Musica: I Cani
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I Cani

L’appuntamento è alle 6 e mezza a Piazza Vittorio. Al Playground di Piazza Vittorio. Abbiamo pensato a una partita di basket come pretesto per l’intervista.

L’appuntamento è alle 6 e mezza a Piazza Vittorio. Al Playground di Piazza Vittorio. Abbiamo pensato a una partita di basket come pretesto per l’intervista. Erano 7 anni che non toccavo la palla ruvida, così per l’occasione gonfio lo Spalding, rimedio un paio di Nike Dunk, una maglietta degli Indiana Pacers e poi dritto verso la destinazione. I Cani opta per un paio di Air Jordan e una maglia celeste stile american college. Da quando lo conosco non mi era mai capitato di vederlo in pantaloncini corti: gli conferiscono un fascino da cestista anni ’70 del New England. Sotto l’ombra dei platani e le grida dei filippini dell’altro campo (su cui grava il pesante stereotipo “che non la passano mai”), io e Larry Bird iniziamo a scaldarci e a chiacchierare del più e del meno. Si parla ovviamente del progetto “I Cani”. Molto poco di musica in realtà: piuttosto di tutto ciò che c’è intorno e dell’esperienza di ritrovarsi in così poco tempo sulla bocca di tutti: osannato o stroncato. Tra chiacchiere fluenti e penosi tiri da tre, arrivano un paio di amici e improvvisiamo un due contro due. Con I Cani siamo in coppia assieme. Facciamo appena in tempo a segnare il quinto canestro che i nostri polmoni da un pacchetto di Camel al giorno ci costringono ad interrompere l’aitante prova atletica. Per oggi con il basket abbiamo dato. Nasone, Gelato da Fassi, e, con i polmoni ancora aperti, ci accendiamo la Camel che scandisce l’inizio ufficiale dell’intervista. Ci tengo a precisare che non si tratta di un’intervista prettamente musicale, visto che per il sottoscritto il progetto I Cani, più che un progetto musicale, sono le confessioni di una mente lucida e acuta.

DUDE – Come hai iniziato a pensare al progetto I Cani? È nata da una necessità o da un gioco?

CANI – In realtà all’inizio è stato tutto il contrario di una necessità. Mi sono reso conto, a posteriori, che il momento in cui ho iniziato a scrivere canzoni è stato un momento in cui non avevo nessun bisogno di prendere la chitarra e scrivere canzoni, perché avevo già un progetto musicale che mi stava dando delle soddisfazioni. Proprio in quel momento sono riuscito ad avvicinarmi alla scrittura delle canzoni senza complessi, senza ansie, tirando fuori le cose che sentivo più personali, più mie. Sebbene in forma latente forse sì, è stata una necessità, però sicuramente non era una cosa cosciente quando ho iniziato a scrivere i brani.

D – Quale percorso musicale ti ha portato a I Cani?

C – Ho un fratello maggiore che ascoltava molta musica, lui ha 10 anni più di me, quindi è cresciuto negli anni ’90, passando dal grunge a tutto l’indie americano: dai Pavement ai Pixies, Dinosaur Jr., tutta la scena di Chicago, gli Slint, il post-rock da cui ho assorbito molto, i Sonic Youth forse sono il mio gruppo preferito, o almeno lo erano da pischello, quando suonavo il basso. Poi verso i ventun’anni ho iniziato a interessarmi all’elettronica, ed è l’elettronica che mi ha dato gli strumenti per poter fare questo disco. Ho cercato di creare una struttura da canzone rock, indie-rock, o come la vuoi chiamare… però con i suoni elettronici. Come se già questo in qualche modo mi costringesse a ragionare in modo diverso e desse al progetto una sorta di particolarità a priori. Insomma fare del Rock, senza strumenti rock.

D – Anche se apparentemente sembra una domanda che non c’entra nulla credo aiuti molto a capire un artista: se le cose andassero male con la musica, cosa vorresti fare?

C – Eh, bella domanda. Da una parte vorrei continuare gli studi, e siccome studio matematica vorrebbe dire prendere una specialistica, un dottorato e provare a fare la carriera accademica per quanto in Italia sia molto difficile. Sennò buttarmi sulla programmazione visto che comunque è da un sacco di anni che faccio il programmatore e in tempi abbastanza brevi potrei trovare lavoro.

D – Entrambi abbiamo condiviso l’esperienza “Post-punk” (traccia 7 de “Il sorprendente album d’esordio dei Cani”). In modalità e tempi differenti ci siamo imbattuti in questo particolare personaggio. Quanto c’è di reale nei tuoi testi?

C – Quello che dico è tutto molto vero. Diciamo che ho un tipo di sensibilità per cui mi piace molto aderire alla realtà. Sta di fatto che poi comunque la canzone è fiction.

Riguardo al personaggio di “Post punk” mi viene da dire che la canzone è contraddittoria perché il personaggio è contraddittorio. E mi piaceva questa contraddittorietà. La persona su cui è basata la canzone, è sicuramente più complessa di come la ritraggo e ha tanti altri tipi di contraddizioni di cui ho preferito non parlare nella canzone. Mi sembrava più originale, visto il panorama musicale italiano, fare una canzone che parlasse di soldi, piuttosto che di un altro tipo di problemi.

D – La scena indie italiana è impestata da eterni nostalgici. 30enni nostalgici, 25enni nostalgici. Addirittura 18enni nostalgici. Nostalgici di un tempo che non hanno mai vissuto o di un tempo che hanno vissuto e rimpiangono amaramente. Sta di fatto che sempre più spesso viene utilizzato un immaginario collettivo non corrispondente a quello contemporaneo, a volte rinnegato tout court. I Cani sono invece legati imprescindibilmente alla contemporaneità, anzi ne rappresentano a pieno lo zeitgeist. Perché sempre più gruppi indie utilizzano un immaginario collettivo che non gli appartiene?

C – Io la giudico una forma di insicurezza. Le persone che scrivono canzoni sanno che andando a toccare certi temi… “andando a toccare” è forse troppo nobile, diciamo “nominando” certe cose, rimandano immediatamente a un immaginario che nella coscienza collettiva ha un fascino: nel caso dei 35enni è il fascino della propria infanzia, nel caso dei ventenni è semplicemente il fascino del non vissuto e la versione un po’ mitizzata di tutta quella realtà.

Costruire un immaginario è una cosa difficile, perché devi dare fascino alle cose di cui parli cercando di raccontarle in modo che risultino interessanti. Se invece fai un riferimento agli anni ’80, a Pertini, alla casa delle vacanze a Capalbio, ti avvali del fatto che quell’immaginario esiste nella coscienza collettiva e in essa ha fascino. Quindi secondo me è una sorta di scorciatoia. Poi c’è chi lo fa più o meno sinceramente. In alcuni gruppi, per esempio gli Offlaga (Disco Pax), si nota un certo attaccamento a quell’epoca, un attaccamento autentico. Però, come ogni cosa, corre il rischio di diventare maniera e, secondo me, nei cantautori e autori di musica indie italiana che stanno arrivando adesso si avverte forte questo rischio.

D – Al contempo, il fatto che i tuoi testi siano così strettamente connessi alle mode e alla realtà di questi anni, non pensi possa risultare un limite de I Cani? Immagina per esempio di ascoltare il tuo disco tra 5 anni.

C – Io sinceramente penso che non sia un limite. Il punto è se tu usi le cose superficiali che dici per comunicare qualcosa di più profondo. Io cerco di avvalermi di alcune componenti “ritrattistiche” per arrivare ad una comprensione dell’elemento umano che c’è dietro al fare quelle cose, e non semplicemente limitarmi ad elencarne gli elementi esteriori. Prendiamo ad esempio la ragazza di Hipsteria 2009: io credo che in tutte le generazioni o almeno in quelle post-dopoguerra, ci sia stata quel tipo di dinamica: la ragazza che subisce pressioni sociali per essere considerata intelligente, interessante, con dei gusti fichi che però al tempo stesso sia bella e si vesta in modo fico. Dunque apparire. Solo che magari ha dei problemi con l’immagine di sé. Adesso avere problemi con l’immagine di sé vuol dire certe cose, vuol dire farsi le foto sfocate con la lomo, magari 20 anni fa voleva dire un’altra cosa, e magari tra vent’anni vorrà dire un’altra cosa ancora, il punto è che se riesci a parlare dell’umanità che c’è dietro le cose superficiali, e non fermarti ad elencarle, quello che hai fatto ha un valore che rimane.

D – Molte volte ho immaginato i Cani come gli 883. Loro come voi hanno rappresentato, partendo proprio dai tratti più prettamente “descrittivi”, una generazione. Un disco degli 883, nonostante tratti di temi anni ’90, non suona per nulla patetico.

C – Sì, sì, è vero. Negli 883, specialmente nei primi dischi, c’è un’onestà e un’autenticità di fondo innegabile e quindi ascoltandole oggi mantengono ancora quella sensazione di realismo. Le cose che invecchiano male sono le cose fatte solo di superficie, di pura esteriorità. Loro erano due pischelli che ci credevano, che raccontavano quelle cose, descrivevano a modo loro, con il linguaggio loro, la vita da vitellone della provincia del centro-nord anni ’90. Io descrivo la vita da pischello indie-hipster romano di fine anni 2000, mettendoci la stessa onestà e la stessa autenticità, e spero che tutto questo abbia un valore nel tempo.

D – In alcuni dei tuoi testi mostri una forte ossessione per i temi trattati, spesso legati a uno stile di vita diverso dal tuo, ma che in parte sembri invidiare. Come sono stati i tuoi 18 anni?

C – A diciott’anni io ero un borghese che veniva da una famiglia di sinistra, tra l’altro facevo gli scout cattolici quindi ero abbastanza inserito nella visione del mondo catto-comunista, era molto importante essere buoni, preoccuparsi degli altri. Chiaramente le persone di cui parlo nella canzone (n.d.r. “I pariolini di diciott’anni”) non percepivano neppure lontanamente questi valori e questi problemi. Forse scrivere quella canzone mi ha aiutato in qualche modo a dare un nome a questa cosa e una volta che gli dai un nome gli togli tutta quell’importanza che aveva prima. Tre o quattro anni fa pensavo a come sarebbe stata la mia vita se avessi avuto un’adolescenza diversa, diciamo meno da bravo ragazzo perché, tutto sommato, io ho avuto un’adolescenza da bravo ragazzo catto-comunista quindi ho anche provato una forma d’invidia per tutto quello che racconto nel brano. Poi secondo me l’invidia ti passa veramente, la esorcizzi quando sei abbastanza soddisfatto di dove sei arrivato e di come ci sei arrivato, e tutto sommato ti affezioni al tuo passato perché pensi: forse se non ce l’avessi avuto non sarei ora qui a fare queste cose, forse non esiterebbero I Cani, o comunque io non sarei lo stesso.

Se uno è soddisfatto di quello che è diventato, è difficile che abbia veramente dei rimpianti sul passato. E grazie a Dio, ultimamente, sono abbastanza soddisfatto di come sono.

D – La bellezza de I Cani è che, seppure i testi parlino delle contraddizioni e le ipocrisie della nostra generazione, non utilizzi mai toni pontificatori. Non ti metti mai in cattedra, anzi in qualche modo ti ci metti dentro anche tu. Il tutto utilizzando un tono molto descrittivo, quasi freddo. Quanto cinismo e fredda razionalità c’è nei tuoi testi?

C – No, cinismo assolutamente no. Utilizzerei termini differenti: disincanto, lucidità… Comunque il punto di fondo è che i testi non hanno un tono accusatorio, o pontificatorio, perché in fondo io penso che tutte le canzoni parlino prima di tutto di me. E credo che il mio modo per dire cose interessanti sia trovare verità scomode che mi riguardino. Perché sono l’unica persona con cui mi sento di poter essere veramente severo.

Il fatto di trovare in ogni canzone quel qualcosa che mette in imbarazzo prima di tutto me è fondamentale: analizzandosi con disincanto e osservando i propri comportamenti nel modo più oggettivo possibile, risulta abbastanza facile vedere anche quelli degli altri, perché a quel punto non li vedi più con odio o astio, ma come una forma di debolezza che tanto hai già riconosciuto in te stesso. Non c’è motivo di puntare il dito contro gli altri.

Il metronotte interrompe la nostra chiacchierata. Sono le 9 e mezza, il parco sta chiudendo, e l’aria inizia ad essere fresca per i nostri pantaloncini sportivi. Ascolta “il Sorprendente album d’esordio dei Cani”

Foto di Federico M. Tribbioli

Luigi Di Capua
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