22.2.93 || Pablo Honey usciva vent’anni fa
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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1991
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22.2.93 || Pablo Honey usciva vent’anni fa

Pablo, personaggio immaginario proveniente da una cassetta di scherzi telefonici ad opera dei Jerk Boys, è ormai un ragazzo che frequenta l’università.

Pablo, personaggio immaginario utilizzato per gli scherzi telefonici dagli Jerk Boys, è ormai un ragazzo che frequenta l’università. Lo si volesse personificare attraverso i contenuti dell’album si farebbe presto ad ipotizzarlo languido, con la testa tra le nuvole, in una facoltà di lettere, timido e un po’ secchione. Sempre in biblioteca, vestito maluccio, che consuma un pranzo salutare portato da casa, mentre legge Neruda. Insomma, sono passati vent’anni da quando veniva pubblicato Pablo Honey, il primo disco dei Radiohead, anche se sembra passato molto più tempo. Non lo si evince soltanto guardando la capigliatura che aveva Thom Yorke. Si tratta del millennio scorso, ovvero: «iPod chi? Freedownload cosa?! Potresti fare lo spelling di internet? YouTube ci sarai te! Berlusconi in politica, quando?!» Beh no, forse quest’ultimo esempio non è del tutto azzeccato. Ma il senso l’avete capito. Di pomeriggio ci si rincoglioniva con Doom o si guardava Fantaghirò. Qualche pazzo incominciava a parlare seriamente di ambientalismo, ma non lo ascoltava nessuno. Personalmente io credevo ancora in Babbo Natale, ma cos’altro bisognava fare nel 1993? Non c’erano neanche i mondiali. A quanto pare ad Oxford invece ci si incontrava il venerdì (inizialmente i Radiohead si chiamavano “On a friday”, proprio perché era il giorno in cui si riunivano in sala prove) per registrare dodici tracce che ai fan di oggi strappano un sorriso di tenerezza per la loro semplicità, ma senza le quali, probabilmente, non avremmo avuto i Radiohead e tutto quello che significano per la storia della musica.

Pablo Honey si presentava con delle sonorità senza troppe pretese o innovazioni, i Radiohead avevano pubblicato un paio di ep sconosciuti ai più e tutto sembrava dover mantenere questa direzione se non fosse per Creep, la ballata che ha rotto il silenzio intorno al gruppo catapultandolo di fronte al grande, grandissimo pubblico. Più volte Thom Yorke e soci hanno parlato del rapporto di amore e odio nei confronti di questo singolo, che sebbene sia stato l’innegabile apripista per il successo, rischiava di schiacciarli e braccarli in un recinto dalle logiche di mercato simili a quelle che ruotano attorno a una boyband: ti spremo come un limone finché la tua canzonetta viene cantata nei licei e poi tanti saluti. Non è stato affatto semplice andare oltre l’etichetta di “quelli di Creep”.

Nessuno poteva prevedere i frutti di questa piccola ribellione che avrebbe portato ad album come Ok computer e Kid A. Molti grandi gruppi hanno intrapreso dei percorsi che li hanno portati lontano dal punto di partenza, ma sono davvero pochi quelli che lo hanno fatto con la rapidità dei Radiohead, tanto che uno dei giochini più simpatici è trovare quali pezzi di Pablo Honey non risulterebbero letteralmente ridicoli se inseriti nell’album seguente, The Bends, partorito solo due anni dopo. Francamente è un’impresa ardua, ma tutto sommato qualcosa potrebbe saltare fuori con un pizzico di buona volontà. La traccia che apre l’album You è sicuramente la più intensa e viscerale, una batteria incalzante accompagnata da chitarre accattivanti. Il tutto coronato da un’interpretazione vocale di Thom Yorke che forse a quei tempi non sarebbe stato in grado di scrivere Karma Police, ma santiddio se sapeva strillare.
Sorvolando sulla già citata Creep e sull’anonima How do you si giunge ad un tris di canzoni che probabilmente non hanno nulla da invidiare ad alcuni singoli che hanno fatto la fortuna di altre band coeve che hanno basato il proprio successo su un paio di canzonette (ogni riferimento ai Blur o agli Oasis è puramente casuale). L’arpeggio di Stop Wishpering e la sua melodia tragico-adolescenziale è la prima di queste.

 

 

Di sicuro Thinking about you e Anyone can play guitar potrebbero far parte di The Bends senza troppa fatica. La prima è l’unica traccia acustica dell’album e questo la mette molto in rilievo. Mantiene le solite tematiche melense, ricorrenti in tutto Pablo Honey, in molti, ingannati dal titolo, l’avranno dedicata al partner, ignorando che l’argomento principale fosse la masturbazione. Anyone can play guitar  è forse l’unica in cui una volta tanto non si parla di pene d’amore e finalmente ci si entusiasma un tantino. Di sicuro traccia una linea oltre la quale ben poco di quel che rimane è degno di nota, salvo un picco finale con Blow out, di cui solo al decimo ascolto si apprezzano le straordinarie potenzialità, tanto da poter essere considerata la vera sorpresa dell’intero lavoro.
Anche se stiamo festeggiando un compleanno, non vogliamo far passare questo disco per un capolavoro, tantomeno per un capolavoro incompreso. È interessante analizzare uno dei rari casi in cui si tende a rinnegare l’opera prima piuttosto che rimpiangerla come spesso accade con altri gruppi. Con un tale salto di qualità, senza entrare troppo nel dettaglio né azzardando scomodi paragoni, non è difficile pensare ai Beatles. Le enormi differenze tra il primo disco e Sgt. Pepper’s o Let it be non sono quantificabili, soprattutto in rapporto all’influenza che ha avuto con i canoni standard del rock contemporaneo.

 

 

Negli ultimi anni sono tornati alla ribalta generi musicali provenienti da tutto quello che accadeva intorno alla fine degli anni Ottanta, eppure, nonostante in Pablo Honey siano evidenti le tracce dell’influenza di band come Pixies, Cure, U2, Rem e Talkin Heads, il primo disco dei Radiohead si smarca anche dalla possibilità di essere inserito in una specie di revival. Quel che manca veramente a quest’album ad oggi è il pubblico adatto. Sembra proprio che non ci siano più gli adolescenti piagnucolanti di una volta, di quelli con l’apparecchio ed i brufoli, che si innamorano e passano interi pomeriggi struggenti a fantasticare. Certe frustrazioni non si sfogano più ascoltando un disco, viviamo nel presente in cui ognuno sta cercando il proprio hashtag di gloria.

 

Edoardo Vitale
Scrive di musica, cinema e attualità su vari magazine.
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