London Voices: Il nuovo suono di Londra
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Il nuovo suono di Londra

Ricordo che da preadolescente, quando cominciai a capire quanto la musica fosse la passione più bruciante e fondante che avevo, guardavo al passato colmo di un rammarico reale e fortissimo sapendo che non avrei mai vissuto quei tempi d’oro che mi emozionavano e regalavano ore di sogni ad occhi aperti. Una sensazione che non è […]

Ricordo che da preadolescente, quando cominciai a capire quanto la musica fosse la passione più bruciante e fondante che avevo, guardavo al passato colmo di un rammarico reale e fortissimo sapendo che non avrei mai vissuto quei tempi d’oro che mi emozionavano e regalavano ore di sogni ad occhi aperti. Una sensazione che non è stata esclusivamente mia, ma per la quale siamo passati un po’ tutti, alcuni forse non ne sono mai usciti.

Poi, crescendo e confrontandomi sempre di più con il presente, gli occhi mi si sono aperti quasi all’improvviso. Guardandomi intorno e osservando bene, ma soprattutto ascoltando bene, non rimanendo intrappolato in sentimenti nostalgici, facendo tesoro del passato ma cominciando letteralmente ad amare il presente, la prospettiva con cui guardavo il mondo musicale che mi circondava è radicalmente e definitivamente cambiata. Ho improvvisamente preso coscienza del fatto che mi stavo perdendo tutto ciò che accadeva intorno a me; soprattutto mi sono reso conto che stavano succedendo cose che mi riguardavano  più da vicino, cose eccitanti perché letteralmente in continua evoluzione, mentre io portavo avanti i miei progetti personali e la mia vita quotidiana.

 

 

Fra gli album che negli ultimi anni hanno fortemente contribuito a questa prodigiosa sensazione c’è stato sicuramente Black Focus di Yussef Kamaal, uscito nel 2016.

È stato forse questo il disco che ha cominciato ad aprire gli occhi al mondo sulla nuova ricchissima scena di Nu jazz della capitale inglese. Rilasciato sull’onda lunga di lavori a stelle e strisce, ormai definibili seminali (The Epic di Kamasi Washington, The Beyond / Where the Giants Roam di Thundercat, i dischi dei canadesi BadBadNotGood, ma anche To Pimp a Butterfly di Kendrick Lamar), Black Focus, il primo e unico disco del magico duo Kamaal Williams e Yussef Dayes, è sembrato per qualche tempo un meraviglioso unicum nel panorama musicale anglosassone.

 

 

In realtà sussulti di questo tipo erano arrivati anche molto prima, ma questo disco in particolare, forse perché oggettivamente bellissimo, forse perché uscito nel momento perfetto, ha riscosso un successo globale portando i suoi compositori e interpreti a girare il mondo in tour, prima di sciogliersi in modo imprevedibile poco più di un anno dopo la data di rilascio del lavoro.

 

Londra, il cuore

Che piaccia o no come ambiente, l’atmosfera di Londra è letteralmente elettrica e anche solo passeggiare a tempo perso per le sue strade fa venire voglia di mettersi a lavoro su qualcosa di creativo. La città si è presa il suo tempo per rispondere alle aspettative create da quel disco fantastico, in un processo di crescita graduale che tra l’anno passato e questi ultimi mesi, se non giorni, sta letteralmente esplodendo, rendendo difficile stare al passo con le uscite. Due sono gli organismi vivi e pulsanti che sembrano essere i maggiori responsabili di questo enorme Risorgimento jazz: la Brownswood Recordings, etichetta discografica fondata da Gilles Peterson, dj, conduttore radiofonico e collezionista di vinili, da sempre al centro della scena inglese e con un ruolo fondamentale per quanto riguarda l’importazione sul suolo britannico suoni e artisti innovativi e particolari; e il collettivo Jazz Re:Freshed, partito con l’organizzazione di eventi settimanali e allargatosi sempre più, fino a curare un vero e proprio festival, un’etichetta discografica in fase di fondazione, un film club, tutto con il dichiarato intento di assecondare l’eclettismo assoluto che il jazz sta dimostrando in questa fase della sua storia, diffondendo gli artisti e la scena londinese, per estensione inglese, in ogni ambito possibile.

 

 

Come per ogni movimento che si rispetti, qualche tempo fa, esattamente il 9 febbraio scorso, anche per il London Jazz è arrivato il suo manifesto. Proprio la Brownswood Recordings ha rilasciato We Out Here, una compilation di nove brani in cui compaiono i migliori giovani talenti della città. Da figure già abbastanza affermate, come Ezra Collective e Moses Boyd, a tutta una serie di nomi che, perlomeno qui da noi si sono sentiti poco, come Nubya Garcia, giovanissima sassofonista che il 9 maggio scorso ha debuttato con un gran disco, Nubya’s 5ive, o Shabaka Hutchings, sassofonista leader di diverse formazioni, tra cui l’incredibile Sons Of Kemet di cui giusto pochi giorni fa è uscito il nuovo album, Your Queen is a Reptile, una bellissima e riuscita fusione tra jazz moderno, afrobeat e suggestioni etniche, quasi voodoo.

 

 

We Out Here scorre via velocissimo, mettendo in mostra una serie di suoni che, seppur tutti diversi fra loro, condividono una matrice comune che non ci riusciamo bene a spiegare ma che risulta chiara anche al primo ascolto. Non è un caso, difatti, che mi sia spinto nel coniare, usandola in modo forse provocatorio o forse azzeccato, l’espressione London Jazz. Ricordo che da bambino, studiando Londra sul libro di geografia, mi rimase impressa l’espressione melting pot, usata a più riprese per descrivere la capitale. Mi impressionò molto perché mi affascinò enormemente il concetto alla base, che permetteva alla mia immaginazione fanciullesca di dipingere una città coloratissima e dai mille profumi e suoni, fatta di estreme diversità che convivevano serenamente fra loro; in fondo per London Jazz intendo forse proprio questo. Alla base della musica di ciascun artista della compilation c’è un qualcosa di unico, ma anche comune, di innovativo ma tradizionale, e un gusto tipicamente inglese sotto molto aspetti; un gusto che si trova soprattutto nei suoni che sembrano privilegiare quella profondità e quel colore che caratterizzano anche un artista come King Krule, che ha un approccio meno muscolare ed energico rispetto ai colleghi americani, più raffinato e introspettivo, più europeo (sorry Theresa May); anche la grande attenzione al comparto ritmico, spesso con una vena tribale e afrobeat (i Kokoroko sono l’espressione più palese di questa tendenza), o comunque raffinatissimo e ricercato, è un elemento comune a quasi tutti.

 

 

Due artisti, leggermente più isolati e in qualche modo più solitari (nonostante siano parte integrante della scena) rispetto a quelli fino a qui citati, sono Kamaal Williams e soprattutto Alfa Mist, che avremo la fortuna di poter ascoltare dal vivo al Monk sabato 14 aprile.

Il primo, dopo l’exploit avuto con l’album Black Focus, ha fatto un passo indietro, ricostruendo una nuova formazione dopo lo scioglimento di quella con Yussef Dayes, e fondando la propria etichetta musicale, la Black Focus Records, per la quale uscirà il primo disco esclusivamente a suo nome il 25 maggio prossimo. Il lavoro, The Return, si pone da subito come un altro manifesto della città inglese, per la stessa descrizione dell’artista che ha definito il nuovo LP come «il vero suono di Londra», e che, accanto ai nomi dei quattro musicisti coinvolti, ha inserito il quartiere di provenienza di ciascuno (per i più curiosi: Kamaal Williams, Peckham, sud; Mcknasty, Hackney, est; Pete Martin, Tottenham, nord; Richard Samuels, Ladbroke Grove, ovest).

 

 

Alfa Mist invece nasce come produttore di grime e, nel frattempo, si perfeziona sempre più al pianoforte, imparato a suonare da autodidatta. Nella sua musica convivono quindi, in modo creativo e originale, l’anima più hip-hop e quella più jazz e soul, oltre a una forte e concreta tendenza alla narrazione, evidente sia nel suo EP di debutto, Nocturne, sia nell’album che lo ha consacrato alla critica, Antiphon, del 2017. Sarà affascinante scoprire come le sue composizioni, così delicate ma anche intrise, quasi sature, di emozioni e suoni fra i più originali della scena, rendano in sede live.

Insomma tutti questi artisti sembrano unire a un discorso puramente musicale di primissimo livello un sostrato profondo a livello emotivo e, perché no, sociale e politico: qualcosa che forse al jazz (perlomeno nel continente europeo) mancava da troppo tempo. Il concetto di melting pot che mi faceva sognare da bambino si è sgretolato negli anni, e Londra oggi è una città in aperta rottura con il resto del paese, che ha votato per la Brexit, oltre a esser vittima di un’ondata di violenza urbana con pochi precedenti.

Sono loro, sono gli artisti che stanno emergendo in questi ultimissimi anni, mesi e giorni, che stanno ridando vita, e stanno realizzando in musica, quell’utopia, e lo stanno facendo con una forza tale da riuscire a valicare i confini strettamente musicali, coniugando passato e presente, tracciando la strada per il futuro così come questo genere ha sempre fatto, o come dovrebbe almeno aspirare a fare.

Lunga vita al jazz, lunga vita al London Jazz.

Giulio Pecci
Giulio Pecci
Classe ‘96, studia Lettere e Musica a La Sapienza di Roma. Scrive di musica e cultura, organizza concerti Jazz e cerca di trovare il tempo di suonare la chitarra. Alla costante ricerca del decimo a calcetto.
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