Letteratura: «Uno spartiacque nelle letteratura colombiana e latinoamericana» — Intervista con Fabio Rodríguez Amaya
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«Uno spartiacque nelle letteratura colombiana e latinoamericana» — Intervista con Fabio Rodríguez Amaya

Esce finalmente anche in Italia “La Casa Grande”, l’unico romanzo di Álvaro Cepeda Samudio.

28 Nov
2019
Letteratura

Il nome di Álvaro Cepeda Samudio (1926-1972) non risuona con la stessa familiarità di quello di un altro scrittore colombiano come Gabriel García Márquez; eppure stiamo parlando di due personalità fondamentali per lo splendore della letteratura colombiana, e sudamericana in genere, nella seconda metà del Novecento: due autori, principali animatori del cosiddetto Gruppo di Barranquilla, che hanno lavorato gomito a gomito per dare nuova energia all’ambiente intellettuale e politico del loro Paese, con gli occhi ben indirizzati a quanto di più stimolante stava accadendo fuori dai confini.

Cepeda Samudio guardava agli Stati Uniti e all’Europa, e attraverso il settimanale “Crónica”, tra il 1951 e il 1952, insieme all’amico, si impegnava senza sosta nella diffusione della migliore letteratura del periodo, oltre a proporre testi propri; nel 1954, ancora con Gabo e altri collaboratori, gira un film sperimentale di grande impatto visivo, La langosta azul, ed esordisce con la raccolta di racconti Todos estábamos a la espera, il primo dei soli tre libri che pubblicherà nella sua breve vita. Inoltre fu un instancabile organizzatore culturale, promotore di iniziative importanti in merito all’arte, alla diffusione del cinema e al giornalismo.

Álvaro Cepeda Samudio

Finalmente, a distanza di più di quarant’anni dalla sua morte, anche in Italia arrivano le opere di questo importante autore: merito della sensibilità di Castelvecchi, che a cura di Fabio Rodríguez Amaya è in procinto di pubblicare l’intero corpus. Il primo tassello del progetto è stato sistemato questo novembre con la pubblicazione de La casa grande (nella traduzione di Alessandro Secomandi), l’unico romanzo di Cepeda Samudio (gli altri due libri, quello già nominato e Los cuentos de Juana, sono raccolte di racconti), originariamente licenziato nel 1962.

L’argomento da cui prende le mosse la scrittura labirintica di Cepeda è la strage di stato dei braccianti bananieri del dicembre 1928, una vicenda nota anche ai lettori di Cent’anni di solitudine, a cui è dedicata un’ampia sezione. Accanto alla violenza, ecco però comparire la dimensione domestica, una famiglia in una certa misura legata all’eccidio le cui dinamiche si fondono senza soluzione di continuità con la sfera pubblica. Da questo punto di vista La casa grande è certamente un romanzo politico, sia perché non si intimidisce all’idea di affrontare uno snodo storico tanto doloroso per la Colombia, sia per aver scelto la strada del dialogo tra storia e quotidianità familiare, tra traumi sociali e violenze private, la cui originalità sta soprattutto nello stile. L’irrequieto cucirsi di frammenti, di situazioni riguardanti personaggi anonimi, di tempi diversi, crea un voluto spaesamento nel lettore, chiamato a partecipare all’opera e costretto a immergersi in una struttura frantumata e sfocata che assomiglia a quella dei ricordi (come notava García Márquez in una breve prefazione del 1967). Una scrittura che in fondo riflette l’atteggiamento poliedrico del suo autore, interessato a diverse forme di espressione artistica, e che scommette sulla possibilità di raccontare una tragedia attraverso strumenti meno convenzionali che proprio in virtù della loro straniante potenza riescono a catturare il lettore e a trascinarlo nel cuore del dramma.

Di Álvaro Cepeda Samudio abbiamo parlato col pittore e scrittore colombiano e italiano Fabio Rodríguez Amaya, ordinario di  Lingue e Letterature Ispanoamericane all’Università di Bergamo, curatore dell’edizione critica dell’Obra literaria di Cepeda (insieme a Jacques Gilard) e delle edizioni italiane per Castelvecchi.

La copertina di un’edizione americana de “La casa grande”

L’uscita della Casa grande è solo il primo passo di un progetto più grande che prevede la pubblicazione dell’intera opera di Álvaro Cepeda Samudio qui in Italia, grazie all’impegno di Castelvecchi. Cosa rappresenta per lei un’operazione così importante?

Anzitutto rende giustizia a uno scrittore la cui opera è stata uno spartiacque nelle letteratura colombiana e latinoamericana. Cepeda Samudio, da poeta vero, senza scrivere versi, fu artefice di un modo nuovo di leggere il mondo e la società colombiana e, nello stesso tempo, pioniere della sperimentazione tecnico-narrativa. Inoltre, ed è molto importante, penso al pubblico italiano che delle nostre letterature come delle altre arti o manifestazioni dello spirito e della nostra storia conosce ben poco, o quasi niente. L’editoria italiana è stata sempre molto indifferente riguardo all’America Latina e ha vissuto all’ombra di quelle della Francia e della Germania. Non prima degli anni Sessanta l’Italia si limitò a cavalcare l’onda del cosiddetto “boom” imposto a livello internazionale da una matrona catalana. O sono stati più di cinque o sei gli scrittori ben tradotti e ben pubblicati allora? E oggi segue il diktat della cultura letteraria internazionale scevra da qualità e governata dal marketing, dal facile e “ben” scritto, ma il più delle volte vuoto di senso. In Europa predomina ancora l’arroganza bianco-centrica e colonialista. L’America latina non è mai interessata e oggi meno che mai se non per i vantaggi economici che essa offre o per riversare le proprie frustrazioni politiche, sociali e culturali. Non si ricorda, per esempio, che un’Italia è nella penisola e un’altra è all’estero, principalmente nel continente americano. Si dimentica che le diverse ondate migratorie di milioni d’italiani dell’Ottocento e del Novecento furono quelle della fame e la miseria. Che il fascismo e la sua incultura, non tanto lontana da quella odierna, furono materia d’esportazione.

Cepeda Samudio è un autore davvero poco noto dalle nostre parti, contrariamente al suo amico Gabriel García Márquez, a cosa è stata dovuta, secondo lei, questa relativa indifferenza? 

Cepeda Samudio, come la stragrande maggioranza degli scrittori del mio continente, è totalmente sconosciuto in Europa. Soprattutto perché vige la deformazione che definisce letteratura solo il romanzo. La casa grande si pubblicò in Francia trent’anni fa senza riedizioni, e la prima edizione spagnola è soltanto dell’anno scorso. Tuttavia, Cepeda Samudio e García Márquez, suo “fratello di latte” e compagno di viaggio fino all’ultimo, furono gli scrittori del Grupo de Barranquilla che segnò l’ingresso tardivo della Colombia nella terza modernità. Cepeda fu il grande sperimentatore, l’innovatore, il ribelle. García Márquez ebbe un percorso diverso, legato alla classicità. Non sono gli unici, ma insieme rappresentano la punta dell’iceberg della letteratura colombiana. Sostengo che nella loro diversità sono due scrittori complementari. Basta leggere Cent’anni di solitudine e La casa grande per scoprire che entrambi sono stati i “poeti” di un evento ignominioso come fu il genocidio di stato commesso nel 1928 nella zona bananiera dall’esercito e dalla United Fruit & Co. Cepeda morì giovane e come Rulfo, per esempio, fu scrittore di un’opera breve ma altrettanto densa e grande. Cepeda come García Márquez è stato un grande giornalista e non solo: egli realizzò il primo film d’autore in Colombia oltre a essere un inedito promotore delle arti, del cinema e del teatro.

Incredibilmente bello, Álvaro Cepeda Samudio è il secondo da sinistra.

Dei tre libri di questo scrittore, ha scelto di pubblicare per primo La casa grande, il suo unico romanzo ma non il suo esordio (arrivato nel 1954 con i racconti di Todos estábamos a la espera). Come mai cominciare proprio da questo testo?

L’Italia, nonostante la grande tradizione letteraria, non è un paese dove il racconto breve gode di un pubblico di lettori. Si sa quanto, invece, a livello panamericano il racconto sia un genere di estrema importanza. Oltre al fatto che ha a che vedere con il giornalismo investigativo del più alto livello.

La casa grande parte da un fatto storico familiare anche ai lettori di Cent’anni di solitudine: la strage di stato dei braccianti bananieri del 1928. Lei, nella sua prefazione, nota come una simile catastrofe sia stata “nucleo e motore” di questi due capolavori, ma perché, per Cepeda Samudio e García Márquez, un episodio del genere, accaduto quando erano due bambini, riveste un’importanza così grande?

Da quando lessi la prima volta La casa grande, nel lontano 1962, anche se penso di essermi avvicinato veramente al suo senso solo di recente, ho pensato che una delle intenzioni principali di Cepeda fosse di trattare due questioni. La prima, verbalizzare per mezzo della parola poetica la tragedia di un Paese (e di un continente) sommerso dalla violenza (sono cinque secoli e non cinquant’anni, come diceva un presidente, che la Colombia vive in guerra). La seconda, far chiarezza sul fatto che tale situazione non dipende solo dall’apparato repressivo statale e dall’impero statunitense, bensì dalla connivenza e dalla partecipazione attiva della classe dominante, intermediaria tra i suoi interessi e i capitali stranieri nella svendita del Paese. Per questo si concentra sulla violenza vissuta nella famiglia bianca del latifondista e proprietario della piantagione. L’intreccio viaggia tra il pubblico e il privato, il detto e il non detto, il chiaro e l’oscuro, e riesce a ritrarre nella sua complessità tutta la Colombia filo straniera, classista, razzista ed escludente, metaforizzata da un paese periferico e tropicale a sua volta metaforizzato dalla vita all’interno della casa grande.

La scrittura di Cepeda Samudio si fa notare fin da subito per le sue scelte e il suo energico tono sperimentale: La casa grande è un vero e proprio labirinto di voci e situazioni che prende in prestito qualche suggestione dal cinema; una scrittura, insomma, che richiede molta attenzione ma che non lascia certo indifferenti.

Sì, il registro di Cepeda si distacca dal tradizionale regionalista e tellurico latinoamericano perché non solo conosce Borges, Cortázar, Artl e Felisberto, ma introduce linguaggi e ritmi innovatori e rime innovatrici. Lui è un autore che assimila molto bene la lezioni di diverse letterature, soprattutto quella statunitense della lost generation, ma anche quella italiana, russa e inglese. Dicevo prima che lui e García Márquez sono diversi e complementari. Cepeda tratta la materia narrativa dal nucleo del mito, dal non detto, la sua è una prosa poetica secca, priva di ricami o artifizi. È una narrativa complessa, oscura ma efficace. García Márquez racconta la stessa storia dalla periferia del mito, dall’esagerazione epica, dall’iperbole, in modo cristallino, non facile ma altrettanto efficace. Entrambi, appena nati allora, hanno raccontato un orrore in modo magistrale. Entrambi sanno che la cultura del nostro Paese è permeata dalla violenza che ebbe inizio con l’arrivo dell’avventuriere genovese che sappiamo. Hanno portato alla letteratura un evento tragico come quello del massacro delle bananiere che segnava il punto algido della Repubblica Criolla Conservatrice in un Paese cattolico, apostolico e gringo com’è il mio Paese d’origine. Un evento mai risolto, mai chiarito, sul quale mai si è fatta giustizia e che, un secolo dopo, rimane vivo nell’immaginario dei colombiani.

Cepeda pensava in e per immagini, scriveva per il cinema (come fece dopo García Márquez), pensava la vita in cinema e non solo affermava che questa è l’arte del mondo contemporaneo ma che l’inizio di ogni film è sempre un testo letterario. Il capitolo “Il Paese” di La casa grande e il racconto L’annegato sono gli esempi più palesi. Anche se aveva il copione, che merita di essere conosciuto, e aveva terminato alla perfezione tutto il piano di produzione e di rodaggio, non riuscì a girare la riduzione di La casa grande, il cui testo filmico è davvero affascinante; ma vedeva con gioia che la riduzione teatrale fatta dal maestro Enrique Buenaventura del capitolo “Los soldados” era eccellente e morì senza sapere che è l’opera teatrale più rappresentata nella storia del teatro colombiano.

Ringraziandola per il tempo che ci ha concesso, concluderei chiedendole quali sono i prossimi appuntamenti per i lettori italiani di Cepeda Samudio. 

In primavera si pubblica Todos estábamos a la espera, il primo grande libro di racconti della letteratura colombiana contemporanea, e in estate Los cuentos de Juana, un libro che uscì con Cepeda in punto di morte grazie al maestro Alejandro Obregón, il pittore più importante del Novecento colombiano, membro del Grupo de Barranquilla e intimo amico di Cepeda e García Márquez: è un libro importante perché mai capito dalla critica di allora e perché si presta a una doppia lettura: come libro di racconti e come romanzo sperimentale. Ricordo poi che Todos estábamos a la espera è del 1952 e precede di dieci anni I funerali della Mamá Grande, così come La casa grande è del 1962 e precede di cinque Cent’anni di solitudine.

Massimo Castiglioni
Massimo Castiglioni
È nato a Roma nel 1988. Collabora con diverse riviste occupandosi prevalentemente di letteratura e cinema.
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