Musica: Carl Brave e la musica per un nuovo italiano medio
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Carl Brave e la musica per un nuovo italiano medio

  Un paio di sere fa ero a Bologna. Ero appoggiato al muro davanti all’entrata di uno di quei locali dove nessuno ammetterà mai di essere stato ma in cui, quando ci entri, ti rendi conto di conoscere talmente tanta gente che non ti stupiresti di trovare al bancone pure tua zia o il tuo […]

9 Lug
2018
Musica

Illustrazione di Asia Flamini

 

Un paio di sere fa ero a Bologna. Ero appoggiato al muro davanti all’entrata di uno di quei locali dove nessuno ammetterà mai di essere stato ma in cui, quando ci entri, ti rendi conto di conoscere talmente tanta gente che non ti stupiresti di trovare al bancone pure tua zia o il tuo professore di fisica delle superiori. Ero pronto al fatto che qualcuno mi si sarebbe avvicinato per chiedermi se avevo una sigaretta, ma un tipo si avvicina e mi chiede una ciospa. Gli dico che non fumo e gli domando di dov’è. Mi risponde che è un calabrese fuorisede. Gli chiedo se ascolta Carl Brave e so già la risposta.

In un libro di molti anni fa Giuseppe Del Ninno con l’aggettivo provinciale indicava un affetto bizzoso per la propria identità e una capacità di aprirsi alle influenze esterne solo per accoglierne i modi e le mode superficialmente. Partendo da questa definizione non appare casuale che nel panorama musicale italiano attuale, in cui si inserisce anche lo stesso Carl Brave, l’Italia intesa come unica unità culturale sia di fatto assente. Per lungo tempo, però, l’italiano utilizzato all’interno delle nostre canzoni pop (quelle che puntano a compiacere un pubblico il più eterogeneo possibile) era un italiano scevro di qualunque tipo di personalizzazione: risultava praticamente impossibile, salvo clamorose eccezioni, intuire il luogo di provenienza del cantante ed era estremamente difficile trovare nel testo espressioni dialettali o riferimenti a luoghi in particolare.

Tuttavia nella nuova scena indipendente, già dai tempi del primo disco de I Cani, passando per Calcutta e lo stesso Carl Brave, il mantra sembra diventato: se vuoi essere universale racconta le storie di casa tua.

Qualche anno fa, dopo il successo di film come Il Padrino, si parlò di una sicilianizzazione d’Italia nel cinema. In quel periodo molti film fecero entrare nel linguaggio comune degli spettatori di tutta Italia termini fino ad allora confinati alla Sicilia. La conseguenza fu che, in brevissimo tempo, tutti si ritrovarono a sapere a grandi linee cosa fossero i picciuli e cosa si intendesse con la parola picciotto, e molti arrivarono anche, in alcuni casi, a esportare certe espressioni all’interno delle proprie conversazioni quotidiane.

Oggi, in maniera non molto differente, nella nostra scena indipendente si può arrivare a parlare, con una semplificazione un po’ ardita, di romanizzazione d’Italia. Il risultato, e qui torniamo all’aneddoto iniziale, è che un calabrese possa arrivare a chiederti una ciospa sotto le Due Torri.

Carl Brave crea, nel suo ultimo disco Notti Brave, un’epopea di impronta trasteverina del popolo italiano, in maniera non così dissimile da quanto facesse in un certo senso Sordi nel cinema, decenni fa. Esattamente come negli anni settanta e ottanta si associava la figura di Sordi a quella dell’uomo comune, in dischi come quello di Carl Brave (ma anche di Coez, per dire) il ragazzo medio italiano è invitato a riconoscere se stesso. Se in Italia il rap per anni ha raccontato storie eccessive di povertà esasperata o ricchezza ostentata, dischi come Notti Brave presentano un rap che permette al ragazzo medio una immedesimazione, quantomeno parziale, con i fatti raccontati. Il racconto di Carl Brave non cerca una way of life di importazione americana, ma sostituisce invece all’americanismo d’accatto un microcosmo fatto di immagini squisitamente calate nella realtà romana, che rappresenta (o quantomeno vorrebbe rappresentare) la realtà italiana. Succede quindi che all’interno del disco non si citi una icona d’oltreoceano come Jordan o Iverson ma ci si fermi a Totti. Allo stesso modo le ragazze evocate nei pezzi, lontanissime dallo stereotipo della ragazza pronta a concedersi al cantante/rapper, possono aspirare al massimo a essere portate a Anzio a mangiare il crudo e non su un panfilo a Montecarlo.

Disilluso e ironico, un po’ piagnone e farfallone, il tipo medio che prende corpo frullando assieme le quindici tracce che compongono Notti Brave ha tratti comuni a un numero cospicuo di giovani, per quanto sia, nel gergo e nella scelta di confinare alla Capitale gran parte del suo discorso, squisitamente romano.

Carl Brave si muove all’interno di un puzzle scomposto, dove l’odierna Roma vuole essere pretesto e simbolo dell’intero stivale. Si ritrova a raccontare soggetti che schizzano all’interno dello spaccato di una società disgregata, travolta da un senso di precaria e perenne nostalgia.

La maschera esemplare scelta da Carl Brave (che non a caso rimanda un po’ anche a certi personaggi interpretati dal primo Verdone) gli permette di creare pezzi che assomigliano a veri e propri sketch. Sketch grotteschi che dipingono una società dove l’accusa di essere una regazzina viene posta da un personaggio non troppo cosciente della sua immaturità.

Il protagonista dei pezzi di Carl Brave somiglia di fatto a un ipotetico figlio dello pseudo-John Travolta interpretato da Carl(o) Verdone in Un Sacco Bello.

Un’evoluzione di quell’Enzo, irriducibile ragazzone quasi trentenne imprigionato nella cornice di una Roma perennemente agostana. Entrambi in fondo vengono dipinti nell’accendere una Marlboro (o una Camel Blu) dopo l’altra, alla ricerca di una agognata compagnia per fare un viaggio «sempre in due». La camera disordinata da cui Verdone chiama i contatti scritti nella sua rubrica cartacea è idealmente sempre quella da cui, trent’anni dopo, il protagonista di un pezzo di Carl Brave aspetta la risposta a un messaggio, illudendosi che la destinataria non l’abbia letto o stia dormendo. Il mattino dopo forse anche il tipo delle canzoni di Notti Brave troverà, come l’Enzo verdoniano, un grigio conoscente di un conoscente per il suo viaggio, ma dove arriverà la macchina di uno «che parte in quinta e prende un altro palo»? Molto più lontano della Dino che lascia dietro di sé una macchia d’olio sul finale di Un sacco bello? Ma soprattutto, dove arriverà questo informe agglomerato di giovani che fin dallo smarrimento nei dialetti, nell’amicizia e negli affetti dimostra la sua incapacità di poter dar vita a una comunità sguaiatamente ottimista? Io le risposte non ce l’ho, esattamente come non ho le ciospe da darvi di sabato sera fuori dal locale, però posso dirvi che ciospe detto da un calabrese sotto le torri suona bene anche se fa un po’ ridere.

Manuel Santangelo
Manuel Santangelo
Nasce il sedici settembre del 1994 a Castel di Sangro. Ha studiato a Bologna e scrive in giro di sport, musica, cinema e altre cose che pensa siano cool. Crede che “Forrest Gump” sia un film sulla sua vita.
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