Un weekend tra i raeliani, intervista a Ivan Carozzi
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Un weekend tra i raeliani, intervista a Ivan Carozzi

Nel 1973 Claude Vorilhon cambia il suo nome in Rael e fonda il Movimento raeliano, per stessa volontà della civiltà extraterrestre.

Nel 1973 Claude Vorilhon cambia il suo nome in Rael e fonda il Movimento raeliano, per stessa volontà della civiltà extraterrestre (gli Elohim) da cui racconta di esser stato contattato e portato a bordo di una loro astronave sulla quale ha potuto fare quattro chiacchiere con Gesù, Maometto, Buddha. Secondo il messaggio che gli è stato trasmesso, gli Elohim sarebbero i creatori della specie umana e che tale teoria sia alla base delle principali religioni conosciute.

Non è del tutto chiaro quanti siano i proseliti di Rael sparsi per il mondo, si parla di circa 60 mila adepti, ancora pochi prima che gli Elohim possano far ritorno sul nostro pianeta per condividere il loro sapere scientifico in grado di donare all’umanità la vita eterna grazie alla clonazione.

Nel 2006 Ivan Carozzi, intrigato dalla lettura di La possibilità di un’isola di Michel Houllebecq, ha deciso di raggiungere un raduno raeliano tenutosi a Sierra, in Svizzera. Da questa esperienza ne è stato ricavato un libro di cui in questi giorni esce una riedizione per Baldini&Castoldi. I figli delle stellecronaca di un raduno raeliano è il racconto di un piccolo viaggio oltralpe, ma anche oltre la necessità spasmodica di fornire spiegazioni definitive su una realtà sfaccettata che Ivan Carozzi ci racconta con introspezione e puntualità, senza trascurare uno stile narrativo piacevole e raffinato.

Devo necessariamente partire dal finale del tuo libro, nasconde una tua conversione al movimento raeliano?

Mi rendo conto che il finale possa suggerire l’idea, ma non è così. Ho voluto chiudere in un modo un po’ disperato e parodico, per intendere che neanche in questa circostanza sono riuscito a credere fino in fondo in qualcosa. Come se avessi voluto cambiare la mia vita, senza però riuscirci.

Il libro è stato scritto nel 2006 e ci sono alcuni paragoni con Forza Italia. Mentre lo leggevo ho trovato molti punti in comune tra i raeliani e il MoVimento 5 Stelle, sia per quanto riguarda gli aspetti legati alla scienza, al progresso o all’ecologia, ma anche per la loro struttura organizzativa. Se il libro fosse stato scritto oggi, i paragoni sarebbero con loro?

Non ci avevo pensato. In effetti, come dici tu, c’è qualche elemento in comune: la fiducia nella scienza, nella tecnologia, l’ambientalismo ecc. Tuttavia non riesco a non associare l’M5S a una certa aggressività formale, nei toni e nei modi, mentre il linguaggio e la comunicazione raeliana hanno tutta un’altra temperatura. L’immaginario, nonché l’etica e la morale raeliana, infatti, costituiscono una specie di prosecuzione e deviazione ufologica della cultura freak. Gli aspetti che mi hanno interessato di più del movimento raeliano, oltre a una serie di implicazioni filosofiche che Michel Houellebecq aveva colto perfettamente, sono stati quelli più pop e superficiali, direi. Il colore. Era come se, al tempo in cui mi ero dedicato a questo libro, avessi trovato una specie di balocco culturale con cui divertirmi e di cui scrivere.

L’M5S, invece, è una realtà nella quale non trovo nulla di divertente. Ci trovo semmai elementi che meritano riflessione: nuovo analfabetismo, populismo elettronico, degrado cibernetico e dell’informazione, se rifletti sul modo in cui la notizia spesso circola, si deforma, si trasforma in bufala, si frantuma e surriscalda nei commenti, inquinando le falde, proprio nella porzione di universo internet che incrocia il blog di Grillo.

Eppure tutto questo accade senza che vengano meno le classiche issues del MoVimento 5 Stelle, che poi sono ancora i temi della sinistra di fine millennio, ambientalista, movimentista, no global, tecnoutopista. Una stranissima miscela. Per chiudere il discorso ti dico che però m’indigna altrettanto il riflesso castale con cui la stampa ha incredibilmente ignorato, e poi spesso semplicemente denigrato, il MoVimento 5 Stelle, dai meet up fino al successone elettorale. 

Ti dico la verità, mi inquietano molto queste realtà che non saprei come altro definire se non come delle sette o qualcosa di molto simile, a maggior ragione se ostentano un pacifismo e una gaiezza di facciata.

Onestamente non ho mai provato quella che tu chiami ‘inquietudine’, durante il weekend che ho trascorso in Svizzera. Semmai mi sono sentito un po’ deluso. È come se avessi toccato la cartapesta, dopo aver sognato di ritrovarmi proiettato in questo meraviglioso varietà: 

Come ho raccontato nel mio libro, e come scritto anche da Houellebecq nel suo romanzo, dietro la cortina di credenze ufologiche, al di là della specifica cosmogonia di cui Rael si è fatto profeta e al di là dello scientismo e della predicazione della clonazione umana, nel movimento raeliano si percepisce qua e là una promessa di piacere sessuale. È questa promessa, mi è sembrato, il vero fattore che tiene unito in modo posticcio, bricolage e vinavil, il patchwork di frammenti culturali, totalmente postmoderni, di cui il movimento raeliano è composto.

Insomma, ho avuto la sensazione che la maggior parte degli embriativi, ovvero dei raeliani, si siano avvicinati al movimento fondamentalmente per accoppiarsi e per colmare dei vuoti privati. Del resto anch’io quando sono andato a Sierre avevo la speranza non solo di scrivere, di trovare un soggetto interessante da esplorare con la scrittura, ma pure di conoscere una bellissima raeliana. Cosa che non è accaduta. È questo insieme pittoresco di elementi, in qualche modo scenografato dall’immaginario Ufo e tecnoscientifico, che fa del movimento raeliano un universo ricchissimo ed estremamente stimolante dal punto di vista narrativo.    

Mi sembra di poter dividere il tuo libro in tre o quattro parti, che poi corrispondono alla giostra di sensazioni che ho vissuto io nel leggerlo: la prima parte di grande interesse e curiosità, quella del preambolo e del viaggio verso il raduno, una seconda parte di angoscia (per un attimo ho dovuto interrompere la lettura, ma forse è solo colpa mia che sono paranoico!) mentre eri lì controllato dall’“angelo custode”, una terza parte di disillusione e scoramento e poi infine la parte conclusiva dedicata a Michel Houllebecq. 

Diciamo che tutto è partito dalla lettura di La possibilità di un’isola di Houllebecq, nel quale del movimento raeliano si parla, anche se Houellebecq li chiama gli elohimiti. Perciò quando ho saputo di questo raduno in Svizzera  mi sono precipitato a cento all’ora, con grandissimo interesse e con enorme curiosità. Forse il tuo momento di angoscia corrisponde al racconto del secondo giorno, quando ho provato un senso di asfissia e soprattutto di prigionia e noia.

Immagina un interminabile pomeriggio dentro un palazzetto dello sport anni ’70, continuamente pedinato da un responsabile dell’organizzazione, mentre sul palco si susseguivano gli interventi delle guide raeliane, interventi che in sostanza erano o delle mortali rimasticature fino alla deidratazione di argomenti che già aveva discusso Rael il giorno prima o reiterazioni di temi già a loro volta ripetuti fino all’estenuazione nei libri di Rael. È un po’ come quando ti trovi dentro una struttura chiusa e affollata, che sia un concerto o un convegno, ti scappa la pipì e hai bisogno di un bagno, oppure hai bisogno di uscire per fumare, ma non puoi farlo. Insomma, immagina quel sentimento di asfissia, di claustrofobia, le sirene d’allarme nel cervello… 

Sotto certi aspetti, alcuni ideali professati dai raeliani sono più che condivisibili: l’ecologia, i diritti gay, l’esser contrari alla pena di morte e – magari entro dei limiti – l’apertura al progresso e alla scienza. In realtà mi sembrano concetti talmente ovvi da risultare banali, come se servissero solo da agganci.

Posso parlarti solo dal mio punto di vista e alla luce della mia breve esperienza. Per quello che ho visto, si tratta di un movimento che predica e pratica un discorso di tolleranza, ovviamente apprezzabile. Ma, al tempo stesso, non so come dirti, sono gli stessi che con grande disinvoltura portano avanti da qualche anno, in modo oscenamente ingenuo, una campagna di riconciliazione con il simbolo della svastica, inteso come segno di pace e fratellanza. Forse alcune iniziative sono solo delle trovate mediatiche, altre delle scatole vuote. In questo Rael delude perché mi ricorda la banalità del marketing e della politica di tutti i giorni. 

Nel libro non traspare una tua opinione vera e propria sui raeliani, come mai? E a questo punto, qual è la tua opinione?

Ho voluto semplicemente raccontare due giorni della mia esistenza, senza la pretesa di ricavarne degli assiomi o di conoscere i raeliani fino in fondo.
I raeliani raccontano una fabula molto intrigante, in cui si ricostruisce la storia dell’umanità e si formula un’ipotesi molto estrema sul futuro. Perciò da questo punto di vista restano molto affascinanti, tanto più perché questo racconto della vicenda umana è arricchito di mille ricami pop, vedi l’ufologia. Però poi ti ripeto, dopo averci messo un piede dentro mi è sembrata solo una decorazione bellissima di una scatola un po’ vuota.

Secondo te non si tratta di un movimento un po’ patriarcale e fallocentrico? Soprattutto la figura della donna, è un po’ trattata da oggetto di appagamento sessuale.

Dunque, in parte sì. Ma solo per quanto riguarda Rael, che a tutti gli effetti è un sultano spaziale circondato dal suo harem di donne, anche se, diciamo, almeno esteriormente il suo fallocentrismo è circonfuso di un’atmosfera certamente morbida e soft. I militanti mi sono sembrati assolutamente liberali, pacifici, innocui, estranei a qualsiasi forma di sessismo o intolleranza.

Com’è pubblicare un libro dopo quasi dieci anni da quando l’hai scritto? È stato faticoso riuscire a non stravolgerlo?

Sì, un po’ è stato difficile. Dopo tutto questo tempo non mi riconoscevo più nella voce, nell’ironia, nell’ostentazione dell’io narrante dentro la cornice del reportage in modo da aderire a un canone gonzo journalism; e tantomeno mi riconoscevo nel gusto esibito della complessità sintattica che mi aveva ispirato il mio pallino David Foster Wallace. Mi ci riconoscevo solo parzialmente. Ho ripreso in mano il testo, a cui volevo comunque molto bene, e ho provato imbarazzo, perché avrei voluto aggiustarlo e ricalibrarlo, ma al tempo stesso, anche per una questione di deontologia, di rispetto del lettore e soprattutto, bene o male, di rispetto per la mia voce di un tempo, ho deciso di correggere pochissimo e in modo chirurgico. 

E oggi il movimento raeliano com’è messo? Continui a interessarti a loro?

Devo dire che sono un po’ usciti dalla sfera dei miei interessi. Credo abbiano avuto un certo radicamento in Africa, non ricordo esattamente in quale area. Ma non saprei dirti altro. Non ho più avuto nessun contatto diretto. Suppongo qualcuno di loro abbia letto I figli delle stelle nella sua prima versione, ma nessuno si è mai fatto vivo. Cosa che mi dispiace. Eppure io sono qui, aperto all’abbraccio. In questo mi sento senz’altro un Elohim e un raeliano. Quando m’imbatto in una loro foto, la mia prima reazione è sempre di emozione e grande simpatia.

 

Per maggiori informazioni su I figli delle stelle clicca qui.

Edoardo Vitale
Scrive di musica, cinema e attualità su vari magazine.
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