Musica: Il capitalismo ha ucciso Gus per fare soldi con Lil Peep
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Il capitalismo ha ucciso Gus per fare soldi con Lil Peep

Un’analisi angosciata del documentario “Everybody’s Everything”.

Sono passati tre anni dalla morte di Lil Peep. Fino a pochi mesi fa non avevo mai ascoltato la sua musica. Poi una sera, poco dopo le iniziali riaperture seguite al lockdown della prima ondata Covid, un’amica mi ha proposto di guardare con Netflix Party il documentario Everybody’s Everything a lui dedicato e pubblicato nel secondo anniversario dalla sua scomparsa. Vedere scorrere sullo schermo le immagini della vita di Gus (diminutivo di Gustav, vero nome di Lil Peep) mi ha sconvolto. La notte seguente ho avuto enormi difficoltà a dormire. Nei giorni successivi invece, oltre ad ascoltare ossessivamente la musica di Lil Peep, non riuscivo a evitare di raccontare la sua storia a ogni persona che incontravo. Il pensiero che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato e inquietante in ciò che è accaduto a Gus ha continuato e continua tuttora a ronzarmi in testa. Questo tormentoso rimuginare mi ha recentemente spinto a rivedere il documentario e a scrivere quanto segue.

Everybody’s Everything consiste nell’assemblaggio di video che documentano le diverse fasi della vita di Gus, arricchiti da interviste alle persone che hanno fatto parte della sua esistenza: la famiglia, gli amici, gli artisti con cui ha collaborato, i produttori musicali e i manager. Nelle prossime righe il mio proposito sarà quello di ripercorrere la narrazione svolta nel documentario e, di volta in volta, analizzarne i risvolti (il più delle volte angoscianti) che ne emergono.

Durante l’infnzia Gus vive a Long Island con la sua famiglia: la madre, la maestra elementare Liza Womack, il padre, il professore universitario Karl Johan Âhr, e il fratello maggiore Karl “Oskar” Âhr. All’inizio del documentario l’immagine che emerge di Gus è quella di un bambino dolce, sempre sorridente, con una spiccata creatività e una grande sensibilità. A tredici anni però qualcosa cambia. Il motivo scatenante di questa cesura è individuato dal documentario nella separazione dei suoi genitori e nel conseguente inizio di un rapporto burrascoso con il padre (il quale non compare mai direttamente nelle interviste).

Gus odia il liceo, tanto che a un certo punto smette di frequentarlo e ottiene il diploma seguendo dei corsi online. Emma Harris, la sua fidanzata dell’epoca, afferma che in quegli anni il peso del giudizio altrui è percepito da Gus come un macigno sul suo petto. I genitori dei suoi amici impediscono ai propri figli di frequentarlo in quanto lo ritengono una cattiva compagnia. «Non sei un atleta, ti fai le canne, sei pieno di tatuaggi, non andrai all’università»: questi verdetti portarono Gus a sentirsi un fallito e a chiudersi nella solitudine della propria stanza evitando il più possibile di uscire ed esporsi allo sguardo altrui.

Non perderà mai il sostegno della madre Liza e del nonno paterno John Womack Jr (le cui commoventi lettere indirizzate a Gus vengono lette per tutto il corso del documentario), con il quale stringerà progressivamente un rapporto sempre più profondo. È in questa fase che muove i suoi primi passi con lo pseudonimo “Lil Peep”. Registra ogni notte nella propria stanza e pubblica su Soundcloud in modo del tutto indipendente. Emma sostiene che in quel periodo l’unico modo che aveva per farlo uscire di casa fosse quello di trovare delle “scuse” musicali: per esempio girare i suoi primi video amatoriali.

Non sapevo nulla della vita di Gus prima di iniziare Everybody’s Everything; arrivato a questo punto della narrazione sentivo di volergli già molto bene. Mi sono riconosciuto profondamente nel suo percorso di crescita. Come lui sono stato un bambino sorridente che ha iniziato a provare risentimento verso il mondo negli anni dell’adolescenza, durante i quali mi sono sentito incompreso e giudicato. Come lui ho trovato una via di uscita dal malessere nella musica. Tradurre in suoni ciò che sentivo per lungo tempo è stata una ragione di vita, forse l’unica. Al di là delle somiglianze biografiche che ho potuto riscontrare tra me e Gus sfido però chiunque guardi Everybody’s Everything a non empatizzare con il ragazzo che è stato. 

Il documentario prosegue: Lil Peep inizia a farsi notare con i suoi brani, conosce online molti artisti che vivono a Los Angeles dove decide quindi di trasferirsi. A L.A. viene contattato da JGRXXN il quale lo inserisce nel collettivo Schemaposse (in cui milita anche Ghostemane). Quest’ultimo nel documentario descrive il primo concerto del collettivo in cui Gus si è esibito, avvenuto il 13 febbraio 2016 a Tucson:

«era tutto un po’ surreale: eravamo un gruppo di persone che si era conosciuta su internet e ora ci ritrovavamo a fare un concerto insieme. Ricordo che c’erano 30 o 40 ragazzi. Il posto sembrava un ex laboratorio di metanfetamina in cui c’era stata un’esplosione che aveva distrutto tutto. Era una vera topaia (non c’era il palco), ma è stato fantastico. Quando Gus ha cantato Beamer boy, che era appena uscita all’epoca, tutti in quel posto la cantavano. È stato assurdo».

In primavera, dopo la conclusione del tour, gli Schemaposse si sciolgono. È in questo periodo che Lil Peep inizia il proprio sodalizio artistico con Lil Tracy, il quale lo introduce in un altro collettivo: i GothBoiClique (GBC).

Per Gus questi primi mesi a L.A. sono i più belli. Cambia abitazione continuamente, nei periodi in cui si trova senza casa vive da amici. Ai tempi dei GothBoiClique i dieci componenti del collettivo affittano un loft senza stanze, con un solo bagno. Vivono con i materassi buttati a terra e per pagare l’affitto smerciano carte di Magic e vendono le proprie tracce per pochi dollari.Si aiutano a vicenda in un clima di mutuo appoggio e sostengono reciproco; costituiscono un collettivo nel senso proprio del termine.
La prolificità artistica di Gus accelera: Lil Peep registra nel loft mentre tutti intorno a lui fanno festa. La sua popolarità online continua a crescere e lo fa molto più in fretta di quella dei suoi sodali. Sempre più persone si avvicinano a Lil Peep per la sua fama. Gus sembra solo relativamente interessato a questo aspetto: per lui sono i mesi belli, gli unici in cui si sente veramente riconosciuto. Gli unici in cui riesce a ritagliarsi una dimensione di gioia e condivisione delle proprie passioni con i suoi amici, in cui realizza una vita in comune che, seppur precaria e alle prese con i conti da fare a fine mese per pagare l’affitto, lo rende inequivocabilmente felice. A Gus non interessa la fama in sé; interessa invece poter condividere la propria musica con sempre più esseri umani. Questa sua spinta, inserita nel sistema produttivo in cui gli è capitato di vivere, gli sarà fatale.

È in questo contesto che nel documentario appaiono le figure di Sarah Sennett, CEO della First Access Entertainment, e di Chase Ortega, il quale diverrà il manager di Lil Peep per conto di Sennet. I due vogliono investire su di lui: pensano «possa sfondare» e che «diventerà una stella». Gus firma quindi un contratto per poter diffondere la propria musica e inizia il suo primo tour solista mondiale. Nonostante non abbia rilasciato alcuna pubblicazione ufficiale, registra un sold out dopo l’altro tra l’Europa e la Russia e viene accolto a ogni aeroporto da centinaia di fan: la tournée è un successo. Inizia la tensione tra il GBC e Ortega: l’interesse della First Access Entertainment è posto unicamente su Lil Peep e non sul suo collettivo. Gus cerca di coinvolgere il GothBoiClique nella sua attività artistica ma trova in Ortega un ostacolo. È qui che la narrazione del documentario si sposta sui problemi di droga di Lil Peep. Ortega si lamenta delle sue frequentazioni: «tutti regalano costantemente droghe di ogni tipo a Gus», ma allo stesso tempo contribuisce a creare la mitologia di un Lil Peep eccessivo, mettendo a punto la costruzione di quel personaggio necessario per massimizzare i profitti. A tal proposito Ortega afferma:

«credo che ci fossero due persone. C’era Gus e c’era Lil Peep. Da un lato voleva solo essere il ragazzo pulito che voleva rilassarsi e stare in compagnia. Una persona dolcissima, un fantastico essere umano. Poi c’era quest’altra persona, molto più appariscente, molto più incosciente. Era uno spericolato che doveva esagerare più di tutti gli altri. Se tutti sniffavano o prendevano roba, lui doveva prenderne di più. Lui ci andava pesante».

Che questa preoccupazione di Ortega e dei suoi superiori per l’abuso di sostanze di Gus sia una farsa, emerge chiaramente dal racconto che Josh Binder, avvocato della First Access Entertainment, fa dell’ultima tappa del tour a Los Angeles: 

«Sono arrivato al locale mezz’ora prima dello show e Chase mi è venuto incontro dicendo che stava pensando di cancellare il concerto perché Peep aveva esagerato con qualcosa. Io gli ho detto che non andava bene. All’improvviso tutti avevano lasciato il backstage e mancavano 5 minuti all’inizio del concerto. Io e Peep eravamo sulle scale, soli. Lui mi ha detto che non sapeva se ce l’avrebbe fatta. Poi un tipo ha aperto la porta dicendo che era tutto pronto per iniziare il concerto. Io ho guardato Peep, temevo che non sarebbe stato in grado di trovare il palco perché era disorientato. E invece, salito sul palco, è riuscito a rimanere in piedi. C’è stato un momento in cui si è dissociato dal concerto. Poi, all’improvviso, è tornato in sé. Si è rimesso in carreggiata. Ha mugugnato la prima canzone, la gente si è messa a cantare e in quel momento gli è scattato qualcosa e ha fatto un concerto eccezionale. Dopo lo spettacolo i discografici erano sbalorditi».

Tutto è bene quel che finisce bene quindi. Non importa che Gus abbia cantato con un secchio accanto a sé nel caso avesse dovuto vomitare. Non importa più niente. L’unica cosa che conta per i suoi manager è che la sua performance sia stata eccellente e che si sia mantenuto funzionale. Gus ha rispettato le attese e nonostante tutto «ce l’ha fatta». Il sogno di arrivare con la propria musica a sempre più persone si realizza per Gus al prezzo di un rapido logoramento psicofisico. Ma in fondo a chi importa? Anzi, l’abuso di droghe di Lil Peep contribuisce enormemente alla creazione del suo mito e quindi al moltiplicarsi dei guadagni che può generare.

Arrivati a questo punto del documentario, per spiegare le sofferenze di Gus vengono proposte agli spettatori solo due motivazioni: il trauma legato all’abbandono del padre e un rapporto malsano con le persone che lo circondano a L.A. Ortega afferma: «non diceva mai di no. Dire di no a qualcuno, per lui, era come ferirlo». Altri collaboratori di Lil Peep riportano che «spesso Gus piangeva nell’armadio, cercando di non far rumore, perché non aveva altro posto in casa sua in cui poter stare solo. Il suo letto era occupato da altri». La soluzione messa in opera da Sennett per “risolvere la situazione” consiste nel trasferire Gus da un giorno all’altro a Londra, nell’isolarlo e sancire definitivamente il suo distacco dal GBC. Sennett afferma:

«Gli ho detto chiaramente: “non sei un semplice rapper”. Lui era d’accordo. Ho detto: “sai che per raggiungere quello che potresti raggiungere dovrai allontanarti da certa gente? Lo sai?”. Lui ha detto che lo sapeva».

Questa è semplicemente la fine di tutto. Gus rimane solo con sé stesso e i suoi manager non hanno altra intenzione che spremerlo fino a quando non avrà generato tutto il denaro possibile.. Niente più condivisione. Niente più amicizia. Solo sfruttamento. Il documentario sembra farla fin troppo facile tornando così repentinamente sul tema del dolore provato da Gus per il suo rapporto con il padre. Certo, quel dolore esiste. Ma il montaggio di Everybody’s Everything porta a deduzioni tutt’altro che scontate sulle connessioni tra l’abuso di droghe di Gus e la sua sofferenza personale. Allo stesso modo sembrano essere per niente scontate le considerazioni sulle sue compagnie. Certo, ci saranno state persone che si avvicinavano a Gus solo per motivi di comodo. Perfetto. La soluzione quindi è sradicarlo dal suo contesto a L. A. per circondarlo a Londra esclusivamente di persone che hanno interessi economici sulla sua persona? Figurarsi! Come no! Hanno compiuto questa scelta per preservare la sua salute! Gus non è morto. È stato ucciso. Il futuro era già scritto e nessuno ha avuto alcun interesse nell’invertire una sorte troppo facilmente prevedibile. Spunta così un’altra stella maledetta nell’olimpo delle celebrità decedute la cui dannazione verrà celebrata in perpetuo; delle corrispondenti persone rimane solo qualche carcassa corrosa dai vermi. 

Lil Peep inizia così un secondo tour solista in giro per il mondo. Nella crew che lo accompagna non ha amici. In un’intervista dichiara che «l’ansia e la pressione peggiorano di giorno in giorno». Emma afferma che Gus le «diceva sempre che avrebbe voluto tornare a com’erano le cose prima, quando nessuno gli metteva pressione, quando poteva stare in camera sua a non fare niente tutto il giorno, ma ciò non era più possibile». Dopo due mesi snervanti e senza sosta, il 15 novembre Gus muore per un’overdose di Fentanyl a El Paso, in una delle date conclusive della tournée. L’autopsia constata che la sua morte è avvenuta più di 4 ore prima della chiamata dell’ambulanza. Sul bus la crew pensava che stesse dormendo, veniva filmato in storie Instagram come se niente fosse. JGRXXN si interroga sul suo decesso e afferma:

«c’è molto mistero dietro la morte di Lil Peep. Che cazzo stavano facendo? Non sto qui ad accusare nessuno. Io non c’ero, quindi non so niente. Vuoi metterci 30 minuti? Certo. Vuoi metterci un’ora? Va bene, un po’ strano forse. Ma 4 ore? Non saprei. Non so cosa sia successo esattamente, ma per me qualcosa non torna. La metà della gente che parlerà in questo documentario dice cazzate. Vuole farsi vedere. Niente di più. Devi essere consapevole di chi ti circonda, non tutti sono tuoi amici. Credo che lui stesse iniziando a svegliarsi, ma non c’è riuscito, perché non ne ha avuto la possibilità».

Ciò che Everybody’s Everything non racconta è che è in corso un processo giudiziario tra Liza e la First Access Entertainment in cui la madre di Gus accusa l’agenzia di management di aver contravvenuto al contratto stipulato, di non essersi minimamente presa cura di lui. Non racconta neanche del fatto che la Columbia Records abbia acquisito l’archivio della sua musica, che dalla sua morte fino a oggi la sua fama è enormemente cresciuta, che nel corso del tempo tutte le sue pubblicazioni indipendenti e brani inediti sono stati (o verranno in futuro) messi a valore con pubblicazioni ufficiali postume (a pochi giorni fa risale la più recente: il mixtape intitolato Hellboy, realizzato ai tempi dei GBC, è stato pubblicato su Spotify e corredato dal relativo video su Youtube). Lo stesso Everybody’s Everything in fondo non è che un tassello di un’ampia strategia celebrativa (di cui fa parte ad esempio il voler includere a tutti i costi, nel video di Crybaby, immagini prese dal concerto del giorno precedente alla sua morte) messa in piedi dall’industria discografica per massimizzare i guadagni sfruttando in ogni modo possibile l’immagine di Lil Peep.

Ora non posso che riflettere  sul circolo perverso che caratterizza il mio rapporto con la figura di Lil Peep. Vedo scorrere sullo schermo la storia di un essere umano che non conoscevo e a cui scopro di sentirmi affine. La narrazione a cui mi appassiono si conclude con la  perdita di Gus e un’immediata affezione per la sua persona e la sua musica. Non devo dimenticare che si tratta di un sentimento di affetto generato da un prodotto commerciale che imbelletta e rende caramelloso finanche quella che nel caso migliore è una gravissima omissione di soccorso e in quello peggiore un omicidio premeditato. Un documentario che tra le altre cose prima di rivelare questo evento scabroso non ha fatto altro che mettere insieme una teoria per deresponsabilizzare i suoi aguzzini.

Il mio stesso sentire è messo a valore in questa faccenda. Perchè il mio attaccamento a Gus, generato dalla visione di questo prodotto commerciale, produce altre visualizzazioni di materiale a lui legato, le quali a loro volta generano inevitabilmente nient’altro che denaro che finisce dritto nelle tasche di una major. Tutto questo impero di pubblicazioni che alimento a causa del mio sentire è stato eretto dopo la morte di Gus. Anzi, grazie alla sua morte.

Dai racconti dei suoi familiari e amici emerge il senso di ribrezzo di Gus per il sistema economico e sociale che regola le nostre vite. Emma sostiene che la reale motivazione che lo aveva spinto a riempirsi di tatuaggi sin dall’adolescenza fosse quella di trasformarsi in una persona anormale, per rendersi inabile ad avere un lavoro normale. Il suo è stato un percorso di autoemarginazione compiuto nella consapevolezza di essere un privilegiato. Nello spiegare le motivazioni del proprio tatuaggio facciale cry baby Gus afferma:

«Credo che il pianeta sia molto triste. C’è gente che lotta per sopravvivere, viviamo per loro. Per questo ho fatto quel tatuaggio, per ricordarmi di essere grato e di non essere un piagnucolone, così ci penso ogni volta che mi specchio».

Gus non aveva alcun desiderio di arricchirsi, utilizzava tutto il proprio denaro per le persone che aveva intorno. Liza racconta che Gus affermava di voler sradicare il capitalismo dall’industria musicale, di voler cambiare la struttura di potere che la controllava. Si lamentava in continuazione del fatto che i suoi manager prendessero le decisioni al suo posto. Gus però non ha potuto niente contro quel sistema. Il capitalismo è la principale causa del fatto che un ragazzo di soli 21 anni giace da qualche parte sottoterra. Ascoltando la sua struggente musica non possiamo far altro che arricchire quei soggetti che hanno spremuto ogni goccia di valore da Lil Peep fino a ucciderlo. Con ciò non intendo dire che la sua musica debba essere ignorata, tutt’altro. Bisogna però essere ben consapevoli che il sistema economico che ci circonda rende possibile, proprio grazie alla diffusione dell’opera di Gus e del messaggio che essa porta con sé, ovvero un forte atto di accusa verso la loro grettezza, l’accrescimento di capitale dei suoi stessi carnefici.

Lorenzo Marsili
Lorenzo Marsili
Classe ’95, vive a Roma e studia filosofia. Gli piace suonare, leggere e scrivere cose che causano patemi d’animo (prevalentemente a sé stesso, ma forse anche un po’ agli altri).
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