Recentemente un artista italiano senza pari ha ottenuto un importantissimo riconoscimento internazionale per i suoi meriti artistici. Ostinato nella sua ricerca espressiva, elegante e virtuoso fino ai massimi livelli (senza fare del virtuosismo l’unico elemento stilistico degno di nota, tutt’altro) ha saputo regalare all’Italia un premio che probabilmente il nostro Paese non merita. E mentre egli – con l’umiltà e la semplicità che lo contraddistinguono da sempre – festeggia in maniera discreta e dimessa, Rai2 fa terrorismo da un mese con l’Oscar di Sorrentino per La grande bellezza.
Nato a Napoli il 24 febbraio del 1967 , inizia a comporre in tenera età. Conquista il meritato successo presso i conterranei, per poi uscire dai confini della sua città: l’Italia, l’Europa e – infine – il mondo. La classifica World Music di Billboard lo colloca al primo posto tra i best seller internazionali. Ma – al contrario di quanto succede per Sorrentino – Il messaggero non titola Primo posto Billboard: con Gigi l’Italia torna a sognare. Eppure dovrebbe.
Nemo propheta in patria avremmo detto poco meno di 2 millenni anni fa. Eppure intorno alla figura del M° riesce ad addensarsi qualcosa che va oltre alla italica abitudine di rinnegare i propri fuoriclasse (Andreotti, Gigi Sabani, Pippo Franco etc.): odio. Puro odio. Gigi D’Alessio diventa all’improvviso il capro espiatorio di tutte le storture della nostra fabbrica artistica. E giù tutti a vedere il Teatro degli orrori live e a mandare sold out Brunori Sas.
In Prima o poi, estratta dall’ultima fatica Ora, D’Alessio si rivolge al proprio pubblico a cuore aperto. Oltre ai ringraziamenti ai sostenitori (per oltre 20 milioni di dischi venduti direi un gesto quantomeno dovuto) non manca un rispettoso omaggio anche ai detrattori, ai quali dedica parole – nella loro semplicità – di una dolcezza disarmante :
Chi mi odia io non odierò
Nemmeno un pò
Odiare è un sentimento che non ho
Certo lo so, posso piacere poco oppure no
Ma se non sai un uomo tu non giudicarlo maiOra
voglio sentire che ci siete ancora per non svegliarmi dal mio sogno ancora
Voglio il calore di un abbraccio ancora per continuare la mia storia
Ora,
a chi mi ha dato gioia, pane e cuore
io dico grazie con questa canzone
La dedico a voi tutti con amore
E a me che ho scritto musica e parole
Siamo oltre quello che i giovani sui social network chiamano haters gonna hate.
Nella produzione di D’alessio aleggia un senso di compassione – di derivazione indiscutibilmente cattolica, di quel cattolicesimo intriso dell’anima partenopea – che si trasforma a volte in una abnegazione talmente motivata da buoni sentimenti da costringere a raddoppiare la dose di Dropaxin per i sensi di colpa dovuti al non averlo seguito come esempio di moralità sin dalla nascita. In Non dirgli mai – storia di un amore finito ed di un altro che, inevitabilmente, inizia – possiamo trovare un concetto di misericordia tale da far arrossire metà dei santi del nostro calendario: così Gigi, ripercorrendo la propria storia inesorabilmente giunta al termine, esterna tutta la propria sofferenza. Ma vedere il proprio amore andare via con un altro non lascia spazio a facili sentimentalismi, ira o frustrazione. Il Nostro intona i seguenti versi:
Ma se lui ti stringe le mani
respira più forte dicendo che l’ami
la sua vita è più bella da quando ci sei
gli fai male se un giorno parlando di noi
hai una lacrima ancora per me
Nella pietà che non cede al rancore (direbbe a questo punto il fu De André – secondo me complimentandosi commosso) Gigi si preoccupa che il suo nuovo compagno non soffra nel momento in cui lei dovesse avere anche un solo pensiero per il perduto amore. Cosa che possiamo dare per certa, analizzando il resto del testo, o semplicemente appellandoci al buonsenso comune.
Non avevo una prova così grande ed onesta di – seppur laica – sacralità e rispetto della condizione umana da tempo immemore.
E in ogni caso google parla chiaro. C’è un solo Gigi.
Questo articolo è apparso su Sergio&Peppe