Intervista ad Enrico Boccioletti
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Intervista ad Enrico Boccioletti

Già. Morire in un casinò (o dentro un programma di video editing) dev’essere speciale, ma preferirei altro. Pensare di morire in giugno mi mette una gran malinconia e la morte…

Visual and Musical Adventure. Così è stato definito il progetto di Enrico Boccioletti, Death In Plains. Non un’esperienza ma, tanto per cambiare, un’avventura. Come quelle dei videogames, cui fa eco il titolo del brano Donut Plais. Ma il paragone si ferma qui. L’avventura inizia quando un ventisettenne pesarese viene paragonato a gente del calibro di These New Puritans, Washed Out o Toro y Moi. O Lady Gaga. DUDE: La musica è piena di morti strane. Death in Vegas, Death in June, Death From Above. Com’è crepare nelle pianure? ENRICO BOCCIOLETTI: Già. Morire in un casinò (o dentro un programma di video editing) dev’essere speciale, ma preferirei altro. Pensare di morire in giugno mi mette una gran malinconia e la morte che incombe da sopra fa davvero paura. Molto meglio starsene belli larghi in pianura, dove c’è anche spazio per un bel disastro aereo! D: La mia citazione preferita su di te dice: «Tra Super Mario e Lady Gaga». Trovo un po’ azzardato il paragone con Koji Kondo (il compositore del tema di Super Mario, ndr.) anche se rende l’idea. Mi piace di più parlare di Lady Gaga. Cosa c’è di buono della musica pop oggi, per te? E di utile? EB: Effettivamente la mia musica con Super Mario centra poco o nulla, se non per il nome (Donut Plains), e il nome Lady Gaga dev’essere saltato fuori così principalmente per questa cover che avevo registrato come regalo di capodanno 2009. Nella musica mainstream di oggi ci sono un sacco di produzioni interessanti che vengono dall’underground, per esempio Adeptus che produce Kreayshawn o Clams Casino per Lil B o Soulja Boy, nomi che sorpassano il confine di rap o hip-hop per sfociare nel mainstream. Ci sono canzoni di Rihanna o Beyoncé che sono super, a mio parere. Tipo Halo è bellissima. E poi sono cresciuto con i Nirvana, e se non è underground che arriva al pop quello! E i Salem che remixano Britney? Non ci sono spartiacque, ci sono solo i limiti mentali della gente. D: Parliamo un po’ del tuo lavoro. Mi sono subito innamorato di Pirate Waterfalla. E di Whirlwind, anche. Ma soprattutto di Pirate Waterfalla: è bella, gratis, scaricabile in un sacco di formati e malinconica. La musica elettronica più interessante di questi ultimi anni -tranne quella da ballare chiaramente- è quasi sempre malinconica, non trovi? EB: Ti dico grazie allora! Si è malinconica, io sono malinconico, non me la passo affatto male ma sono fatto così. E in quello che faccio finisce principalmente quella parte di me. Non so dirti perché molta musica elettronica recente abbia questa deriva melanconica, forse è strettamente connesso col trovare piacevole il fatto di passare ore davanti a macchinari e software… ahah. Come potrei non rendere scaricabarile e gratis una canzone che inneggia alla pirateria? Sarei uno stronzo! (censura pure qui se vuoi). Sopra Enrico Boccioletti in Show’n’Tell. Lo Show’n’Tell è una bella via di mezzo tra una tavola rotonda e una chiacchierata tra amici che si mostrano a vicenda le loro cose preferite, e che meglio li rappresentano. L’obiettivo? Fare il punto della situazione sullo stato della creatività, oggi, in Italia. Segui le prossime uscite su VICE. D: Questa è una domanda d’obbligo. Io l’avevo scartata perché mi sembrava molto più interessante continuare a parlare di roba concreta ma la redazione mi ha imposto di fare anche un po’ di gossip. Da dove vieni e come sei arrivato a Death in Plains? EB: Vengo dal grunge e dall’indie USA. Ho suonato praticamente dieci anni con i Damien*, due cari amici con cui abbiamo girato tante volte l’Italia e un po’ l’Europa e poi sono arrivato a queste cose qua. Non ricordo bene come, ma come tutte le cose, a poco a poco. D: Ho ascoltato parecchio anche Believe Nothing, il tuo mixtape per Vice. A parte alcune cose che non conoscevo (grazie tante per I Will Fade Away di Koudlam) gli altri erano tutti brani che mi sarei potuto aspettare. Ma quel momento sospeso tra Eliot e Glenn Branca… hai in cantiere anche brani più sperimentali? EB: Brani più sperimentali forse. Non ascolto più molte canzoni, nel senso convenzionale del termine, e men che meno album. Anche le nuove cose che sto facendo ora sono meno canzoni e più sperimentali, volendo. Ma anche più dance. D: Una domanda che vorrei fare a tutti quelli che suonano musica elettronica oggi. Non ho mai visto un tuo live ma tutti ne dicono un gran bene. Mi è capitato di vedere alcuni grandi artisti della musica elettronica dal vivo e di annoiarmi a morte. Secondo te di cosa ha bisogno un live di questo tipo per funzionare? EB: Secondo è tutto un fatto di attitudine e di sintonia. E molto è dovuto anche alla situazione e dal posto in cui si suona, e anche dal tipo di pubblico, mi spiace. E poi magari c’è gente che dice peste e corna anche delle mie performance.

Marco Pisoni
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