Musica: Dall’effetto Ganzfeld all’Hi-Tech — Intervista con Von Tesla
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Dall’effetto Ganzfeld all’Hi-Tech — Intervista con Von Tesla

Ganzfeld è il nome dell’ultimo atteso e sofferto disco di Marco Giotto, in arte Von Tesla. Un doppio disco che nei suoi 133 minuti di elettronica sembra davvero riuscire a deprivarci di ogni senso, eccezion fatta per quello uditivo.

24 Apr
2019
Musica

La parapsicologia è quella branca del pensiero che intende indagare con metodi scientifici quei fenomeni paranormali inerenti alla sfera della psiche umana. Questa disciplina è infatti caratterizzata da un gran voglia di scoperte che sembrerebbero utopiche, molto care alla fantascienza, come la sopravvivenza psichica dopo la morte biologica o il raggiungimento dell’acquisizione di vari poteri psichici, che vanno dalla chiaroveggenza all’interazione tra mente e materia. Tra questi, compaiono anche i famosi studi sulla telepatia, che certamente restano ancora oggi tra i più affascinanti e ricchi di mistero.

Inaugurato da Wolfgang Metzger e poi approfondito da Charles Honorton, l’esperimento di Ganzfeld (che in tedesco significa “campo intero”) è una tecnica usata per verificare la presunta capacità telepatica di un soggetto. Per fare in modo che l’esperimento riesca sia il “mittente”, colui a cui vengono mostrate delle immagini o video da inviare mentalmente, che il “ricevente”, colui che dovrebbe accogliere questi contenuti, devono trovarsi nello stato “ganzfeld”. Vale a dire in uno stato di deprivazione sensoriale, per fare in modo che la comune informazione sensoriale non intralci e offuschi l’anomala informazione extrasensoriale.

 

 

Ganzfeld è anche il nome dell’ultimo atteso e sofferto disco di Marco Giotto, in arte Von Tesla. Un doppio disco che nei suoi 133 minuti di elettronica sembra davvero riuscire a deprivarci di ogni senso, eccezion fatta per quello uditivo, e a stabilire un accesso diretto e univoco col suono. Prodotto dalla sempre più internazionale etichetta veneta Boring Machines, Ganzfeld è un disco che prosegue le sperimentazioni digitali intraprese già da qualche anno da Von Tesla, ma che mai fino ad ora avevano raggiunto tale grado di anfrattuosità. Tanto per cominciare i pezzi si dilatano fino a sforare i 18 minuti, inoltre i suoni divengono freddi e alieni, quando non taglienti e ritmici. Un altro dei pochissimi album italiani che strizza l’occhio alla recente ondata di elettronica HD, senza per questo dimenticare le altre precedenti esperienze dell’autore, come Be Invisible Now!, più in linea col progetto Von Tesla, o la band Squadra Omega, con cui era stato tra i padrini della scena Italian Occult Psychedelia.

In attesa che il disco esca, il 10 maggio, mi sono tolto qualche curiosità facendo un po’ di domande direttamente a Von Tesla.

Per quale motivo hai chiamato il tuo disco Ganzfeld?

L’idea del titolo è nata qualche anno fa da una serie di coincidenze casuali: la visita in una stanza preparata di James Turrell e contemporaneamente la possibilità di poter utilizzare una vasca di deprivazione sensoriale. Entrambe si basano sullo stesso principio, sul ganzfeld appunto, una parola traducibile come “campo totale” e che racchiude in sé l’astrazione che avevo in mente mentre programmavo le prime patch per un nuovo album. La sintesi è un mezzo molto versatile e potente, l’unico in grado di poter creare spazi complessi senza orizzonti, innaturali e destabilizzanti.

Che rapporti hai con la psicologia e la filosofia?

Non ho mai voluto rafforzare la mia musica di troppi significati. Di sicuro lo faccio già inconsciamente, esiste già una mia scrittura di un sottotesto implicito. Ma, soprattutto quando si è autodidatta, la musica è la parte più istintiva e immediata. Quindi non mi piace caricarla di troppa teoria, trovo che sia una forzatura eccessiva. C’è già tutto nel disco.

Da cosa deriva questa tua fascinazione per la telepatia o in generale per ciò che concerne il mentale? Che importanza può avere, secondo te, la musica in questo campo?

La mia fascinazione per telepatia e mesmerismo è di visione puramente romantica più che scientifica. Da piccolo avevo in casa dei libri riguardo la telepatia e dei manuali pratici di ipnosi e sfogliandoli immaginavo cosa poteva succedere in questo tipo di sedute.

Comunque credo che la musica in questo scambio sia fondamentale, perché si tratta di un linguaggio che può essere più o meno complesso ma che riesce a mettere in connessione molte persone in più livelli differenti.

Riesce, superando le parole, a trasmettere facilmente stati d’animo e a crearne di nuovi. Ma forse la faccio semplice perché la musica è il mio linguaggio.

In Ganzfeld le tracce vagano indisturbate per minuti e minuti. Anche nei tuoi precedenti dischi c’era questa sensazione di flusso libero, ma in questo sembra essere mutato qualcosa in termini di tempo. A cosa è dovuto questo cambiamento?

A differenza di tutti i lavori precedenti ogni traccia di questo disco è una singola patch, in registrazione c’è pochissimo editing e post produzione. È un limite che mi sono imposto dall’inizio. Partendo da questo presupposto tutte le patch sono state disegnate in modo che all’interno si possa creare una sorta di sviluppo generativo fortemente vincolato delle sequenze. Non c’è scrittura midi e non ci sono step sequencer.

Senza entrare troppo nello specifico, la fase più lunga è stata quella di riuscire a programmare strutture di interazione tra più macro sistemi. Un set up più complesso ma per certi aspetti simile al network dei League of Automatic Music Composers. Questo tipo di base ti permette poi di poter suonare e interagire con i cicli in modo molto libero. La fase di registrazione invece è stata molto veloce, di ogni traccia esistono più versioni più o meno lunghe per valutarne il funzionamento. Non tutte le patch hanno retto, molte infatti non funzionano su disco ma solamente in una dinamica live.

Ho sempre avuto una forte attrazione per le lunghe suite, le ho sempre ascoltate con un coinvolgimento maggiore. Sviluppano uno stato ipnotico che il formato canzone difficilmente può trasmettere. E così è stata la forma che ho scelto proprio per l’idea che sta alla base di Ganzfeld, portandolo ad essere un doppio album. All’inizio dovevano essere due tracce da 60 minuti l’una.

Nel tuo progetto Von Tesla sei sempre stato attento a usare suoni alieni e futuristici — cosa ancora più evidente in quest’ultimo Ganzfeld. Pensare al concetto di futuro rientra in qualche modo nel tuo processo di composizione? Se sì, in che termini?

Cerco di cambiare spesso set up soprattutto per non ripetermi, sia nella sintesi che nella scrittura dei pezzi. Cambio spesso macchine per poter avere nuove dinamiche di sviluppo e ricercare possibilità diverse. Nel caso di Ganzfeld l’ho ridotto all’essenziale, riducendo il tutto in un case rack composto da un NORD Modular G2 Engine, un mixer da 1U e un 17” per poter gestire e suonare le patch tramite un Bitstream 3x.

In questo disco ho cercato la sospensione del concetto di tempo. Nell’architettura delle patch non ci sono step sequencer lineari che determinano un futuro, ma nella maggior parte dei casi ci sono interazioni tra LFO e componenti randomiche fortemente vincolate e convogliate tra di loro che individuano un ipotetico momento: il momento stesso dell’esecuzione. Volevo slegarmi dalla progressione della scrittura a step come fatto nei precedenti lavori e questa mi sembrava l’architettura migliore per frammentare il tempo e creare sequenze e beat multiforma che cercassero di riprodurre quel ‘campo totale’ che avevo in mente, svincolato da tempo e spazio.

Ti interessa la recente ondata di Elettronica HD (i vari James Ferraro, Oneohtrix Point Never, Fatima Al Qadiri, Arca)?

Tra questi preferisco James Ferraro e le cose strumentali di Oneohtrix Point Never. In genere preferisco le cose strumentali a quelle cantate. Ho ascoltato molto Koreless, Visible Cloaks e le uscite RVNG Intl. Mi piaceva molto la Software di Daniel Lopatin, purtroppo sospesa nel tempo con una citazione di Bob Weir. Etichette come jj funhouse e Ekster… Insomma la lista sarebbe parecchio lunga, senza contare l’Italia dove il livello si è alzato davvero di molto.

 

 

Beh, immagino, non preoccuparti. Tornando al tuo lavoro, miri a evolvere dal punto di vista sonoro tentando di creare sonorità inedite, o semplicemente sei appassionato del genere che proponi, al quale credo possano essere aggiunti gli ultimi Autechre e pochi altri?

Mi piace la sintesi complessa, e disegnare l’architettura del suono di sicuro rende il risultato più personale, ma da autodidatta suono in maniera istintiva e lo faccio senza pensare troppo al genere: cerco di fare quello che ho in testa e il risultato è quello che rimane su disco. Però, anche in questo caso Ganzfeld rimane un’eccezione perché sono partito da un’idea di base abbastanza forte da permettermi di produrre molto materiale e di renderlo omogeneo, come una sorta di ‘concept album’. La musica che ascolto durante i periodi in cui produco è molto diversa ed eterogenea, non che sia una regola ma mi viene naturale.

E cosa ascolti in quei periodi?

Ascolto pochissima elettronica, mi servono sempre altri input e punti di vista. Durante Ganzfeld, tra i vari ascolti del periodo, è coinciso un ritorno ad una vecchia passione per i primi bootleg live dei Grateful Dead dove ci sono questi lunghissimi flussi strumentali di batterie e note stralunate. Più inerente all’elettronica ultimamente ho riascoltato David Tudor e The Hafler Trio. Poi gli Autechre con le recenti uscite, ma soprattutto con i backup rilasciati poco tempo fa del tour di Quaristice; è stato divertente suonarle con le macchine e capire l’organizzazione del loro lavoro.

Ascoltando il disco non ho potuto non pensare agli Autechre, appunto. Per me sono tra i gruppi più importanti della musica contemporanea, non credo di doverti spiegare il perché. Per te cosa rappresentano?

Gli Autechre e Gescom sono sempre stati alla base dei miei ascolti, come credo per chiunque abbia avuto a che fare con l’elettronica. Mai come in questo periodo si sente così forte la loro influenza nell’elettronica: sembrerà a me, ma sento la loro contaminazione in moltissime produzioni di elettronica contemporanea. Si tratta di una delle pochissimi entità ad avere un’alchimia così forte da riuscire ad alzare il livello ad ogni nuova uscita rimanendo sempre spaventosamente personali e coerenti. Poi le loro produzioni, come quelle di Aphex Twin, non risentono del tempo, Amber suona ancora incredibilmente contemporaneo. E così sono trent’anni che gli Autechre rappresentano il suono di un futuro che però non sembra voler mai arrivare. Perché dummy casual pt2 non si sente in nessuna stazione della metro? Oppure acdwn2 in una pubblicità in TV? Rappresentano lo stesso immaginario utopico di futuro possibile che rappresentava nel ‘78 The Man-Machine dei Kraftwerk. Anche se poi, se ci si guarda attorno, non c’è molto di quel futuro ipotizzato nei film di fantascienza ambientati all’inizio del nuovo millennio, anzi. Chissà come suoneranno le cose degli Autechre nell’anno 802701 di The Time Machine

Sono completamente d’accordo. L’altro artista a cui ho pensato è stato proprio l’Aphex Twin di Selected Ambient Works Volume II, specie per pezzi più dilatati come in the red e lighted room. Anche se per queste sonorità si potrebbero evocare anche gruppi come Tangerine Dream o Popol Vuh. Che rapporto hai con l’ambient e con la musica psichedelica in generale?

Ho iniziato ad ascoltare musica psichedelica in maniera fortuita fin da piccolo, grazie a dei vecchi dischi e ad un impianto audio hi-fi di un vicino di casa. Aveva dischi di rock seventies, ascoltavamo cose da Neil Young ai Black Sabbath. Molto ingenuamente passavamo pomeriggi ad ascoltare bootleg dei Pink Floyd del periodo Ummagumma. Dalle quattro casse posizionate in ogni angolo uscivano suoni così rarefatti e pieni di eco, era una cosa molto evocativa. Tempi dilatati oltre il solito formato canzone, c’era un fascino particolare per quella musica. Anni più tardi iniziando a suonare e ricercando dischi si è aperto un mondo. Ora che ci penso il mio primo download P2P è stato il video live dei Tangerine Dream alla Coventry Cathedral contemporaneamente ad un live di Aphex Twin.

 

 

Infatti in Ganzfeld, come anche nei tuoi altri dischi, c’è questo uso di suoni molto tecnologici, ma al tempo stesso emerge un senso di meccanicità — d’altronde negli altri tuoi progetti, Squadra Omega e Be Invisible Now!, sembri non disdegnare proprio una certa attitudine più rock e seventies. Potresti esprimerti con le tue macchine attraverso una sensibilità più liquida e fluida, come fanno in molti oggi, invece preferisci lasciar performare questa macchinicità in tutta la sua essenza. Sbaglio?

Mi piace l’idea di poter suonare in modi diversi e questo succede anche perché ogni progetto si basa su presupposti e strutture diverse. Come Von Tesla creo beat e sequenze complesse all’interno di un mio sistema, cosa che non avevo fatto con Be Invisible Now! se non nell’ultimo periodo. Così cerco di spingere la ricerca in quella direzione. Con Andrea e Matt (Squadra Omega) suoniamo assieme da tantissimo tempo e assieme condividiamo anche parte degli ascolti. Squadra Omega ha una struttura fluida non solo nella composizione ma anche nella formazione. Improvvisare è un processo naturale, è così che si forma la struttura dei brani. Stessa cosa che facevamo anche con Andrea con Be Maledetto Now!, c’erano solo delle macro strutture e pochissima programmazione, si sviluppava tutto in tempo reale suonando e improvvisando.

Internet ti ha influenzato dal punto di vista artistico? Se sì, in che modo?

Non molto, l’ho sempre usato solo come un media espanso. Sarà che ho vissuto la diffusione di internet quando ancora era un network tra computer di base MS-DOS — sai, interfaccia a riga di comando bianco su nero. Poi i primi OS a interfaccia grafica e l’arrivo di Netscape Navigator. Forse dovuto alla novità c’era il fascino iniziale di qualcosa dagli orizzonti indefiniti, niente tracciabilità o algoritmi. Altavista non dava mai lo stesso risultato per una stessa ricerca e perdersi lì dentro era molto bello. Poi con il web 2.0 internet è diventato un posto prevedibile e noioso. Continuo ad usarlo solamente come un veloce veicolo per scambio dati e informazioni.

Per concludere, che idea hai della musica contemporanea? Credi continui ad evolvere ulteriormente la musica elettronica o prevedi un ritorno a sonorità meno futuristiche?

L’evoluzione della musica elettronica è sempre andata di pari passo con l’innovazione tecnologica, con nuove possibilità sia software che hardware, e di sicuro seguirà questa linea di progressione. C’è una tendenza sempre maggiore di risolvere funzioni complesse con gesti semplici, cosa che si rispecchia anche nel linguaggio e quindi nella trasformazione nel modo di comunicare. L’evoluzione sarà inevitabile anche se siamo appena entrati nella digital dark age.

Riccardo Papacci
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