Giovanni Bertelli (1980) è l’autore di AMGD – Aesthetica more geometrico demonstrata. Un’opera da camera per due percussionisti e 5 cantanti commissionata sia dal festival Musik der Jarhunderte di Stoccarda che dalla Biennale di Venezia ed è stata eseguita per la prima volta in Italia alla Biennale di quest’anno. L’opera, anzi la pantomima, mette in scena in toni grotteschi, surreali e tragicomici la vicenda della distruzione (o autodistruzione) di una tradizionale famiglia cattolica durante le sue tipiche attività domestiche: recitare il rosario, pregare, riunirsi a cena, guardare la televisione. Il titolo AMGD, Aesthetica more geometrico demonstrata, è un riferimento all’etica di Spinoza, e la tua opera, come l’etica di spinosa, è divisa in cinque parti con una struttura geometrica simile, giusto? Si, Spinoza e anche Wittgenstein, sono stati senz’altro dei riferimenti per la struttura ma il titolo in realtà si riferisce anche all’acronimo di “ad maiorem Dei gloria” con cui alcuni musicisti in passato firmavano le loro opere. Per quanto riguarda la struttura, il vero riferimento “geometrico” è Markov: ho deciso in partenza che le azioni dei personaggi si sarebbero basate sulla catena di Markov, che è un processo statistico. I quattro membri della famiglia, padre, madre, nonno e figlio ripetono per cinque volte le stesse azioni che hanno via via esiti sempre più tragici. Gaudeaux, che è il quinto personaggio (il controtenore), è la figura diabolica che agisce sulle loro vite e ne causa i cambiamenti, in peggio, scena dopo scena. Come e quando è stata commissionata l’opera? L’opera è stata commissionata insieme a Serial Seven di Francesca Verunelli, oltre che dalla Biennale, da Musik der Jahrhunderte di Stoccarda, dove è stata battezzata lo scorso luglio. Poi qui a Venezia abbiamo fatto la prima italiana, sempre insieme a Serial Seven (sono un po’ come Pagliacci e Cavalleria Rusticana).
Anche gli esecutori e la regia sono stati fin dall’inizio parte della commissione? Si, i Neue Vocalsolisten erano parte del progetto fin dall’inizio, anzi direi che l’opera è stata scritta apposta per loro e sono rimasto molto soddisfatto del loro lavoro. Sono stati formidabili anche rispetto a richieste poco ortodosse: il testo oltre a degli spezzoni di preghiere in latino è composto quasi completamente di suoni onomatopeici (mamà, papà, bla bla ecc.), tutti rigorosamente annotati in partitura, niente di improvvisato; inoltre ciascun cantante suona qualcosa, anche lì si tratta strumenti a fiato piuttosto insoliti. Ecco, parliamo degli strumenti insoliti… La commissione prevedeva, oltre ai cantanti, un massimo di due strumentisti nell’organico, quindi la sfida è stata riuscire a tirare fuori il maggior numero di possibilità timbriche da un numero di esecutori piuttosto limitato. La scelta è così ricaduta su due percussionisti. Per espandere ulteriormente le possibilità timbriche ho aggiunto anche strumenti come la melodica, dei clacson o le paperelle (quelle con cui i bambini fanno i bagnetto); mentre per i cantanti addirittura strumenti al di fuori della famiglia degli strumenti musicali come un citofono, armoniche velate con una stoffa che ne modifica il suono, una “fart bag” e i cover cable, cioè le guaine di plastica con cui vengono rivestiti i fili elettrici che, soffiandoci dentro, producono una sorta di glissando di un incrocio fra un fischio e un ronzio acuto. Le citazioni, che sono tante, sono un elemento fondamentale in AMGD? Non credo sia un aspetto davvero fondamentale. Con le citazioni ho voluto sia creare una sorta di compendio di storia dell’opera sia usarle come provocazione: inserendo Monteverdi, o un corale di Bach, o la Pastorale nel contesto dell’opera viene fuori qualcosa di molto dissacrante e grottesco. Per alcuni compositori le citazioni rappresentano qualcosa di monolitico, celebrativo o malinconico; in quest’opera invece il loro valore è di segno contrario. D’altro canto, le citazioni che ho impiegato contengono altrettanti indizi, piuttosto utili per orientarsi in un’opera dove il linguaggio è andato in frantumi. In AMGD c’è molta ironia. Sì, tanto più che l’umorismo, nella musica del ventesimo secolo, è un grande assente; ad eccezione di Berio, Castiglioni, Ligeti e pochi altri è come se una cappa avesse escluso l’ironia come mezzo di espressione di un musicista. AMGD essendo una pantomima, vive di ironia: Il testo è un’insieme di preghiere, onomatopee e traslitterazioni demenziali (fatte con degli amici) di un corale di Bach che viene citato al centro di ogni scena; la recitazione non rifiuta gag o scenette triviali e la musica l’accompagna da vicino. Infine, tutto è trattato con un certo distacco. Con ironia, appunto… Per un ex studente dell’IRCAM un’Opera e per di più con un impianto narrativo forse è un po’ anomalo, sbaglio? No, in effetti la direzione dell’Ircam è probabilmente diversa – per quanto sia maldestro e riduttivo identificare il centro parigino con una sola estetica o un solo pensiero. E va detto anche che l’istituto, molto opportunamente!, non ha mai imposto a nessuno alcun giuramento di fedeltà. Al di là delle ovvie competenze informatiche che ho acquisito, l’approccio con cui si guarda la musica all’Ircam, e in generale, il pensiero elettronico mi è stato prezioso in certi ambiti (l’orchestrazione, ad esempio); ma mi sforzo di pensare la composizione semplicemente a modo mio. Scrivendo AMGD hai pensato a quale posto avrebbe avuto rispetto al resto della musica che viene prodotta oggi? Sì e no. In parte ci ho pensato, in parte ho fatto quello che volevo, come sempre; l’unica idea fissa che avevo scrivendo questo lavoro era che la musica fosse intimamente connessa al teatro, che fossero in qualche modo indissolubili. D’altro lato, per rispondere a quello che mi chiedi, penso che il distacco della musica contemporanea dalla società civile sia eccessivo. Anche in ambienti culturalmente elevati la musica rimane un’estranea; e non è solo colpa della scarsa educazione musicale, spesso è proprio colpa nostra. Forse ci si è dimenticati che la musica va ascoltata, e che l’ascolto implica leggi diversi da quelle che noi vorremmo applicar lui; questo ovviamente non significa che si debba assecondare il pubblico, bisogna salvare la capra (dell’autonomia) e gli eventuali cavoli (dell’ascolto). Alcuni autori come Ligeti, Berio o Stockhausen ci sono per altro già riusciti. Non ci resta che proseguire. Come si accoppiavano l’orientamento del festival e la tua opera? C’è da dire che la commissione e l’esecuzione della mia opera erano state previste da prima che fosse decisa la direzione e il programma di quest’anno ed è anche vero che “minimalismo” e “massimalismo” sono idee a maglie larghe. Il minimalismo in generale, e quello americano in particolare non mi fanno impazzire; amo comunque certi lavori di Reich, compositore ingiustamente bandito per anni da certa critica. Al di là di tutto, ho apprezzato molto il fatto la presenza di musiche che spesso, anche per motivi geografici, sono escluse o lontane dalle nostre scene: mi ha fatto piacere vedere dei nomi russi nel programma, oltre ai soliti francesi e tedeschi.