Dal disordine al nuovo ordine: intervista a Peter Hook
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Dal disordine al nuovo ordine: intervista a Peter Hook

Peter Hook ha attraversato più di tre decadi di alternative britannico con due delle band più rappresentative della musica inglese dalla fine anni Settanta ad oggi, Joy Division e New Order. Negli anni Novanta si è fatto carico nella sua Manchester della gestione dello storico club “The Hacienda” (quello dove iniziarono a suonare gli Smiths […]

Peter Hook ha attraversato più di tre decadi di alternative britannico con due delle band più rappresentative della musica inglese dalla fine anni Settanta ad oggi, Joy Division e New Order. Negli anni Novanta si è fatto carico nella sua Manchester della gestione dello storico club “The Hacienda” (quello dove iniziarono a suonare gli Smiths tanto per dire), contribuendo a creare terreno fertile per la nascita della Mad-chester che avrebbe dato i natali agli Stone Roses prima e agli Oasis poi. Da qualche anno, più precisamente dal litigio brutale con Bernard Sumner (chitarrista di Joy Division e New Order), porta live da solo in giro per il mondo la storia delle band di cui è stato membro e fondatore, un’eredità che lui stesso ammette di cominciare a comprendere soltanto ora e che l’ha portato da poco a redigere Unknown Pleasures: Inside Joy Division, best seller nel Regno Unito e tradotto anche in Italia.

Il 24 Luglio “Hooky” torna nella sua amata Roma, all’Andrea Doria Concert Hall di Tor di Quinto, per eseguire un personale best of dei due gruppi che hanno definito la sua vita: capire il senso di questa indefessa attività concertistica incentrata sul revival del passato (è praticamente in tour mondiale da almeno 6 anni) e comprendere il rapporto ormai viscerale tra lui e l’Italia sono i motivi per cui da tempo desideravo intervistarlo.

Parafrasando il titolo di uno dei più celebri album dei New Order, Power Corruption & Lies, che porti in tour per il mondo da mesi nel ventennale della sua composizione, quale credi sia ancora il valore di parole quali «potere, corruzione e bugie» nella società di oggi?

È abbastanza divertente che tu mi chieda proprio questo, perché furono prese dal retro della copertina di un libro. Era la descrizione di 1984 di George Orwell, sembra profetica ancora oggi. È un libro davvero potente e dal momento che stavamo registrando il disco mentre leggevo il libro, le due cose per me si intrecciarono. Ad essere onesto, come band – oltre a non esserci mai davvero interessati ai titoli – non eravamo così al corrente degli intrighi politici di quei tempi, era un periodo più disimpegnato per noi, perciò non sono sicuro che il titolo, benché risuoni emblematico ora per il gruppo, rappresentasse un grande messaggio quando registrammo. Ciò non toglie però che sia un motto emblematico preso da un libro di una forza straordinaria e ha resistito alla prova del tempo. «Il potere corrompe e il potere assoluto corrompe assolutamente» come dice Lord Acton; ciò che è triste riguardo la vita è che nasci ingenuo ed innocente con tutte le tue illusioni su come la vita dovrebbe funzionare, ma sfortunatamente la verità è una fitta ragnatela di bugie.

Sia con i Joy Division sia con i New Order avete dato vita a dei concept album di un’intensità assoluta, celando numerose allegorie dietro ad un semplice disco. Oggi la maggior parte della musica è invece concepita come un divertimento preconfezionato e artificiale pronto per la televisione: qual è il tuo atteggiamento rispetto a questo stato delle cose?

Ogni show che non dimostra alcun talento originale mi lascia sicuramente indifferente e tutto ciò che è fatto puramente per soldi, da punk quale sono, mi lascia l’amaro in bocca. Quando iniziammo era tutto nell’essere parte del momento e nell’essere sinceri verso se stessi e verso la musica. Riflettendo, da allora ad oggi tutto è diventato uno spiacevole susseguirsi di affari e speculazioni, soprattutto quando la televisione decide di farsi “promotrice” della musica. Lì sta la fregatura! Questi show sono per la TV e non per la musica e si basano sulla visione compulsiva. Questi programmi non celebrano la musica, celebrano solo la televisione stessa.

Fai tour mondiali, dj sets, gestisci svariati locali e scrivi addirittura libri: sei un musicista impegnato! Quali sono i tuoi prossimi progetti per diffondere la musica e la cultura della musica?

Sono molto vicini in realtà questi progetti, sembra infatti che con i The Light (il gruppo che da anni lo accompagna nei tour dedicati a Joy Division e New Order n.d.a.) si possa presto pubblicare nuova musica e non vedo l’ora di comporre in gruppo ancora. Devo ammettere che suonare il materiale vecchio è un “colpevole piacere”, soprattutto quei brani non diffusi per così tanti anni, mi credo sia giunto il momento per del materiale nuovo; la cosa interessante è che Tony Wilson e Rob Gretton (storici produttori / manager dei Joy Division) mi hanno sempre detto che la miglior canzone che stai per scrivere è la prossima, perciò vado avanti così.

La tua relazione con l’Italia si sta facendo sempre più intensa: negli ultimi tre anni ho assistito almeno a cinque tuoi concerti e due dj set solo qui a Roma e so che lo scorso anno hai coronato il Capodanno sul palco a Bologna in Piazza Grande. Ora ancora un nuovo concerto a Roma. C’è un legame particolare tra te e il pubblico italiano?

Sì, sicuramente c’è, perché gli italiani hanno fatto così tanti bootlegs che suonare in Italia è l’unico modo per chiedergli i soldi dei diritti! (ride n.d.a.) Scherzi a parte, il pubblico qui è sempre straordinario e molto recettivo, credo che il nostro sound, soprattutto con i New Order, si trovi a suo agio con la mentalità italiana. C’era un sound molto chic, alla moda, nel nostro materiale degli anni Ottanta che mi sembra sia sempre stato accolto benissimo in Italia. La notte di Capodanno a Bologna, dove abbiamo suonato davanti a ventimila persone nella Piazza centrale, è stata eccezionale. Sono stato invitato direttamente dal sindaco e sono venuto con la mia famiglia, è stato fantastico. Bologna ha la reputazione della “Manchester d’Italia” e sapevano tutti così tanto sulla nostra musica che mi sono sentito davvero a casa. Poi l’Italia ha una tradizione per le Arti ed un paesaggio straordinari; forse è difficile arrivare al cuore della gente ma quando ci arrivi ce l’avrai probabilmente per sempre. Mi hanno detto che si dice far parte di “una grande famiglia” (lo dice in italiano n.d.a.). Beh, me ne sento parte!

A proposito di bootleg, l’ultima domanda da letterato: so che esiste un bootleg piuttosto raro dei Joy Division di matrice italiana intitolato Dante’s Inferno, lo conosci? C’entra niente con con l’immagine tratta dal cimitero di Staglieno sulla copertina di Closer?

Lo conosco, e ce l’ho pure! È molto ricercato quel bootleg. Non so altro. Fa strano che i bootlegs fossero quasi tollerabili quando i dischi si vendevano, mentre oggi sono o una totale seccatura o oggetto di culto per collezionisti. Quanto all’immagine crepuscolare di Staglieno, Pete Saville (il fotografo) la scelse come omaggio alla bellezza dell’Italia, alla tradizione della vostra Arte.

 

Copertina: Foto di Man AlivePeter Hook at the Factory fac251, Manchester, 18.5.10

Giulio Pantalei
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