Musica: I 50 anni di “Bitches Brew” secondo Shabaka Hutchings
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I 50 anni di “Bitches Brew” secondo Shabaka Hutchings

Il disco di Miles Davis compie mezzo secolo. Shabaka Hutchings, tra le figure più importanti della scena jazz inglese, ne parla su Tidal in questo pezzo.

Shabaka Hutchings è un sassofonista, clarinettista basso e compositore, tra le figure più importanti della scena di jazz e musica improvvisata emersa a Londra nell’ultima decade. Il suo ultimo album si intitola “We Are Sent Here By History”. Ne ha scritto il New Yorker: «Shabaka and the Ancestors… forniscono una voce all’urgenza del caos, chiedendo a ciascuno di noi di prendere le ceneri e costruire un futuro migliore a partire da esse.»

Ho ascoltato Bitches Brew per la prima volta verso la fine del liceo. Ero tornato a Londra (dove sono nato) dalle Barbados (dove ho passato la mia infanzia) a sedici anni e iniziai ogni settimana a prendere in prestito dei CD da una bliblioteca locale che aveva una vasta scelta. Bitches Brew era tra questi.

Una cosa di cui mi sono accorto, che accomuna i dischi che poi per me diventano dei classici, è che quando li ascolto per la prima volta non li capisco veramente. Successe anche con Bitches Brew. Ero abituato ad ascoltare musica ben confinata all’interno del proprio genere: jazz e rock erano idiomi separati. Da una parte ascoltavo Jimi Hendrix con la Band of Gypsys ed Electric Ladyland, dall’altra ero molto interessato a Joshua Redman e Joe Lovano, oltre che ad altri dischi di Miles come Milestones e Kind Of Blue. Ascoltando Bitches Brew invece non riuscivo a determinare con esattezza che cosa fosse.

Allo stesso tempo sentivo che aveva il potenziale per piacermi. C’era qualcosa che mi portava a riascoltarlo, e ogni volta scoprivo qualcosa di nuovo.

Alla fine a forza di ascoltare e pensare a Bitches Brew mi si materializzò questa grossa rivelazione: la natura comunitaria della sua musica. Non sono tanti individui che suonano parti scritte, la somma delle quali compone la visione musicale di una sola persona. È una miscela molto organica di persone che fanno cose diverse, esplorano diverse “aree” insieme come se si trattasse di una vera e propria società che si muove all’interno della materia musicale.

Questo tipo di visione mi ha influenzato in modo profondo. Ricordo di aver letto l’autobiografia di Miles Davis quando avevo all’incirca diciassette anni – la vinsi come premio al liceo. Nel libro paragona il suo ruolo di bandleader al piantare i semi di ciò che lui vuole veder raggiungere agli altri con il loro potenziale. Non è un dittatore, è un catalizzatore – cerca di portare le persone ad esprimersi, non ad eseguire la sua visione.

Quel tipo di libertà mentale non è una cosa da poco, anche nel mondo del jazz. Ho lavorato per anni come session-man e negli studi c’è molta pressione per fare le cose in modo giusto, eseguire la musica nella sua forma più perfetta. C’è una sorta di tensione che deriva dal cercare di realizzare la visione di qualcun altro una volta che è stata messa per iscritto; quel tipo di tensione può alienare un musicista dalla musica stessa e gettarlo in uno stato che, per mancanza di una parola migliore, si può definire di automazione. Ascoltando Bitches Brew non c’è traccia di quella tensione. Ognuno ha il suo spazio non solo per contribuire con le proprie idee, ma anche per prendersi tutto il tempo necessario a realizzarle.

Cerco di inseguire quel tipo di spirito nei miei gruppi: The Comet Is Coming, Sons Of Kemet e Shabaka and the Ancestors. Mentre lavoravo con gli Ancestors per realizzare il nostro nuovo album (We Are Sent Here By History) potevo suonare loro un semplice groove e poi dire «sapete cosa fare con questo». Per me significava «fate tutto ciò che crediate possa andare bene». Avevo fiducia nella musicalità di base di ciascun musicista per creare una struttura più ampia di quella che gli fornivo in partenza. Il mio lavoro è quello di provvedere la giusta quantità di materiale che sia intriso della mia visione, in modo da fornire a loro lo spazio per esprimersi e usare le loro intuizioni per renderlo più consistente.

Inoltre, quello che ascoltate come prodotto finito, le composizioni strutturate degli album – specialmente in We Are Sent Here By History – non è quello che accade in studio. Durante le registrazioni improvvisiamo a lungo, inframmezzando l’improvvisazione con le parti delle composizioni che ho scritto. In questa fase c’è molta più “direzione” da parte mia, non tanto sul contenuto musicale, ma più su chi voglio che sia enfatizzato in quel preciso momento, se lo voglio più intenso o meno. Se me la sto godendo, starò semplicemente lì ad ondeggiare con la testa. Si tratta di fornire una base da cui partire.

Questo approccio deriva direttamente da quello utilizzato da Miles Davis e il suo produttore, Teo Macero, per Bitches Brew. Facevano queste jam lunghissime e libere che poi successivamente manipolavano per farle entrare nei brani, modificando, combinando pezzi e cose del genere.

Un album è un artefatto rifinito, costruito. È qualcosa che si ottiene lavorando di sintesi sulla musica, modellandola in tracce più brevi, autosufficienti. Ma la performance che ha portato a quel risultato finale è molto più densa. L’abilità nel mettere in pratica questo procedimento, soprattutto in modo conscio, viene molto da Bitches Brew. Segue l’idea che la musica è un organismo vivente e che può essere catturata in quanto tale anche durante le registrazioni in studio.

Miles lavorava seguendo un’attitudine precisa: “le mie opinioni e le mie idee sono importanti perchè io sono un artista”. È una cosa che si capisce molto leggendo la sua autobiografia, ma quando sono diventato familiare con il concetto l’ho associato immediatamente anche a Bitches Brew: è un album che riflette profondamente quell’attitudine. Forse questo è l’insegnamento più importante che ci fornisce questo disco: non ha paura di esprimere le idee di cui è portatore ed decisamente sicuro che ciò che ha da dire è importante.

[Come riportato da Michael J. West]

 

Traduzione a cura di Giulio Pecci.

Questo pezzo è stato pubblicato la prima volta su Tidal. Ovviamente non abbiamo avuto il permesso per tradurlo quindi ehi, Jay-Z, non farci male. Ci sembrava una cosa importante da fare ma se la cosa ti crea problemi facci sapere. Ah, Shabaka Hutchings, non arrabbiarti, ti vogliamo bene <3

Shabaka Hutchings
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Shabaka Hutchings è un sassofonista, clarinettista basso e compositore, tra le figure più importanti della scena di jazz e musica improvvisata emersa a Londra nell’ultima decade.
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