
In una recente intervista, il cantante folk Frank Turner ha accusato Thom Yorke di mancare di rispetto ai propri fan. Spiega Turner che è ben contento di spendere quaranta sterline per vedere gli Iron Maiden a patto che suonino The Trooper, ché delle canzoni nuove non gliene frega niente. È invece molto infastidito quando le quaranta sterline le dà ai Radiohead e loro in cambio non gli fanno Creep. Dice: «Il mondo è pieno di gruppi che vorrebbero avere una canzone che tutti vogliono sentire, voi ne avete una, siatene contenti».
Già qui gli si potrebbe rispondere che i Radiohead (come gli Iron Maiden del resto) non hanno solo una canzone che tutti conoscono e vogliono sentire, ma almeno cinque o sei. Karma Police, Idioteque, Paranoid Android, No Surprises continuano ad essere incluse di tanto in tanto nelle scalette, nonostante lo stile musicale del gruppo sia mutato negli anni e preferiscano suonare brani da In Rainbows in poi. Creep no. È scomparsa dai live all’inizio dello scorso decennio e ha fatto la sua ultima apparizione al Reading Festival nel 2009. Thom Yorke odia quella canzone e ha dato diverse spiegazioni.
Creep è stato il primo singolo dei Radiohead e un successo mondiale. All’epoca oscurava le altre canzoni, erano stanchi di suonarla e, da buoni rocker alternativi, erano anche infastiditi dalla fama che quell’unico pezzo gli aveva regalato. Continuavano a dare ai fan quello che loro volevano e per Thom questo era «succhiare il cazzo di Satana».
Dopo l’uscita di capolavori come Ok Computer e Kid A, decisero che era possibile congedarsi da Creep e smisero di proporla ai concerti. Risalgono a questo periodo gli episodi più bizzarri della vicenda, come Thom Yorke che urla al pubblico «siete analmente ritardati», qualunque cosa voglia dire, o Moby che, nel 2003 a Glastonbury, viene assoldato per cantarla al loro posto (notate come saggiamente evita di fare i conti col falsetto lasciando eseguire quella parte agli strumenti).
Nell’Aprile del 2013, intervistato da Alec Baldwin, Yorke torna sulla questione e dichiara di non riconoscere più quella voce. Aggiunge che anche a Lou Reed capitò la stessa cosa ascoltando i Velvet Underground. Tuttavia la motivazione più interessante l’ha data qualche mese dopo a Giuseppe Videtti di Repubblica. Affacciato su quello che pare fosse «il giardino dell’Hotel più bello della capitale», Thom spiega che:
«Il repertorio dei Radiohead racconta anche periodi della mia vita difficili, dolorosi, tormentati. È naturale per me, quando ricanto le vecchie canzoni, immedesimarmi in quegli stati d’animo, come succede quando siedo al piano ed eseguo Pyramid song. Ma non sempre questo è possibile. È uno dei motivi per cui evito di cantare Creep; sono incapace di dar voce a quelle parole, parlano di un uomo che non esiste più».
Vediamo di cosa parla Creep, vediamo chi è quell’uomo che non esiste più.
Creep è una parola di difficile traduzione. Prima di tutto è un verbo che vuol dire «muoversi furtivamente, senza essere notati» Deriva da cr?opan che in inglese arcaico vuol dire «muoversi col corpo radente al suolo» cioè strisciare. Ciò che striscia fa paura, è inquietante e «creeps me out» vuol dire «mi mette i brividi».
Creep diventa un sostantivo che indica la persona che provoca questa sensazione spiacevole. Creep è una persona sgradevole, un viscido, qualcuno che preferiremmo non avere accanto. Ma, attenzione, non è qualcuno che ci fa paura in virtù della sua forza, ma qualcuno che ci imbarazza a causa della sua debolezza. Un creep è consapevole di questa situazione e l’imbarazzo nasce dal fatto che ogni suo comportamento sottolinea questo stato di cose. Noi siamo un angelo, siamo speciali, lui non riesce a guardarci negli occhi, siamo qualcosa cui vorrebbe assomigliare e contemporaneamente qualcosa che sa di non poter essere. È uno di quei casi in cui l’empatia invece di avvicinare le persone, le allontana: comprendiamo la situazione emotiva dell’altro e ci mette i brividi. È pronto a fare tutto quello che ci rende felici, tutto quello che vogliamo ed è proprio questo il problema. Lo sappiamo noi, lo sa lui, noi sappiamo che lui lo sa, lui sa che noi lo sappiamo e ogni giro che compie questa consapevolezza, ingrandisce l’imbarazzo reciproco mettendoci in scacco.
Nella canzone abbiamo un io che si rivolge a un tu, dal basso verso l’alto, in un’apostrofe disperata destinata a non essere ascoltata. È un testo estremamente diretto, scarno, naif. Pensieri e desideri di questo inaccettabile innamorato si avvicendano senza coerenza, senza studio, mantenendo tutte le contraddizioni di una psicologia che si mette a nudo. L’io vorrebbe essere speciale come lei, ma sa di non esserlo; vorrebbe che si notasse la sua assenza, vorrebbe renderla felice, darle quello che vuole, ma sa che la sua stessa presenza è fuori luogo, cosa cazzo ci fa qui lui che è inquietante, lui che mette i brividi?
È un discorso praticamente privo di retorica, le uniche immagini che appaiono sono così banali da rivelarsi in tutta la loro spontaneità: sei proprio un angelo, sembri una piuma che fluttua in un mondo bellissimo. Siamo lontani dalle «voci di galline mai nate» che abitano la psiche contorta della voce di Paranoid Android, ma anche dalla paradossalità del «fake plastic love» che ha l’aspetto e il sapore delle cose vere in Fake Plastic Trees. La forza di questo testo, invece, è l’assenza di ricercatezza, la sua infantilità, la sua brutale, totale, sincerità.

Thom Yorke ha scritto questa canzone a 19 anni, prima dei Radiohead, prima di «succhiare il cazzo di Satana», prima di essere una delle rockstar più famose del pianeta. L’ha scritta quando era un ragazzo brutto ossessionato da una ragazza bellissima. Un ragazzo nato con un occhio paralizzato che cinque interventi chirurgici non sono riusciti a curare del tutto. Tutt’oggi Thom ha quell’occhio a fessura, il naso asimmetrico, le orecchie vagamente a sventola e una stempiatura che gli divora la fronte. Eppure è molto difficile affermare, oggi, che Thom Yorke sia brutto.
In Le particelle elementari, Michelle Houellebecq scrive:
«Molto più ricche degli industriali e dei banchieri le rockstar conservavano nondimeno un’immagine da ribelli. Giovani, belle, celebri, desiderate da tutti i ragazzi, le rockstar costituivano il vertice assoluto della gerarchia sociale: nella storia dell’umanità non c’era mai stato nulla, dopo la divinizzazione dei faraoni nell’antico Egitto, di paragonabile al culto che la gioventù europea e americana tributavano alle rockstar.»
Non credo che le rockstar siano più ricche di industriali e banchieri o, almeno, non dei più ricchi di loro: non c’è rockstar che si avvicini ai patrimoni dei 400 di Forbes. Non credo neanche siano tutte giovani o belle, almeno convenzionalmente. Sono tuttavia desiderate e divinizzate, e l’immagine da ribelle non è l’unico motivo: anche Houellebecq ha un’immagine da ribelle, eppure sospetto che si taglierebbe un braccio per essere il frontman di una band che riempie gli stadi.
Una rockstar è due cose insieme: è un artista ed è un artista performativo. Un industriale, un banchiere, un magnate della finanza, può avere tutte le donne che vuole, ma difficilmente sarà desiderato per quello che è. Qualora la transazione economica non sia esplicita, potrebbe essere desiderato per quello che rappresenta: il successo, il potere, talvolta la fama. Ma questi concetti non si incarnano in lui, nel suo corpo, nel suo viso, nei suoi gesti; rimangono il frutto delle sue azioni, il capitale, economico e simbolico, che una mente brillante e spregiudicata ha saputo costruire.
La rockstar è un tutt’uno con la sua arte. La musica e le parole nascono in lui e si esprimono attraverso il suo corpo. Soprattutto quando si è artisti molto performativi come Thom Yorke.
Toccare Thom Yorke vuol dire toccare la fonte razionale e materiale di Ok Computer, colui che l’ha pensato e colui che l’ha eseguito ed è facile capire perché è un contatto più mistico di quello che potremmo avere con Michelle Houellebecq, per esempio: lui ha scritto L’estensione del dominio della lotta ma noi gli abbiamo dato vita, leggendolo sul nostro divano, recitandoci ogni parola nella mente, il suo corpo non c’entra nulla.
Dicevo che è difficile affermare, oggi, che Thom Yorke sia brutto. Guardate nel video di Lotus Flower come i suoi lineamenti scombinati assumono una funzione mimica, come sfrutta i suoi difetti trasformandoli in una maschera espressiva. È lui il Lotus Flower e solo lui può esserlo. Ha ribaltato la sua maledizione in un oggetto semantico che rimanda alla sua arte. La sua faccia è un’icona, è il simbolo carismatico di un certo rock alternativo, tanto che un ragazzo che oggi si trovasse ad assomigliare al disturbante passeggero del video di Karma Police, potrebbe salvarsi dalla terribile adolescenza che passò il futuro cantante dei Radiohead, potrebbe semplicemente avere «una faccia alla Thom Yorke».
Thom Yorke ci dice che non può più cantare Creep perché l’uomo che l’ha scritta, l’uomo che l’ha vissuta e l’ha rappresentata, non esiste più. Non solo egli ha smesso di percepirsi in quel modo, ma anche per noi non è più credibile: in bocca a lui, divinizzato come un faraone, al vertice della gerarchia sociale, quelle parole suonerebbero false.
Ogni volta che un quindicenne impacciato, dopo aver sprecato tutta la ricreazione cercando di attirare l’attenzione della più bella del liceo, torna a casa stanco, rassegnato, umiliato, prende la chitarra e si mette a cantare stonato, produce una versione più autentica di Creep. È stupido chiedere di farlo a Thom Yorke, davanti a migliaia di persone che pendono dalle sue labbra, che vorrebbero essere fucking special come lui.
D’altronde questa contraddizione Thom Yorke la notò già nel 1995, dopo l’uscita di The Bends, quando dichiarò al Times: «Probabilmente quando l’ho scritta mi sentivo creep, ma non penso di essere sempre creep. A dire il vero penso che molte cose che facciamo siano abbastanza ironiche, ma nessuno su questo pianeta pare rendersene conto. Stare sul palco e cantare “Voglio far parte della razza umana”… non è un po’ ridicolo?».
Già, è un po’ ridicolo.
La foto di copertina è di Richard Burbridge. La gallery completa è su Dazed.