Musica: Francesca Michielin ha capito cos’è il pop
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Francesca Michielin ha capito cos’è il pop

Fra i nomi più chiacchierati di questo 2018 c’è sicuramente quello di Francesca Michielin, uscita lo scorso gennaio col suo terzo album, 2640.

Fra i nomi più chiacchierati di questo 2018 c’è sicuramente quello di Francesca Michielin, uscita lo scorso gennaio col suo terzo album, 2640. Oltretutto, recentemente, è stata ufficializzata anche la sua partecipazione al prossimo MI AMI; un fatto non da poco, considerando che si tratta di una popstar, figlia mai rinnegata di X Factor, che irrompe in quella che è storicamente una roccaforte della musica indipendente italiana. Certo, quest’anno il MI AMI ha inevitabilmente dovuto allargare, almeno in parte, i suoi confini, ma quello della Michielin resta comunque un volto dal curriculum insolito lì in mezzo, per il quale in molti, fra puristi e presunti tali, avrebbero potuto storcere il naso. Al contrario, però, il suo tacito insediamento fra gli headliner del festival è stato il pretesto per rendersi conto di quanto sia variegato il consenso di cui gode la cantante vicentina.

Per capire il motivo di un’attenzione tanto diversificata basta mettere direttamente l’orecchio sul suo ultimo lavoro, 2640. Si tratta infatti di un album incredibilmente multiforme e poliglotta, figlio di un’ampissima e complementare coesistenza di riferimenti, tanto nei testi quanto nelle musiche. Il rischio, come sempre in questi casi, è quello di voler parlare a tutti senza parlare davvero a nessuno, ritrovandosi a passare persino per ruffiani; ma c’è da dire subito che, nel caso della Michielin, questa è una trappola che non è scattata.

 

 

Al di là di questo, basterebbe soffermarsi già soltanto sulla freschissima opener, Comunicare, per rendersi conto della varietà di 2640. Su un beat drittissimo di Mattia Barro, parte una sorta di Loser 2.0 di Beck, un caleidoscopio sbarazzino e attualissimo, che mischia echi internazionali, hip-hop e il solito ritornello melodico; il resto lo fa la Michielin, che si mette a nudo con un testo tanto semplice quanto onesto ed efficace, che volente o nolente parla di lei e di molti degli ascoltatori, senza banalità. Se proprio non è il pezzo più bello dell’album, sicuramente ne è il più coraggioso.

Ma fermarsi a Comunicare, in ogni caso, sarebbe riduttivo, visto che in tutto 2640 le anime in circolo sono tante e tutte ben sviluppate. Se serve la firma d’autore, la svolta è verso le penne di punta dell’indie italiano/itpop, con la scrittura riconoscibilissima di Calcutta — che collabora con la Michielin in ben quattro brani — a far la parte del leone, i beat di Cosmo ad animare la festa tropicale di Tapioca e la rinnovata italianità dell’ormai onnipresente Tommaso Paradiso in E se c’era…. Potrebbe sembrare un tentativo paraculo, dicevamo, se non fosse che Io non abito al mare è una purissima hit radiofonica e Tapioca semplicemente uno dei pezzi migliori dell’album.

 

 

Se poi c’è da muoversi su un campo più strettamente pop, che in 2640 non manca assolutamente, la Michielin pesca tanto dall’Italia quanto dall’estero, sempre mantenendosi un passo sopra a certi facili ammiccamenti. Da una parte c’è tutta la tradizione sanremese, qui svecchiata e ripulita da orpelli e retorica melensa (su tutte, le ballate Alonso e La Serie B), mentre dall’altra c’è la figura di Lorde, una musa più che un semplice riferimento, e che, in questa veste, attraversa in maniera più che feconda la gran parte delle produzioni del disco.

 

 

Riprendendo il discorso sui testi, che colpiscono sia per l’immaginario che tirano in ballo (il calcio, la Playstation, le vacanze a Ibiza), quotidiano ma non retorico, sia per l’immane sincerità che lasciano trasparire. Da questa prospettiva, il pezzo che va sugli scudi è Noleggiami ancora un film, per come rappresenta probabilmente la prima vera “operazione nostalgia” a opera di un millennial. La Michielin ha soltanto 23 anni, eppure riesce già a parlare con credibile malinconia dei ricordi della sua infanzia, di tutti quei pomeriggi a cavallo fra anni novanta e primi duemila, fra i cartoni animati alla tv, le musicassette, la prima Playstation, e del rimpianto autentico di una purezza che si cerca in tutti i modi di difendere ma che, a poco a poco, inevitabilmente scappa via.

«È vero che una volta nessuno era allergico e
si diceva “ti amo” una volta sola nella vita?»

Appunto.

 

 

Al netto di tutto ciò, non è difficile capire perché 2640 sia vario e multiforme, pur mantenendo un equilibrio tale da non sembrare disomogeneo. Da una parte c’è la Michielin allieva — forse l’aspetto più interessante dell’impronta teen che marchia a fuoco tutto l’album —, che nutre una passione sincera per tutti i riferimenti che mette in ballo, dai quali cerca di imparare con umiltà e sacrificio, fino a trarne una sintesi finale che, proprio per questo, non può che essere equilibrata; dall’altra c’è la sincerità con cui la ragazza si rapporta alla sua musica, che contribuisce a definirne un apparato emotivo che colpisce indistintamente e senza ruffianeria. Se è vero che la sincerità, alla fine, paga sempre, con 2640 Francesca Michielin diventa senza dubbio la popstar di punta del nostro paese, trait d’union fra il pop mainstream e l’indie pop, fra l’Italia e il mondo. Dicevamo in apertura del poliglottismo dell’album; ecco: nel suo masticare linguaggi, nel suo parlare a tutti, c’è tutta la chiave di lettura universale che la Michielin è riuscita a dare, senza pretese, al pop italiano.

Patrizio Ruviglioni
Classe 1995, scrive di musica perché troppo scarso a suonare e di calcio perché troppo scarso a giocare. Per ora gli va bene così.
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