
Pubblichiamo il primo capitolo della raccolta di racconti dalla galassia post-punk italiana, uscita a giugno per Agenzia X.
In fondo trovate una chiacchierata in chat con l’autrice.
**
«Vorrai mica che ti parli degli anni ottanta?»: iniziava più o meno così ogni primo scambio di battute che ho avuto con i vari testimoni coinvolti in questo mio progetto.
È facile essere diffidenti di fronte alla richiesta di tornare indietro con la memoria per raccontare un’epoca: la paura di incorrere in luoghi comuni e in facili cliché, come pure il timore che si tratti di un’operazione revivalistica e celebrativa dei bei-tempi-che-furono, sono dietro l’angolo. Per tranquillizzare i miei interlocutori, però, mi è bastato semplicemente ribadire la mia età anagrafica: sono nata nel 1987, quindi, per forza di cose, quegli anni di cui chiedevo di raccontarmi non potevo averli vissuti.
Ciò che mi interessava realmente era raccogliere una testimonianza storica e musicale di un periodo ben preciso. Armata perciò di taccuino, registratore e di tutta la curiosità possibile, ho cominciato un viaggio che mi ha portato da un lato all’altro della penisola per incontrare e intervistare coloro che, in quegli anni, avevano più o meno la stessa età della sottoscritta oggi e stavano muovendo i primi passi della loro vicenda musicale. I loro racconti avrebbero così tracciato, in una sorta di memoir a più voci, le linee generali di un periodo che, fra le altre cose, ha visto la nascita di un nuovo approccio alla musica rock.
Gli anni ottanta, infatti, non sono stati soltanto quelli del culto dell’ottimismo e del superfluo, del glamour delle passerelle e della musica dance da ballare in discoteca. Il decennio compreso fra la fine dei settanta e la fine degli ottanta è stato, in primo luogo, un periodo di grandi cambiamenti e di profonde contraddizioni: dagli anni di piombo si è arrivati a un nuovo boom economico e, parallelamente all’insorgere di nuovi miti della cultura ufficiale, si è avuto un proliferare di stili di vita sottoculturali e di nuove forme di produzione alternativa.
Il titolo Gli altri ottanta vuole proprio indicare l’altra faccia della medaglia di un’epoca, raccontata attraverso quattordici testimonianze raccolte in presa diretta. Racconti orali che uniscono scorci di vita sociale e di vita personale e offrono occasione di confronto e spunto di riflessione. Il fuoco centrale di questi racconti è sicuramente la musica, che ha occupato, e nella maggioranza dei casi continua a occupare, gran parte della vita di queste persone. Un viaggio alle origini di quello che è stato definito il “nuovo rock italiano”, una nuova e più articolata via per il rock, figlia della rivoluzione del punk.
Anche in Italia, infatti, il punk aveva attecchito rappresentando un importante momento di cesura e infondendo un nuovo senso di possibilità. Uno slancio che è stato poi accolto da chi è venuto subito dopo e ha cercato di incanalare tutta questa rabbia in qualcosa di costruttivo. Non uccidiamo il rock, diamogli una seconda possibilità, vediamo fino a che punto ci possiamo spingere e quali nuovi territori possiamo sondare, apriamoci a nuove forme ibride di espressione: questo è stato il cosiddetto post-punk. Una definizione volutamente generica perché abbraccia una serie di esperienze molto differenti fra loro, accomunate da un’unica, forte volontà di innovazione e sperimentazione in ambito musicale.
Dal post-punk internazionale all’universo multisfaccettato della musica italiana underground anni ottanta il passaggio è stato breve. È difficile tracciare una mappa univoca della situazione musicale italiana di quegli anni; per farlo, ci affideremo così ai racconti dei nostri testimoni: il rock “demenziale” e provocatorio degli Skiantos, le influenze punk-wave di Gaznevada e CCCP, il connubio rock-elettronica di Krisma e Neon, la wave cantautorale dei Diaframma, il peculiare fenomeno del Great Complotto… Nelle fasce più giovani della popolazione italiana si era diffuso da tempo un senso di insofferenza che andava di pari passo con una forte e sentita necessità di cambiamento. Il grande capovolgimento che aveva già investito musicalmente Stati Uniti e Inghilterra verso la fine degli anni settanta, fece così sentire la sua influenza anche all’interno della scena musicale del nostro stivale. I giovani italiani si accorsero che chiunque poteva imbracciare una chitarra e iniziare a suonare e, nel giro di pochi anni, ciuffi colorati e cotonature si fecero strada fra i capelloni e i chiodi, mentre vestiti dai colori sgargianti prendevano il posto dei parka.
La Bologna del Dams, delle manifestazioni di protesta e degli scambi culturali divenne il centro irradiante di questo movimento, raccogliendo tutta la smania giovanile che si respirava nell’aria. In pochi anni si fecero avanti anche Firenze e le varie province italiane, fino a costituire una fitta rete underground che divenne capillare, dal nord al sud della penisola. La diffusione di fanzine tematiche, le prime etichette indipendenti, le radio libere…
Un momento storico e musicale in cui le possibilità sembravano infinite e la volontà di costruire qualcosa di nuovo reale. Questo volume vuole essere testimonianza di un’epoca di fertile creatività e di intuizioni musicali che non mancheranno di far sentire la loro influenza anche negli anni a venire. Il tutto senza alcun sentimentalismo. D’altronde, non è un caso se, proprio in quegli anni, qualcuno cantava No more heroes anymore (The Stranglers, No More Heroes, 1977).
Livia Satriano è nata a Napoli nel 1987. Si occupa di musica, cultura visiva e comunicazione. È autrice di No Wave. Contorsionismi e sperimentazioni dal CBGB al Tenax e ha curato la pubblicazione dell’antologia Italia No! Contaminazioni no wave italiane. Sul web segue i progetti Assez Vu e Sad Movies Make Me Happy.
More info su Gli altri Ottanta.
**
Dude: Ciao Livia, questa è una chat. Siamo nel 2014, ok?
Livia: Ok, ci sono.
D: Questa è un’occasione unica per far sapere a tutti che hai a che fare anche con l’attualità. Non so, parlami di “smartphone” o “social media planning”, sono i termini più gettonati.
L: In realtà chi mi conosce sa che sono un po’ nerd. Di solito sono quella che conosce siti e applicazione mai-sentite che ti salvano la vita e che riesce a trovare sul web cose che altri invano si erano dannati a cercare. Uso il computer da quando avevo esattamente sei anni e ho avuto il mio primo Mac a dodici. Che dici, può bastare?
D: Ho iniziato a leggere Gli altri Ottanta credendo di avere a che fare con un saggio sulla scena musicale underground di quel tempo, invece mi sono ritrovato una vera e propria raccolta di racconti. Perciò i sottotitoli dicono anche la verità a volte?
L: Sì, il sottotitolo è assolutamente veritiero. Di solito sono le fascette che traggono in inganno! (Mai fidarsi del “romanzo dell’anno”). Il termine “racconti” del sottotitolo sta proprio a indicare quella che è la peculiarità del libro ovvero il fatto di essere una raccolta di racconti in presa diretta di musicisti che hanno vissuto in prima persona gli anni Ottanta.
D: Hai girato un bel pezzo d’Italia per incontrare i vari protagonisti dei quattordici racconti. Tolte Firenze e Bologna, che sono state senza dubbio le nostre capitali post-punk, c’è un luogo o un locale che ti ha fatto pensare «ok qui gli anni ’80 sono ancora vivi»?
L: Ahah allora ti dico i giri che ho fatto: tre volte Firenze, Lago Maggiore, Arezzo, Bassano, due volte Bologna, Brianza, Pordenone e, per finire, provincia di Livorno. Pordenone non scherzava! Non c’ero mai stata prima, mi ha colpito molto ed è stato divertente visitare il centro storico e i luoghi del “Great Complotto” in compagnia di Miss xoX. Complice forse anche il clima uggioso di un pomeriggio di novembre, ma il bar dove ci siamo fermati per l’intervista, alcuni negozi e parecchie architetture del centro mi sono sembrati davvero di un’altra epoca… Un’atmosfera a metà fra décadence crucca e provincia operaia italiana di un po’ di decenni fa. A suo modo affascinante.
D: Senza nulla togliere agli altri, mi è piaciuta molto la testimonianza di Marinella Ollino. Mi hai fatto ricordare una cosa che avevo completamente rimosso: quando ero bambino questa canzone mi faceva piangere di brutto. Era in qualche cassetta di qualche zio. Non riuscivo a fare a meno di ascoltarla, anche se ovviamente non capivo quasi nulla del testo!
L: L’incontro con Marinella “Lalli” è stato molto emozionante anche per me. Lei è una persona adorabile ed è stata molto carina ad accogliermi nella casa in cui si trovava in toscana, vicino Livorno. Adesso è da poco tornata a Torino. Presenterò il libro lì con lei, a ottobre. Il quadro che emerge dal suo racconto è molto interessante, è il suo punto di vista sulla storia dei Franti, ma è anche il punto di vista di una “voce fuori dal coro”. Inoltre è una delle due testimonianze femminili presenti all’interno del volume (assieme a quella di Christina Moser dei Krisma) e racconta bene l’esperienza di una donna all’interno di un mondo, come quello della musica di quegli anni, essenzialmente dominato da uomini.
D: Questo tuo interesse per gli anni ‘80, ha qualche legame freudiano anche con la tua infanzia o ci sei arrivata in un altro modo?
L: Bè sì negli Ottanta ci sono nata, questo è l’unico punto di contatto. Ma quando sono nata io, nel 1987, quel fermento di cui si parla nel libro era quasi già bello che finito, o comunque si andava incontro a un’altra epoca. Mi fa sorridere quando la prima domanda che mi fanno è: «Come mai hai deciso di parlare degli anni 80 se sei “così giovane” e sei nata nel 1987?» Alla fine non considero il lavoro che ho fatto con i miei due libri molto diverso da quello di uno storico dell’arte che decida di parlare di, che so, Giotto. È una ricerca, punto. Nessuno si pone tante domande sul perché lo storico dell’arte abbia deciso di parlare di Giotto nonostante non sia vissuto nel Trecento!
D: Il libro è dedicato a Freak, sei stata tra le ultimissime persone a intervistarlo. Ti va di raccontarci qualche aneddoto di quando lo hai incontrato?
L: L’incontro con Freak lo ricordo davvero con affetto. A differenza degli altri, fino all’ultimo non sapevo se ce l’avrei fatta o meno a intervistarlo. Dopo esserci sentiti telefonicamente l’ho incontrato a Bologna durante un evento in onore di Francesca Alinovi, lui era lì per leggere dei testi. A fine serata mi sono presentata e ho cercato di fissare un appuntamento per il giorno successivo, ma lui continuava a scherzare facendo la parte di quello evasivo che non voleva darmi un orario preciso. Alla fine, vedendomi in apprensione, mi fa: «Facciamo domani verso le 19?» Io, per non rischiare, gli ho subito detto «Ok!», ma in realtà il giorno dopo avevo il treno per Milano in mattinata. Così ho dovuto cambiare il biglietto del treno, ma soprattutto sono stata tutto il giorno in giro per Bologna vagando letteralmente senza meta, in attesa che si facessero le 19. La ricordo come una situazione buffa, ma ne è valsa la pena. Il libro non sarebbe stato lo stesso senza di lui.
D: Senti, dimmi la verità. Non ti annoia ogni tanto parlare di musica? Voglio dire, nei panni di Livia l’esperta di musica di culto. Per esempio ora io sto ascoltando un semplicissimo Lucio Dalla. Avanti, sfogati: dicci che stai ascoltando un disco che ha venduto più di 1000 copie!
L: Mah, ti dirò, mi annoia di più sentire “Livia, l’esperta di musica anni 80”. È naturale che le persone tendano a identificare qualcuno con quello che fa e se ho curato due libri sullo stesso periodo, automaticamente divento “l’esperta” di quel periodo. Ti contattano dando per scontato che tu ascolti soltanto musica di quegli anni o, peggio ancora, che tu sia un fanatico del genere. Io sono esattamente l’opposto, sono una persona estremamente curiosa che ama ascoltare di tutto e sono tante e diverse le cose che apprezzo. Non mi pongo mai limiti in questo senso, mi può capitare di andare in fissa per un album di cantautorato italiano anni 70 che non conoscevo o per un pezzo sperimentale recente che ascolto per caso su un blog.
D: Di sicuro parlare troppo di musica ha avuto qualche ripercussione su di te: ora stai facendo parlare le canzoni! Raccontaci cos’è Talking Songs.
L: Sì, è l’ennesimo blog che metto su. Prima o poi i miei blog mi seppelliranno. Dunque Talking Songs nasce da un’idea molto semplice: quella di mettere in connessione fra loro le canzoni, senza che queste debbano per forza avere dei link in termini di stile o altro. Mi sono accorta che spesso mi capitava di leggere il titolo di una canzone o di ascoltare un pezzo e automaticamente mi venivano in mente altri brani che avevano un nome simile, o il cui titolo rimandava a uno stesso concetto. Da lì a farle dialogare fra loro in botta e risposta il salto è stato breve. Quindi su Talking Songs potete trovare Piero Ciampi che dice “Un giorno o l’altro ti lascerò” e Patty Pravo che commenta “Non andare via” o gli Smiths che chiedono “How Soon is Now” e i Throwing Muses che rispondono “Not Too Soon”. Bene, dopo questa direi che potete chiamare la neuro.
D: Ahah, ok. Ciao Livia, grazie!