Musica: «C’è un po’ di tutto dentro» — Intervista ai Manitoba
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«C’è un po’ di tutto dentro» — Intervista ai Manitoba

I Manitoba, alias Giorgia Rossi Monti e Filippo Santini, hanno da poco pubblicato il loro album d’esordio Divorami, uscito il 9 marzo per Sugar. Si sono imbarcati in un tour che li ha portati a girare l’Italia, passando per Firenze, Milano, Roma, Torino e Genova. Approfittando del loro passaggio a Roma per un concerto al […]

I Manitoba, alias Giorgia Rossi Monti e Filippo Santini, hanno da poco pubblicato il loro album d’esordio Divorami, uscito il 9 marzo per Sugar. Si sono imbarcati in un tour che li ha portati a girare l’Italia, passando per Firenze, Milano, Roma, Torino e Genova. Approfittando del loro passaggio a Roma per un concerto al Monk, abbiamo fatto una chiacchierata, e abbiamo parlato di Divorami, di musica e un po’ della vita in generale.

 

 

Partiamo con una domanda standard. Allora, se doveste presentare i Manitoba ai lettori di Dude Mag che ancora non vi conoscono, come vi presentereste?

G: Siamo dei bravi ragazzi… (ride) Niente, facciamo musica divertente e seria. Raccontiamo delle cose che ci capitano intorno.

F: Raccontiamo in realtà delle sensazioni e delle emozioni, anche culturali, che riceviamo. Questa è la verità, tutto quello che ascoltiamo e leggiamo e che vediamo cerchiamo di filtrarlo e metterlo insieme a quello che viviamo, raccontandolo nelle canzoni. Questa forse è una buona presentazione (ride).

Direi che è perfetta. Diciamo che ne fate anche una cosa di esperienza diretta…

F: Sì sì.

G: Tutto quello che ci arriva da fuori e ci colpisce lo mettiamo nelle canzoni.

F: Per una strofa di Divorami abbiamo preso spunto, per esempio, da un’idea di Bukowski: «Ti penso e non ti cerco, ti cerco e non ti penso».

A me quella ha ricordato molto i CCCP.

F: Anche, ma non solo. Secondo me se nelle canzoni ti metti a scrivere solo di quello che leggi, di quello che vedi, sei un po’ limitato, perché rischi di essere una copia di quello che ti scegli, no? Invece scrivere un testo dedicato una bambina… che, ti giuro, ci è venuto veramente in modo molto spontaneo, perché ci siamo emozionati per questo racconto. E questo ti dà, magari, molta più spontaneità e, soprattutto, libertà di essere te stesso, perché scrivi sulle emozioni.

 

 

A proposito di libertà di essere te stesso. Hollywood Pompei è una bella storia di diversità, è un grido di libertà, soprattutto da un punto di vista dell’identità sessuale. Alla luce dei vari schieramenti che si sono manifestati in Italia, come vi rapportate a questa tematica? Insomma, come vi è venuta l’idea di parlare in particolare di questo argomento?

G: Dell’ambiguità sessuale dici?

Anche, ma più in generale degli argomenti legati all’identità o libertà.

G: Sì, sì. Lì abbiamo pensato di scrivere, di cercare di entrare nei panni di chi è alla ricerca  della propria sessualità, dei propri gusti, anche, e quindi, di sè stesso. Ed è una cosa che non avevamo mai fatto; è stato un po’ un esperimento. In realtà inizialmente la canzone è venuta fuori da una nostra cosa, mia e di Filippo, dalle nostre esperienze. Ma poi ci siamo detti «No, che palle! Invece di parlare sempre di noi due, mettiamoci nei panni di una persona diversa». Non so se tu hai mai avuto un amico o conoscente che ad un certo punto non accetta più il suo corpo e vuole cambiare. Io, per dire, ce l’ho avuto e non mi ha mai detto niente. E un giorno uno mi viene e mi fa: «Eh, ma non sai che questo ragazzo/a ha un profilo completamente diverso, dove conduce un’altra vita?». Una persona con cui magari hai passato anni insieme, senza mai accorgerti di nulla.

E pure il video…

G: Il video è forte, sì, vuole essere anche un po’ disturbante in un certo senso. All’inizio i ragazzi di Trilathera (che hanno girato il video) ci avevano proposto una ragazza perché neanche loro avevano ben colto il significato, che è un po’ tra le righe, no? Invece poi abbiamo voluto un personaggio interessante, non la solita tipa dell’indie (ride).

Dietro all’uso delle ragazze nei video indie c’è stato tutto uno studio…

G: Infatti, quando ce l’hanno proposto, abbiamo detto: «No, ragazzi, dai». E loro in realtà sono stati più contenti di noi quando abbiamo detto: «Famolo strano, facciamolo con un personaggio che si vede meno». Loro [N.d.A.i Trilathera] sono molto forti nelle immagini.

 

Foto di Claudia Pajewski

 

Ora faccio un aggancio un po’ più in generale: qual è il vostro rapporto con la scena musicale italiana attuale? Cosa ne pensate dell’esplosione della scena a livello mainstream?

G: Siamo contenti (ride).

F. Io all’inizio ero un po’ più spiazzato. Io vengo dall’epoca in cui non esisteva un sottobosco vero e proprio. Vengo nel senso che ho iniziato giovanissimo, a 15 anni, e quando sentivo la musica che girava per radio c’era il mainstream che erano Nek e Mengoni, anzi, Mengoni manco c’era. E poi c’era chi faceva rock abbastanza pestato, come i Verdena, i Fast Animals and Slow Kids, ecc., che non si mischiavano però con quel filone mainstream. Quindi è stata una novità assoluta: io, per esempio, che da piccolino ascoltavo i Verdena, sono andato a vedere, a Prato, il tour dell’album Requiem, esperienza che mi ha cambiato la vita. Però era davvero un’altra dimensione…

G: Era musica di nicchia.

F: Una dimensione diversa, in cui quei quei gruppi, anzi, quel tipo di gruppi lì, non potevano ambire a qualcosa di più. Poi abbiamo conosciuto Alberto (dei Verdena) ed è davvero un personaggio a cui non puoi insegnare nulla, che non deve chiedere niente a nessuno. Ed è per questo motivo che è giusto che loro stiano là.

G. Anche i Baustelle.

Però i Baustelle sono già un po’ più…

F: Ecco i Baustelle hanno già scavalcato.

No perché, se per noi ascoltatori è stato uno shock culturale (mi ricordo, per esempio, quando i miei amici delle medie/liceo si sentivano i Baustelle e la consideravano una cosa molto alternativa), non oso immaginare che shock dev’essere stato per voi addetti ai lavori. Immagino, per voi che suonate, che effetto vi abbia potuto fare trovare Calcutta su RTL…

F: Ti posso dire quelli che apprezziamo e che ci piacciono di questa cosa nuova. Verdena e Baustelle sono i nostri massimi riferimenti, poi anche gli Ex-Otago, da quando ci abbiamo suonato assieme li abbiamo ascoltati tanto. Anche l’ultimo pezzo di Calcutta, Pesto, ci piace tanto. È fico se questa cosa dell’indie non deriva dal «tutti dobbiamo fare ritornelli e cose semplici». Se l’indie che diventa mainstream serve a portare più autenticità nel mainstream stesso e più verità nella musica tutta, ben venga. Se deve diventare solo un esercizio per dire: «Guarda nell’indie che ritornelli sanno fare», non è interessante.

 

 

Altro collegamento: a proposito di ritornelli, i vostri mi sono piaciuti molto.

F: Però, vedi, noi lo facciamo perchè ci piace scrivere dei ritornelli che siano belli melodicamente, senza avere l’ossessione di farli rimanere in testa a chi li ascolta. Noi lavoriamo non perché la cosa sia mainstream, o indie, ma perché sia elegante (ride).

Tra l’altro, quanta importanza date all’orecchiabilità di una canzone? Qual è il vostro processo creativo?

G: Tantissima. Noi scriviamo tutto in forma super pulita, chitarra e voce, in casa o dove ci troviamo. Prima facciamo le melodie in un finto inglese, poi proviamo ad adattarci sopra il testo, ma sempre rispettando la sonorità della linea. Ovviamente pian piano si cambia e a volte diventa anche meglio. Però la melodia è sempre molto importante. Infatti, come hai detto te, i ritornelli girano bene.

A proposito di testi, ho apprezzato molto il vostro lavoro sulle punchlines. Quali riferimenti culturali specifici avete quando scrivete un testo?

F: Ad esempio in Divorami prendiamo ispirazione da Bukowski e Saviano. Per quanto riguarda Saviano siamo stati ispirati dal suo libro, La paranza dei bambini, che ci era piaciuto molto. Altri riferimenti culturali provengono dai film. Ad esempio la sera ci spariamo un filmettino. Ci piace Xavier Dolan, Gus Van Sant; anche un film recente, The Florida Project, che mi è rimasto impresso, sicuro ci scriveremo una canzone.

Quindi state già pensando al nuovo album?

F: Sì, abbiamo scritto due pezzi che ci piacciono molto.

Quindi a breve ci rivediamo! (ridono)

F: Io personalmente se non lavoro alla musica tutti i giorni mi perdo e sto male, non so cosa fare. Poi Giorgia ti dirà la sua.

Ma quando lavorate sui testi lo fate insieme o vi dividete le canzoni?

F: Guarda, facciamo tutto insieme. Magari Giorgia è più brava a controllare il dopo [N.d.A mettere la melodia vocale sulla base musicale], mentre io a creare gli accordi. È veramente un 50/50. Magari lei mi corregge gli accordi e io le cose che fa da vecchio cantautore (ride). È uno scambio continuo.

A proposito di collegamenti, mi è piaciuto il basso nell’album, veramente tanto.

F: Cita Samuele Cangi [N.d.A il produttore di Divorami] e Andrea Marmorini, gli farà piacere. Samuele suona tutto, ma è veramente bravo col basso.

Ha fatto tutta la sezione ritmica?

F: Ha arrangiato la chitarra insieme a me, la batteria con Giacomo [N.d.A il batterista dei Manitoba anche nei live], e il basso da solo. Lui ha impostato questo tipo di sound, che mischia R&B, rock alternativo ed elettronica. Secondo me è pazzesco.

 

Foto di Camilla Macciani

 

Tornando a Divorami, la mia preferita dell’album è stata Mosche.

G: Davvero?

Quindi vi volevo chiedere, pensate di fare altre canzoni di quel tipo, funk/disco, o è stato un episodio isolato? Contando che secondo me potevate metterla anche come singolo, in radio prenderebbe.

F: In realtà su quest’album noi ci stiamo lavorando come un album intero, tentando di far uscire tutti i pezzi insieme e non uno in particolare. Di promuoverli un po’ tutti insieme. Ci saranno tre singoli, di cui uno è Hollywood Pompei, e gli altri due devono ancora uscire. Di Mosche noi siamo felici e faremo altre cose del genere. Mi dà l’idea di essere molto provocatoria e a me piace provocare.

Poi c’è quella parte finale stile Giorgio Moroder che è bellissima.

F: Quella è tutta farina di Samuel.

Preferite il lavoro live o quello in studio?

F: Il mio momento preferito è la scrittura. (ridono)

G: Sì, la scrittura, soprattutto all’inizio. Poi dopo, quando devi stare lì a lavorare su ogni singolo dettaglio, ti esplode il cervello.

Ma qual è quindi la tipica giornata dei Manitoba?

G: Quando scriviamo ci alziamo la mattina, non tanto presto (ride). All’inizio buttiamo giù cose a caso con la chitarra, poi prendiamo le registrazioni del telefono e le riascoltiamo. Tiri fuori le idee a seconda dell’ispirazione del momento e vai.

F: La prima cosa che fai quando scrivi è buttare giù una melodia che ti piace con la chitarra e degli accordi. Poi pensi alle parole e poi solo dopo al testo. Però la giornata di scrittura funziona con uno che porta una linea o un accordo e ci lavoriamo su.

G: Funziona di solito che iniziamo la mattina…

F: E finiamo a tarda notte. (ride)

G: E non ti rendi conto del tempo, è veramente straniante quando stai scrivendo. Poi litighiamo un sacco.

Deve essere anche faticoso per voi.

F: No, guarda, la parte di scrittura è faticosa perché vogliamo essere entrambi sempre contenti, e quindi è difficile. In più per noi è sempre stato un punto debole scrivere testi, ci dobbiamo impegnare di più perché ci viene meno naturale delle melodie e delle linee vocali. Per l’album futuro ci sarà più attenzione ai testi, ma già per Divorami sono soddisfatto.

No, è che di solito gli artisti dicono «No oddio è bellissimo» «È divertente» «Non ci stanchiamo mai» (ridono).

G: Davvero? (ride) A me invece piace quando hai finito una canzone e finalmente arriva la band. A quel punto la suoni insieme a tutti gli altri e per la prima volta senti quelle parole e quella musica. Poi, dopo averla suonata 5-10 volte la magia è finita (ride).

Ecco, una cosa che pensavo. Per voi artisti suonare la stessa cosa più volte diventa stancante oppure è una cosa che vi piace?

G: Ecco, bravo. (ride)

F: A me piace invece, perché ogni volta devi sempre migliorarti e cercare di essere più perfetto, quindi è una sfida.

G: Sì, certo, però quando poi devo fare canzoni nuove, (quelle nuove sono sempre più belle), magari la gente vuole quelle vecchie. (ride)

 

 

Tornando ai testi, il testo di Si ritorna a casa parla anche del vostro rapporto come compagni di gruppo?

G: L’abbiamo scritto in autostrada — anche un po’ pericoloso — avevamo già la linea vocale e abbiamo buttato giù il testo su quella linea. Era un momento in cui ci avevano messo a dura prova da un punto di vista creativo, un momento di pressione, e abbiamo tirato fuori questa canzone, che è una delle mie preferite di sempre.

Ora vi faccio la classica domanda cagacazzo che fanno in tutte le interviste…

G: (Facendo la vocina) Dimmi il vostro nome… (ride)

Io pensavo «Sarà per la farina…», però dai, la faccio.

G: Inventarci un nome che sia originale è difficile, non ci abbiamo dormito la notte per questo nome. Ad un certo punto è venuto fuori Mammut. Ma figurati se non esistono altri gruppi con quel nome. Avevamo letto questo nome, Manitoba, sulla scatola di cibo per pappagalli, circondato da palme, e ci siamo detti fosse molto bello. (ride) Non ce l’avrà nessuno questo nome, e invece… Anche della farina abbiamo scoperto dopo, ma essendo la farina della pizza è un nome un po’ italiano, ci sta.

A proposito di italiano, per voi usare l’italiano ha un’importanza particolare?

G: All’inizio cantavamo sia in italiano sia in inglese. Lui nella sua band prima cantava in inglese, mentre io preferivo cantare in italiano. Alla fine abbiamo scartato l’inglese e deciso di fare tutto in italiano.

F: In realtà l’italiano è, come diceva anche Motta, importante…

G: Il professor Motta! (ride)

F: Se non vivi in una città in cui si parla inglese, non puoi dire le cose che diresti nella tua lingua con la stessa intensità e poeticità.

(Scorrendo le domande) Vediamo un po’, ecco. «Oggi o mi prendo tutto o niente» [N.d.A presa da Dio nei miei Jeans, la traccia che apre Divorami], è la vostra dichiarazioni d’intenti come gruppo?

G: (ride) Si. Noi a costo di sbatterci la testa, perché probabilmente succederà, ci crediamo tantissimo. Nel senso, crediamo tantissimo nella nostra professionalità, siamo giovani, se non ci credo ora, quando? Ci scommetto tutto, capito.

Sta andando tutto secondo i piani quindi.

G: No, doveva andare tutto molto meglio. (ride)

Molto meglio? Ammazza.

G: Deve andare sempre meglio.

Giustamente. Allora in una vecchia intervista dicevate che in futuro volevate un sound più maturo e più minimale…

G. Che fai, ce spii? (ride)

Io sono rigoroso, che ti credi. Comunque pensate di aver raggiunto quella maturazione? Cosa intendete per maturo?

G: Canzoni che funzionano da Dio dall’inizio alla fine, inserite in un disco che funziona da Dio dall’inizio alla fine.

F: Per me la canzone perfetta è quella scritta bene, chitarra e voce. E, qualunque arrangiamento ci metti sotto, è comunque bella. Quindi l’obiettivo forse è questo.

G: Secondo me il top del top lo hai raggiunto veramente quando un disco lo metti dall’inizio alla fine, per tutti e 35 i minuti.

 

 

Il disco perfetto è un qualcosa che arriva a priori o che succede?

G: Per me succede. È un momento in cui tutti gli astri si incontrano, creano questa atmosfera perfetta e scrivi come fossi un treno.

F: Secondo me Divorami è il disco perfetto per il periodo che stavamo passando.

G: Sì, ovviamente è il tuo bambino.

F: Sì perché ci abbiamo lavorato veramente tanto. Secondo me il disco perfetto deve essere, se sei artista, nella tua testa. E quindi, se dovessi dire che cosa cambierei in Divorami, direi niente, perché ci siamo impegnati giorno e notte per cercare di fare il disco come volevamo. Quindi più perfetto di così… Per me è importante, per il prossimo disco, dire che andremo ancora oltre, perché vorrà dire che saremo andati ancora avanti nella nostra ricerca musicale. È perfetto per essere il primo disco, non perché è perfetto in generale.

Secondo voi Divorami è un album triste o felice o ha qualche emozione in particolare?

G: Per me c’è un po’ di tutto dentro. Pezzi divertenti e un po’ provocatori come Mosche, e quelli più rock come Andiamo Fuori; però anche quelli un po’ drammatici.

Come la parte finale.

G: Si, c’è un po’ di tutto. Per me è come una nuvola di emozioni.

[Una signora che stava al tavolino accanto a noi decide di praticare l’antica arte dell’Accollo tentando, di dire qualcosa ai Manitoba su una sua associazione culturale, ma, respinto l’attacco, si va alla domanda più difficile per Giorgia e Filippo, entrambi interisti. n.d.a.] Ora, sebbene sia romanista, passiamo alla domanda più difficile. Era rigore su Benatia?

F: Certo che era rigore!

G: Si che era rigore! Non ci capisco nulla ma quello era rigore.

Ammazza se era rigore.

Finita l’intervista chiacchieriamo un altro po’ e poi andiamo, sperando di rivedere i Manitoba e il loro nuovo disco.

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Giorgio Di Maio
Giorgio Di Maio
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