Intervista a Rhò
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Intervista a Rhò

Rhò suona domani sera (7 luglio) in un posto meraviglioso, il Complesso Monumentale di Santo Spirito, a Roma.

Rhò si esibisce dal vivo. Fa tutto da solo.
?Rhò sa bene che ci si deve tenere in forma per suonare come si deve. Fa molto esercizio fisico.
?Rhò suona domani sera (7 luglio) in un posto meraviglioso, il Complesso Monumentale di Santo Spirito, a Roma. Le statistiche dicono che solo il 4% della popolazione ne conosce l’esistenza. 
Rhò ha un sound nordico. E adesso fa uscire un disco.  ?Noi l’abbiamo scaricato illegalmente da un link che Rhò pensava di aver nascosto bene e l’abbiamo convinto che sia stato lui a darcelo. Poi siamo andati a fargli qualche domanda.
Kyrie Eleison è (sarà) il primo album di Rhò. Come molti dischi indipendenti non è il frutto di uno studio a tavolino o di un lavoro programmatico ma nasce da un’esperienza live. La maggior parte dei brani è un continuo work in progress, ne esistono più versioni e alcune se ne trovano anche in rete. Non so se te lo hanno detto. Quelle che ascoltiamo in Kyrie Eleison secondo te sono un punto d’arrivo? Oppure un altro passaggio?
Direi un punto d’arrivo ma, ovviamente, sta già avvenendo una trasformazione. Le versioni su Kyrie Eleison sono arrangiamenti di brani concepiti in precedenza e che con l’esperienza live hanno assunto una nuova forma, definitasi poi con la chiusura dell’album. Il disco rappresenta comunque una fase di passaggio perché sento che la maturazione della sonorità mi sta portando a voler reinterpretare i brani in altri modi. Non cambierò l’album ma nella prossima fase compositiva ci sarà sicuramente un’ ulteriore evoluzione.

Il disco è cantato interamente in inglese, in un momento in cui la maggior parte degli indipendenti abbandona la lingua inglese per abbracciare quella italiana, vedi Colapesce o Maria Antonietta. Secondo te perché è così? E come mai invece tu hai scelto di scrivere e cantare in inglese?
Probabilmente si è alla ricerca di un qualcosa, una nuova wave, che sia totalmente italiana. Il respiro generale che c’è attorno ai fenomeni di questo tipo è quello di un decennio che io vado a individuare tra gli anni settanta e ottanta, con uno stile cantautoriale di quel tipo che sta contagiando tanti di questi progetti, assolutamente degni di nota. Sicuramente, adottare la lingua italiana in un momento in cui il principale strumento di distribuzione sono i social network e le altre piattaforme online, risulta utile per poter raggiungere un maggior numero di persone. Nel mio caso rimane l’inglese per una questione di esperienza, per quanto breve. Fino ad ora mi è parso molto più facile lavorare scrivendo in inglese per via del sound che ho scelto e, anche se ho pensato di approcciare quello stesso sound con dei testi scritti in italiano, non mi sento ancora pronto per farlo. Quello che produco musicalmente funziona meglio in inglese perché l’inglese, proprio da un punto di vista fonetico, mi sembra che sposi meglio quelli che sono poi dei tessuti armonici più vicino a quelli nord europei, piuttosto che mediterranei. Magari con il tempo accadrà. È una cosa a cui ambisco, sicuramente. Vorrei poter scrivere in italiano conservando questo tipo di sonorità.
 
Nei testi delle canzoni si ripetono le parole “breath” e “whisper” e il penultimo brano dell’album, “Behind”, si chiude con il verso “drag out all your thoughts, ‘till your mouth, through your throat”. So per certo (me lo hai detto tu) che l’ultima aggiunta al disco sono stati gli strumenti a fiato. Respirare, sospirare, c’è un collegamento?
Assolutamente sì, così come la direzione più acustica che ha l’album rispetto a un pensiero pregresso molto più elettronico. Come dicevi prima, in rete si trovano versioni degli stessi brani molto più elettroniche. La virata acustica è giustificata dalla ricerca di qualcosa che rinviasse al materico, all’aria stessa. E mi rendo conto che è un processo, quello del consumo di aria e della produzione di suoni attraverso l’aria, che mi affascina molto. Lo studio che affronto personalmente sulla voce da una parte e la ricerca attuata tramite gli strumenti a fiato dall’altra hanno qualcosa in comune, il meccanismo di inglobare un elemento che appartiene alla natura e per poi ritirarlo fuori dandogli una personalità.
Quando suoni spesso la voce è lo strumento più presente, più reale. Immagino ti abbiano chiesto già quali sono state le influenze per il disco. Mi interesserebbe di più sapere a chi ti ispiri per quel tipo di modulazione vocale.
Come approccio, quello vocale ha molto di strumentale. È inutile negare che in questo campo altre voci hanno fatto delle cose straordinarie, a partire da Thom Yorke per arrivare ai Sigur Ròs. Io, se dovessi scegliere un riferimento di una voce, per modulazione e timbrica, direi Peter Gabriel. In questo ritorna il mio interesse per la capacità di usare l’aria e farla diventare suono, invece di cercare virtuosismi particolari con la voce. Nel caso di Peter Gabriel trovo una capacità fondamentale, che è quella di farmi avere la percezione di qualcosa che risuoni all’interno di un corpo, come fosse una cassa di risonanza. Proprio come quella di uno strumento a corda, oppure a fiato.

Una domanda che da un po’ faccio a tutti quelli che suonano musica elettronica, perché mi è capitato di vedere alcuni grandi artisti della musica elettronica dal vivo e di annoiarmi a morte. Anche se il tuo disco è più acustico nei tuoi live c’è ancora tanta elettronica. Di cosa ha bisogno un live di questo tipo per funzionare?
L’elettronica ha qualcosa di astratto, che negli altri generi musicali è normalmente concreto. Nel caso della musica elettronica non c’è un riferimento sensoriale, non riesci a collegare quello stimolo, che è il suono, ad un effettiva fonte che lo produca. Quello è il grande problema. Probabilmente anche la semplice commistione tra linguaggi, sonoro e visivo, può aiutare. Molti progetti elettronici infatti sono sostenuti poi da installazioni, da impianti scenici o di illuminotecnica che possano rendere quasi visibile quel contesto fisico che manca. È interessante sapere della tua noia, probabilmente è una questione soggettiva. Il più delle volte alcune atmosfere legate al mondo elettronico riescono ad essere più evocative rispetto a tutto il resto. In quel caso è ancora più facile raggiungere uno scenario visivo non esistente ma che appartiene alla tua individualità. Il concetto dell’evasione è più semplice da sviluppare se assisti a un concerto in cui le sonorità sono talmente significative da poterlo fare. C’è questo discorso, quello dell’immaginario, che secondo me è fondamentale. Se in assenza della fonte non riesci a sostituirla con un immaginario altro, a quel punto ti annoi.
Nei tuoi set, il lato performativo ha un importanza notevole. Sul palco, tra un live looping e l’altro hai pochissimo tempo. Quanto di quello che vediamo nasce da una preparazione prima del live e quanto è improvvisazione?
È tutto preparato. C’è un allenamento fisico non indifferente. È proprio un allenamento quello di esercitarmi nella successione dei brani che eseguo live. Proprio perché mi muovo tra diverse strumentazioni. Questo significa per me dover controllare anche quei frammenti di tempo tra uno strumento e l’altro e tra una registrazione e l’altra. Molte cose non sono sempre uguali, spesso c’è qualcosa che accade, di nuovo, che da quel momento in poi stravolge la base stabilita e certa del mio allenamento per portarmi, non ad improvvisare, ma a creare un sistema di suoni diverso. Nel mio set io so sempre cosa andrò a fare ma non posso prevedere quale sarà il risultato e questo mi piace. Il più delle volte è un continuo controllare quello che sto generando per poi portare il tutto verso quelle che sono le dimensioni sonore che mi appartengono e che coinvolgono il pubblico che mi sta ascoltando.

Adesso una bella domanda scomoda, penso di metterla in grassetto, di modo che salti subito all’occhio. Oltre ad essere Rhò, sei anche un personaggio pubblico, riconoscibilissimo tra l’altro. Sto ovviamente parlando del fenomeno di Turismo – ogni foto è un ricordo. Quando diventerai famoso come Rhò te lo chiederanno tutti e a quel punto toccherà a te spiegargli dove lo trovavi il tempo di suonare e fare tutte quelle foto. Quello che mi interessa sapere adesso invece è se questo in qualche modo influenza il tuo rapporto con il pubblico. Ti riconoscono durante i concerti? Ti fermano? E se sì, che ti dicono?
No, non mi riconoscono. Il discorso se vuoi possiamo farlo anche al contrario. Quando mi occupo di Turismo non coinvolgo il mio progetto musicale proprio perché le vedo come due realtà distanti. Semmai dovesse accadermi di essere riconosciuto sarei sicuramente felice però dentro di me, per quanto ci possa essere la stessa onestà nell’approcciare il mio progetto musicale e quello fotografico – che è totalmente ironico –  sento che delineino due lati della mia personalità molto diversi. Che non sono presenti allo stesso modo nell’uno e nell’altro progetto. Non so, è la prima volta che mi capita di dover rispondere ad una domanda del genere e quindi per me è strano strano. Il mio sforzo, fino a questo punto è stato quello di non mescolare le due cose. Molti mi hanno chiesto perché non sfruttassi la popolarità del progetto Turismo, che sicuramente rispetto a quello musicale ha una notorietà maggiore, per potenziare la risposta al mio progetto musicale. Questa è una cosa che mi vieto di fare, proprio perché alla base ci sono due concetti diversi. Le persone che seguono una delle due cose non è detto che possano appassionarsi all’altra.
Qual è la cosa che da quando hai iniziato a lavorare su Kyrie Eleison avresti sempre voluto che ti chiedessero ma nessuno ti ha ancora chiesto? Ovviamente manipolerò l’intervista e farò in modo che sembri una mia idea.
Qualcosa del tipo: «Hai veramente registrato tutto da solo, inciso tutto da solo, mixato tutto da solo e suonato tutti gli strumenti tu?».
Hai veramente registrato tutto da solo, inciso tutto da solo, mixato tutto da solo e suonato tutti gli strumenti tu?
Sì.

Marco Pisoni
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