comune: basterebbe prendersi la briga di approfondire un po’ i loro metodi, le loro analisi, le loro conclusioni. Estremismo, anzi utilizzo efficace di una vasta gamma di “stili dell’estremismo”, tanto per citare il vecchio trombone di cui sopra; apoditticità, tanto che Vasco Rossi sarebbe “l’unico poeta italiano che io seguo e rispetto”; impoliticità ostentata a più riprese, per esempio nell’intervista rilasciata pochi mesi fa a CrapulaClub, guarda caso l’unico blog letterario, quello sì, degno di essere elogiato su “il Giornale”, e di nuovo con iperboli assortite, riservate in particolare a colui che ebbe l’onore di intervistarlo, Alfredo Palomba.

Tutto qua, ed essendo io un signor nessuno, un cretino tanto demodé da considerarsi, nonostante tutto ciò che ho scritto, ancora e anti-gaberianamente, non solamente “di” sinistra, ma anche “della” sinistra, di una sinistra distantissima da quella più chic che fa sdilinquire i blog letterari, non posso fare altro che sperare che essi continuino ad accettare i miei contributi, non posso fare altro che puntare sull’entrismo, ritornare al quartinternazionalismo, e chi non sa di che cosa si tratti si dia una mossa e s’informi, perché non posso fare tutto io.

Paolo Bonari
Paolo Bonari
«Life is what happens to you while you’re busy making other plans»: io sono un tipo poco progettuale, perciò non mi succede nulla. Nato nella provincia senese, di discendenza e di avvenire valdorciani. Invecchiando, ho capito che è bene che io non mi faccia gli affari miei, perciò non dico altro.
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