Michael Penn è tante cose. Figlio d’arte, compositore, idolo pop degli anni ’90 e fatalista. «L’industria musicale è fottuta», e forse è per questo che dal 1996 ha iniziato a scrivere musiche per il grande e piccolo schermo.
Un’esperienza che l’ha portato prima a lavorare con P.T. Anderson (Hard Eight e Boogie Night), e dopo a firmare le musiche di due show di successo come Master of Sex e Girls. Se il music business è finito, Michael ne ha comunque preso le distanze tempo fa, dopo l’enorme successo del suo disco d’esordio March e della sua hit No Myth, lo stesso pezzo che nel 1990 lo portò a vincere un Mtv Music Award come Best New Act.
Siamo riusciti a scambiare qualche domanda con Michael per parlare del suo passato da Mr. Romeo in Black Jeans, della sua nuova vita da compositore e sul futuro dell’industria musicale.
Devo iniziare questa intervista con una piccola confessione: prima di scoprirti in Girls non avevo idea di chi fossi. Ma in realtà questo è anche un ottimo spunto per la prima domanda, ossia se hai ricevuto maggiore visibilità lavorando a serie come Girls o Master of Sex.
Per quando riguarda la mia visibilità come cantante e compositore negli Usa, quella pubblica diciamo, devo dire di si. Il mio profilo, seppur per poco tempo, è stato molto più “alto”. Come compositore invece direi assolutamente di si, per lo meno per coloro che si interessano di colonne sonore per film e televisione.
Prima di lavorare per il piccolo schermo hai avuto modo di scrivere le colonne sonore per grandi registi come P.T. Anderson. Hai un approccio diverso quando scrivi per il cinema rispetto a quello che usi per la tv?
Non importa se si tratta di un film o di una serie tv, ogni situazione è differente. Possono esserci ogni volta problemi diversi, dai tempi di lavorazione al budget. Ma la cosa più importante è la storia, l’arco emotivo, e il ruolo che la musica può avere in tutto questo.
Dal punto di vista sentimentale c’è qualche differenza tra scrivere una canzone per te e per un committente esterno come Lena Dunham?
Mi sento così fortunato per avere avuto la possibilità di scrivere ben due brani di chiusura per Lena. Mi ha dato modo di proteggere i miei “muscoli da compositore” dall’atrofia totale. L’unica vera differenza però sta in ciò che scrivo specificatamente per lo show. Parlo di ispirazioni per la composizione, che in questo caso non provengono dalla mia vita, come accade per i miei dischi, ma piuttosto dal suo lavoro.
Quanto tempo trascorri su un singolo episodio o su un film?
Dipende dal tipo di progetto. Parlando in linea generale, i tempi per la televisione tendono ad essere molto più affrettati rispetto ai film. Ma anche qui ci sono tanti fattori diversi: la quantità di musica che dovrò registrare, o il tipo di arrangiamento richiesto. Per un film solitamente si hanno da uno a tre mesi di tempo, mentre per la TV ci possono essere tempistiche folli come tre giorni di tempo per uno show da un’ora.
Master of Sex è ambientato nel 1960, mentre Girls nel 2014. Quanto cambia il tuo modo di comporre in base al setting temporale?
L’ambientazione è sempre un fattore importante, sia per quello che mostra che per quello che evita di mostrare. Trovare la giusta combinazione compositiva è sempre il primo passo, così come avere la giusta strumentazione per creare atmosfera e contesto. Nel caso di Girls, ad esempio, volevo evitare che il tutto suonasse troppo attuale.
Sentivo il bisogno di creare qualcosa che potesse esistere anche al di fuori del 2010, soprattutto perché quella decade era stata abbondantemente rappresentata dai numerosi brani moderni inseriti; per questo motivo ho voluto creare qualcosa che fosse senza tempo. Lo show si confronta spesso con i cambiamenti dell’attuale cultura Americana, ma secondo me la vera forza di Girls è il modo in cui affronta i problemi legati alle relazioni e alla propria identità. E nonostante le protagoniste vivano in questo ambiente urbano fatto di privilegi e diritti ho voluto inquadrarle come parte di una moderna tribù, dando vita a un suono che avesse sia un’anima folk e primitiva, ma che non fosse attaccato a nessuna era specifica.
Con Master of Sex la sfida era differente. Non appena ho visto il pilot ho subito avuto chiaro come questo show sarebbe stato perfetto con un grande arrangiamento orchestrale. Purtroppo però i budget delle TV via cavo non ti permettono questo tipo di spese, e per questo ho dovuto pensare a un’altra soluzione. I due ostacoli da superare erano fondamentalmente due. Il primo era confrontarmi con la scienza di William Master, un uomo con un punto di vista molto distaccato, quasi un alieno che osserva e impara il comportamento dei terresti osservandoli da lontano.
Per questo mi sono voluto orientare verso la musica elettronica e i sintetizzatori, pur rimanendo fedele al periodo, arrivando a utilizzare il suono di un Novachord, un synth prodotto dalla Hammond per un breve periodo alla fine degli anni ’40. Fondamentalmente è stato sintetizzatore polifonico. Ho preso spunto anche dal lavoro del BBC Radiophonic Workshop che, tra gli anni ’50 e ’60, ha introdotto una serie di innovazioni nel modo di creare suoni. Un aspetto interessante è che questa roba della BBC ha avuto la stessa rilevanza di studiose come Virginia Johnson, Daphne Oram e Delia Derbyshire; tutte donne di grandissima importanza in un modo fatto di solo uomini.
Comunque, tralasciando il suono elettronico di quel periodo, la seconda sfida era quella di trovare qualcosa di sostitutivo al piano in grado di raccontare i picchi emotivi dello show. Questo mi ha portato a creare qualcosa che suona come della musica orchestrale proveniente da uno stereo degli anni ’60 collocato in una stanza distante; una soluzione che trovo perfetta per lo show.
In una tua intervista hai spiegato come Lena Dunham sia non solo la voce della sua generazione, ma anche della tua (Michael Penn è nato nel 1958 ndr). Recentemente però Kim Cattrall, una delle protagoniste di Sex and the City, ha voluto sottolineare l’enorme differenza tra i due show, dovuta principalmente ai tanti cambiamenti intercorsi tra le due generazioni in questione. Insomma, qual è la verità?
Penso che entrambi i punti di vista siano veri. Girls è totalmente differente da Sex and the City, ma questo perché viviamo in un’epoca diversa da quella. In realtà, guardando sotto la superficie, si scopre che i problemi di cui parla Girls sono abbastanza universali e condivisi, sia da me che da qualsiasi generazione americana successiva alla WWII.
Quest’anno il tuo primo disco, March, compie 25 anni, esattamente come il sottoscritto. Nonostante l’età trovo che un brano come No Myth, il tuo singolo di maggior successo, continui a essere davvero bello. Ecco, in questi anni quanto è cambiata l’industria musicale? Una volta l’hai definita “fottuta”; ne sei ancora convinto? E c’è un modo per salvarla?
Dobbiamo capire che l’industria musicale è divisa in due parti: il mondo che ruota intorno ai live e quello della musica registrata; ed è questo a essere spacciato. I dischi, presi come un singolo mercato, non sono più una via di guadagno praticabile. La musica registrata ha iniziato a subire le prime perdite con l’avvento delle nuove forma di distribuzione e con i cambiamenti sulle norme del copyright e, successivamente, con l’esclusione della manodopera dall’intera equazione. Nonostante Apple e iTunes abbiano provato a creare un modo equo per vendere la musica, la pirateria, nella quale includo anche YouTube, aveva cominciato a muoversi verso i servizi di streaming sancendo la fine dei giochi. Non so bene cosa ci sia da salvare, anche perché quel poco che è rimasto lo dobbiamo solo a quelle minoranze che ancora si interessano di cose come i vinili.
Un’ultima domanda: ci sono piani per un prossimo disco?
Succederà. Sono un’ottimista.
Immagine di copertina: Salon.