Collettivo /nu/thing, intervista
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
2022
01 gennaio
Dude Mag
03 marzo
Alessio Giacometti
05 giugno
Simone Vacatello
07 novembre
Marco Montanaro e Gilles Nicoli
09 gennaio
TBA
TBA
10 febbraio
TBA
TBA
11 marzo
TBA
TBA
12 aprile
TBA
TBA
×
×
È arrivato il momento di iscriverti
Segui Dude Mag, dai!
3213
https://www.dudemag.it/musica/collettivo-nuthing-intervista/

Collettivo /nu/thing, intervista

La proposta più interessante della Biennale Musica di quest’anno è stata senza dubbio il collettivo /nu/thing.

La proposta più interessante della Biennale Musica di quest’anno è stata senza dubbio il collettivo /nu/thing.
/nu/thing è un gruppo di compositori italiani nato nel 2009 a Parigi formato da Andrea Agostini, Daniele Ghisi, Raffaele Grimaldi, Eric Maestri, Marco Momi e Andrea Sarto. Per la musica italiana è una novità assoluta e anche per il panorama europeo è un evento insolito e lieto. L’apertura verso il pubblico e la volontà di creare un dibattito aperto a tutti tramite il blog è encomiabile. Leggendo il blog si ha la sensazione che sia stato riempito un vuoto che c’era da molto tempo: finalmente qualcuno sta cercando di stabilire un collegamento fra il compositore e la realtà.
Alla Biennale /nu/thing ha presentato un concerto/spettacolo battezzato proprio Collettivo /nu/thing consistente in un insieme omogeneo di musica elettronica, strumentale e videoproiezioni. Solo due dei sei membri di /nu/thing, Daniele Ghisi ed Eric Maestri, hanno invece portato in collaborazione con L’Ensemble L’Imaginaire un pezzo, Visioni, per elettronica, strumenti e video.
I due eventi hanno rappresentato in pieno alcune delle idee fondamentali del collettivo. Ciò che colpisce di più e che costituisce un vero elemento di novità è il senso dello spettacolo: l’organico dell’evento /nu/thing era formato, oltre all’elettronica, da un quartetto d’archi, un soprano e un percussionista; a seconda del pezzo gli strumenti si riunivano in organici diversi e le esecuzioni strumentali si alternavano a proiezioni del cartone animato Usavich (che in Italia è distribuito da MTV). Nel complesso lo spettacolo era caratterizzato da una forte ironia, sia grazie alla presenza di Usavich, sia per alcuni dei brani, soprattutto gli Studi sul Potere di Ciardi che consistono in una proiezione di frammenti di discorsi di Tony Blair e Obama in cui una trascrizione per strumento solista sostituisce la voce.
Che cosa è /nu/thing, quando e come è nato?
Ci siamo incontrati tutti a Parigi nel 2009, inizialmente eravamo semplicemente un gruppo di amici e colleghi, lentamente ci siamo resi conto che le nostre discussioni potevano avere un’utilità anche al di fuori del nostro gruppo, quindi è nato il blog, che ha un po’ ufficializzato la nostra esistenza. L’intento principale è recuperare lo spazio pubblico del compositore, che spesso è troppo isolato ed escluso dal resto del panorama della produzione artistica e culturale. Musicalmente, a livello compositivo, ciascuno mantiene la propria identità: non c’è un’omologazione o un’adesione a certe tecniche in quanto membri dello stesso collettivo; la forza sta soprattutto nel rapporto con l’esterno. Abbiamo sentito, soprattutto perché italiani, il bisogno di riunirci e di creare un dibattito comune e renderlo aperto al pubblico tramite il blog.


Quindi il rapporto con il pubblico del compositore dovrebbe essere diverso oggi rispetto al passato?
La volontà di raggiungere un pubblico più vasto è il vero obiettivo principale. Non vogliamo certamente giocare al ribasso, ma il confronto con il pubblico deve essere l’interesse fondamentale del compositore contemporaneo. La figura del musicista romantico, chiuso in se stesso che scrive musica seguendo gli slanci della sua interiorità è ormai troppo lontana dall’estetica contemporanea. Il pubblico stesso è meno interessato al singolo personaggio, al grande nome, ma più all’opera e allo spettacolo che gli si propone. Mettendo insieme più menti, disposte anche a dialogare con il pubblico si riesce in questo intento, senza sacrificare l’individualità dell’autore che anzi è messa al servizio del progetto comune.
Sul blog i riferimenti alla musica leggera sono molti, sembra che vogliate giustamente sfatare il luogo comune del compositore che snobba tutto ciò che non viene dall’ambito della classica e contemporanea.
Partiamo dalla convinzione che la musica contemporanea è tutta quella musica che si scrive oggi, e non un genere sperimentale a sé. È sbagliato esasperare queste suddivisioni e categorizzazioni per genere, anche perché ormai è ineluttabile confrontarsi con la musica cosiddetta leggera. Nel corso della propria formazione è sempre più frequente che i compositori vengano dalla musica leggera o che comunque ne abbiano dei contatti molto presto; il musicista formatosi solo ed esclusivamente sulla classica è oggi molto raro. Sicuramente ci sono grosse differenze nell’uso che si fa dei vari tipi di musica e che quindi influenza il modo in cui viene scritta o suonata. La musica per un concerto commissionato dalla Biennale è certamente diversa da quella prodotta per ballare o per un concerto rock. In ogni caso per un compositore contemporaneo ignorare o disinteressarsi di un’enorme porzione di musica che viene prodotta oggi è sicuramente sbagliato.

Entrambi i vostri concerti impiegavano l’elettronica, è un elemento imprescindibile per un compositore oggi?
L’elettronica e l’amplificazione degli strumenti sono una costante nei nostri lavori. Non formuliamo nessun giudizio negativo nei confronti di musica contemporanea che non includa l’elettronica ma per noi è un campo di ricerca e di interesse fondamentale.
La musica elettronica fra l’altro è un ottimo esempio di come fra pop e musica colta ci possano essere molti punti di contatto e incroci. Per molti aspetti la musica colta ha avuto un ruolo chiave nello sviluppo della musica elettroacustica ma in alcuni casi ha anche sofferto molto il confronto con il pop e il rock. In molti periodi storici (anni ’70 o ’80) nel rock il gusto per i suoni è stato più curato che nella contemporanea. Anche forse per il contatto più diretto con lo strumento che avevano gli artisti nel rock. Il lavoro più intellettuale del compositore a volte troppo lontano dai mezzi tecnici ha creato uno svantaggio. E qui volendo si ritorna al discorso del contatto del compositore con la realtà culturale circostante…
Aldilà della vostra fortuna personale e della commissione della Biennale, come trovate le condizioni della musica in Italia?
In Italia mancano istituzioni di musica contemporanea. In Francia per esempio hanno l’IRCAM che per quanto sia pieno di difetti è comunque una certezza. La ricerca musicale in Italia è, di fatto, la più penalizzata: per quanto alle strette ci sono istituti di ricerca scientifica o di filosofia o di storia dell’arte. Sarebbe bello avere, tramite istituzioni statali, la possibilità di fare ricerca musicale come possono averla un fisico o un matematico. Tanto più che la musica fornisce a un pubblico i risultati delle sue ricerche e spesso li sottopone anche ai fischi e agli insulti alla fine dei concerti, e questo è un rischio che un fisico o un filosofo non corrono quasi mai.
Come è stato lavorare con la Biennale, come funziona una commissione “di gruppo”?
Dalla Biennale abbiamo ricevuto una commissione vera e propria per Visioni scritto da Ghisi e Maestri, e un invito a curare l’organizzazione di uno dei concerti della Biennale, che appunto è diventato il concerto /nu/thing. Per quest’ultimo sostanzialmente Ivan Fedele (direttore della Biennale musica) ci ha dato carta bianca, ed è stata un’ottima occasione anche per uscire dall’ambito della sola musica e tentare un esperimento multimediale, fatto di elementi insoliti rispetto alla maggior parte dei concerti di contemporanea. La musica è comunque rimasta il fattore decisivo; di Usavich per esempio, l’elemento che più ci ha affascinato sono stati i suoni.
L’idea iniziale vera e propria è nata su Skype durante una chiamata collettiva in cui ciascuno metteva le sue idee e i suoi spunti. Da questo punto di partenza abbiamo capito di dover creare uno spettacolo fatto di tanti elementi diversi, mischiati di volta in volta in modi diversi. Alcune cose erano una certezza in partenza, come la presenza del Quartetto Maurice, altre si sono aggiunte dopo. Diciamo che nel corso dei mesi si è andato raffinando sempre di più. È stato nel complesso un lavoro molto difficile, ma molto gratificante e pensare di andare avanti e di proporne degli altri sarebbe auspicabile.
E Visioni?
Visioni è una produzione della Biennale ma il progetto era iniziato con L’Ensemble L’Imaginaire. Era stato in parte eseguito a Strasburgo nel 2012 e quest’anno a Venezia è stato eseguito per intero. La parte elettronica e quella acustica sono state scritte contemporaneamente da noi due (Daniele Ghisi, elettronica ed Eric Maestri, acustica) e il protagonista del brano sostanzialmente è l’altoparlante.
È una tribù di altoparlanti che producono inizialmente rumori bianchi da cui lentamente si creano dinamiche di gruppo nelle quali poi si inserisce un ulteriore dialogo con i musicisti. La sorgente sonora, l’altoparlante, rimane il centro della questione: è a tutti gli effetti uno strumento musicale, ma è mimetico. Può suonare qualunque cosa, ma di per sé non produce un suo suono, può avere qualunque identità, ma non ne ha mai veramente nessuna.
Sul palco abbiamo posizionato venti altoparlanti e ciascuno aveva la sua personalità. Dal punto di vista tecnico gestire una partitura di venti altoparlanti è stato molto simile a un lavoro di orchestrazione. Erano divisi in tre gruppi diversi disposti su tre file diverse e a seconda della posizione nello spazio richiedevano un trattamento particolare. Scrivere musica per uno o due altoparlanti è diverso che scriverne per venti.
Ed è anche una riflessione sul concetto di memoria e di scrittura: la scrittura musicale è l’attività umana, ma l’attività dell’altoparlante che riporta qualcosa di registrato, di scritto, è in forte relazione con la scrittura. Producendo quei suoni l’altoparlante ci riporta alla memoria qualcosa che non c’è più.

Attilio Foresta Martin
Segui Dude Mag, dai!
Dude Mag è un progetto promosso da Dude