Musica: “Fuori”, il nuovo album di Luca D’Aversa
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“Fuori”, il nuovo album di Luca D’Aversa

Potrei iniziare questo articolo scrivendo che parliamo di un artista che viene definito indie italiano (o in tempi più recenti Itpop), ma per Luca D’Aversa voglio utilizzare una definizione più ampia, più calzante: quella di artista indiependente a tutto tondo. Fuori, il suo nuovo album, rappresenta un ulteriore passo avanti nella sua ricerca musicale.  D’Aversa si […]

Potrei iniziare questo articolo scrivendo che parliamo di un artista che viene definito indie italiano (o in tempi più recenti Itpop), ma per Luca D’Aversa voglio utilizzare una definizione più ampia, più calzante: quella di artista indiependente a tutto tondo.

Fuori, il suo nuovo album, rappresenta un ulteriore passo avanti nella sua ricerca musicale.  D’Aversa si ispira a gruppi acustici come la Dave Matthews Band o a un behemoth della chitarra acustica come Ben Harper; ma già nel brano Lasciati Sorprendere una scarica di basso sintetizzato e una batteria quasi industrial portano avanti un discorso musicale diverso, nuovo: «Questo disco rispecchia un po’ quello che sto ascoltando, sono cambiati i miei riferimenti e inevitabilmente cambia quello che scrivo. Partendo da quel modo di suonare la chitarra acustica, mi sono avvicinato a sonorità più distorte, ai synth, alle voci doppiate».

 

 

Sonorità più distorte sono presenti in canzoni come Solo no, in cui l’acustica sfocia in una nebbia di synth, e In Superficie, nella quale atmosfere gloomy e un riff, che renderebbe orgogliosi gli Interpol di Turn on the Bright Lights, la fanno da padrone.

 

 

Due aspetti che risaltano maggiormente dell’album di D’Aversa sono la sua estrema eterogeneità e la forte cura dei dettagli. «Credo che una canzone sia il mix perfetto tra melodia e testo. Poi un bell’arrangiamento può aiutare a creare atmosfere, ma non può fare miracoli», dice D’Aversa e posso dire che Voleranno via ne è un buon esempio, una delle favorite a passare in radio, data la sua dimensione sia cantautoriale sia orecchiabile. Un arrangiamento minimale all’inizio, con pianoforte e batteria, sfocia poi in un ritornello che, come nelle canzoni precedenti, è un’orgia di strumenti.

 

 

Per certi versi D’Aversa è un outcast della scena musicale romana, che da qualche anno a questa parte è la scena trainante della musica indipendente (ma manco troppo, ormai) italiana. Ad un primo ascolto questa sua condizione più defilata rispetto ai suoni ai quali ci siamo abituati potrebbe far presagire una forma di allontanamento volontario, o di diffidenza; quindi gli chiedo quanto la scena musicale attorno a lui abbia influito sulla sua musica.

«Ascolto con molta attenzione tutto quello che mi suona intorno, e credo che Roma negli ultimi anni stia producendo davvero tanta bella musica… ma anche no. Dipende. Il fatto stesso che le persone vadano ai concerti mi rende più felice».

A proposito di suoni, Luca è impegnato anche ne L’Albero Recording Studio, nel quale organizza concerti e showcase in diretta streaming. Gli chiedo come sta procedendo il progetto e quali saranno gli sviluppi futuri: «In studio siamo io e il mio socio Passerotto [NdR Giuseppe D’Ortona], oltre a ospitare band per la produzione di dischi, organizziamo mensilmente dei secret concert, in collaborazione con Calista Records e The Roost. I primi ospiti sono stati davvero fortissimi, Matteo Tambussi, Persian Pelican, Paul Cimiotti, Lucio Leoni. Chi sarà il prossimo?»

Se in Non Voglio, una incedente cavalcata acustica, tornano le sue radici musicali più profonde, sentendo Hai visto mai sono rimasto disorientato. Un inizio aggressivo à là Arctic Monkeys che si pone come un’ora d’aria dalla rabbia repressa all’interno dell’album. Un duello di attenzioni fra le chitarre che suona come una dichiarazione di guerra.

Ma subito arriva il momento di Ora, la mia preferita. Posizionata strategicamente dopo la canzone più dura dell’album, Ora prova a portarci in una dimensione parallela, sospesa, alla Thirty-Three degli Smashing Pumpkins e una Notte Bianca di Dostoevskij. Ora è una domenica pomeriggio passata sul divano che si ripete per ogni giorno della vostra vita (valutate voi se è positivo).

Bisognerebbe, è il deficit d’attenzione in musica, la testa di uno schizofrenico. Nel momento in cui la chitarra acustica resta da sola, gli effetti sonori prendono il sopravvento. È quel pensiero martellante, quel Bisognerebbe che rimane fisso nella testa tutto il tempo (un po’ come l’episodio Stupid piece of shit di BoJack Horseman). Un monologo che è pensato come dialogo, ma che non vuole diventarlo.

 

 

Chiude l’album Le stelle rimbalzano, l’episodio più intimo e degregoriano di Fuori. Un riff di chitarra mi tiene in ostaggio mentre ascolto, avvolgendomi piano, fino al ritornello dove le tastiere e gli archi vengono in soccorso per cullarmi definitivamente.

La musica di Luca D’Aversa è viscerale e terrestre, come la sua chitarra acustica. Fuori rappresenta la maturità del suo percorso e non c’è nulla di costruito nel suo modo di porsi musicalmente e nei suoi testi.

Quando gli chiedo a che punto della sua ricerca musicale pensa di essere, D’Aversa risponde così: «Credo che la ricerca musicale sia un percorso senza fine, è un continuo scoprire nuove cose, innamorarsi di musicisti, cambiare idea su altri. Insomma non so dire a che punto sono arrivato, quello che posso dire è che sono in movimento».

Giorgio Di Maio
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