Musica: Abbiamo intervistato gli After Crash: «about love and friendship»
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Abbiamo intervistato gli After Crash: «about love and friendship»

Il duo è giunto in questi primi giorni del 2016 all’esordio sulla lunga distanza con #Lostmemories, uscito per il Collettivo HMCF.

22 Gen
2016

Francesco Cassino e Nicola Nesi, bolognesi di stanza a Londra – dove si sono formati in composizione e musica applicata – sono gli After Crash. Il duo è giunto in questi primi giorni del 2016 all’esordio sulla lunga distanza con #Lostmemories, uscito per il Collettivo HMCF, altra realtà bolognese (e sulla cresta dell’onda in questi giorni per il progetto Boachella). Il disco, come suggerisce anche il comunicato stampa, è «about love and friendship», e le canzoni trasudano tutta la passione della vita, degli errori e del lavoro di musicisti, sintetizzate da un pezzo-inno come We Leave che riecheggia le atmosfere di M83 pur non suonando affatto derivativi.

Abbiamo intervistato il duo in occasione dell’uscita del nuovo disco, e abbiamo parlato del rapporto con la loro città e con Londra, del panorama musicale italiano e, ovviamente, del nuovo disco.

Prima di parlare del vostro disco e della vostra storia, mi piacerebbe per un momento spostare l’attenzione sul collettivo HMCF, quella che dovrebbe essere la vostra casa, dove probabilmente avrete trovato quel «love and friendship» che vi è servita per realizzare il vostro disco. Non è strano che con la loro attenzione ai nuovi suoni italici, in particolare verso hip hop, folktronica e sperimentazione, abbiano intercettato la vostra musica. Come è lavorare in una realtà simile, che non si riduce (immagino) alla consegna di un disco, ma anzi ad un cammino fianco a fianco?

Con i ragazzi del collettivo HMCF ci conosciamo ormai già da un paio d’anni e da sempre hanno espresso una stima artistica nei nostri confronti e l’intento di collaborare con noi per un’uscita ufficiale.

Il momento di svolta c’è stato l’estate scorsa quando tornato in Italia ho avuto l’opportunità di conoscerli in maniera più profonda e da lì è nata una sincera e diretta amicizia. Ricordo che in quel periodo io e Francesco eravamo molto stressati fra il mix del disco e la ricerca di un etichetta che ci potesse stampare il cd e il vinile. A quel punto Teo e Lorenzo del Collettivo ci hanno fatto una proposta che ci è sembrata allettante ma soprattutto che è arrivata nel momento giusto. Quindi abbiamo accettato.

Il fattore positivo di questa vicenda è che questa piccola etichetta bolognese ha sempre e fortemente creduto in questo disco, dal primo giorno fino ad adesso.

Com’è la situazione a Bologna? La mia impressione è che anche la scena locale, seppur più movimentata e frizzante di altre, abbia un poco perso il suo smalto, cioè che quella spropositata offerta di qualche anno fa si sia poco a poco ridotta. Però si tratta sempre di Bologna e del suo fascino che è anche, e soprattutto, musicale. Qual è il vostro rapporto con la città, con i suoi spazi e i suoi locali e, perché no, con gli altri gruppi della zona?

Abbiamo entrambi un buonissimo rapporto con la città di Bologna e da bolognese non mi posso lamentare sulle organizzazioni di eventi e concerti. Ad esempio quest’anno le programmazioni del Locomotiv e del Freak Out credo siano molto valide e con tantissima offerta.

Bologna ha una sua storia musicale diversa da altre città, ci sono artisti indipendenti con grandissime doti e altri giovanissimi che stanno emergendo.

Tempo fa recensii il vostro ep Scenes from an ideal marriage e già allora fui colpito da una intensità che strabordava dai 10 minuti delle due tracce. In particolare MAMbo mi sembrava una traccia che non provenisse da un’esperienza italiana, vuoi per la vicinanza con i suoni più attuali del periodo nella musica elettronica, vuoi per una pulizia del suono davvero chirurgica. Se non sbaglio in quel tempo vivevate divisi tra Londra e Bologna: ha significato qualcosa questo dal punto di vista di ascolti, atmosfere e ispirazioni?

Viviamo tuttora divisi fra Londra e Bologna. Io infatti sono ancora di base lì, Nico invece ha fatto ritorno da qualche mese. Londra per entrambi ha sempre rappresentato una realtà estremamente fertile ed in movimento per ciò che ha riguardato la nostra crescita artistica. È un ambiente dove è facile soddisfare la propria sete di nuovi stimoli artistici e l’esposizione, anche se indiretta o involontaria a nuove realtà, è costante (motivo principale per il quale ho scelto di rimanere lì). La musica glitch e IDM sono da sempre nostre grandi passioni, e secondo noi l’EP Scenes From an Ideal Marriage è la summa (anche se breve in minutaggio) di un certo tipo di gusti e di scelte di produzione che ci accompagnano da sempre, ma che hanno visto la loro piena maturazione proprio in quella release.

L’altra traccia di Scenes from an ideal marriage, bopoRΔ, mi pare invece come un preludio a questo nuovo disco. Lì l’ipnosi strumentale della prima parte era più marcatamente “pop”, anche nel prezioso gioco vocale che la accompagnava, e l’esplosione quasi shoegaze della seconda parte dava adito ad un grosso spazio di sperimentazioni su questo particolare tipo di forma. E infatti We leave, prima traccia di questo nuovo #Lostmemories, pare procedere proprio seguendo questo binario interrotto. Quanta continuità esiste tra le prime produzioni e questo prima prova “lunga”?

In tutta sincerità questa cosa che tu giustamente ci fai notare, non era voluta. O perlomeno non in maniera studiata, tant’è vero che l’ordine dei pezzi è una delle ultimissime cose che facciamo, quindi non abbiamo scritto We Leave con in testa l’idea che dovesse essere una continuazione sonora, anche se solo su di un piano concettuale, di bopoRA. Anche se a dire il vero forse in maniera indiretta, subconscia, ora che ci penso, un filo logico conduttore ha senso nell’essere anche solo messo in evidenza. Diciamo che la sostanziale sterzata che il nostro suono ha subito da quella a questa release, è il fatto di aver introdotto nel processo di arrangiamento anche l’elemento batteria e/o percussioni, che giocano un ruolo centrale in tutto il nuovo disco. Detto questo, anche se forse è difficile da verificare, il nostro metodo di scrittura, di song-writing, è da sempre rimasto invariato. Ci sono alcune costanti fisse che sono nostri trade-mark stilistici e compositivi, che non solo sono rimasti gli stessi fin dall’inizio, ma anzi più andiamo avanti e più riusciamo a sviluppare e piegare a nostra volontà.

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Nel vostro comunicato stampa scrivete di essere stati folgorati da Ok Computer dei Radiohead, che ha segnato il vostro modo di fare musica. In realtà, per il sapiente utilizzo dell’elettronica, delle sue melodie e delle sue contorsioni, la vostra musica mi ricorda più le esperienze elettroniche dei Radiohead, in particolare In Rainbows, soprattutto per alcune delle strutture ritmiche. Tutto questo per sapere un pettegolezzo: quali sono gli ascolti degli After Crash?

OK Computer per noi ha un significato speciale non solo da un punto di vista musicale, ma perché ha anche sancito in maniera simbolica l’ inizio della nostra amicizia. Quello fu il primo di una lunghissima serie di dischi che ci siamo ritrovati a condividere a vicenda nel corso degli anni. Questo però non implica necessariamente che a livello stilistico o musicale è quello che cerchiamo di riprodurre. Anzi, essendo un disco di oramai vent’anni fa, sarebbe preoccupante! È stato semplicemente una grande epifania e l’inizio di un nuovo tipo di ascolti. Sempre in capitolo Radiohead (nostro gruppo preferito in assoluto), il disco che forse mi ha fulminato di più è stato Kid A. Per quanto riguarda gli ascolti in generale io e Nico siamo sempre stati molto voraci e apertissimi ad ogni tipo di stimolo diverso. Ci sono quei nomi irrinunciabili dell’elettronica (James Blake, Jon Hopkins, Bjork, Matthew Herbert, BoC, Aphex Twin, Flying Lotus) ma proveniamo entrambi da background diversi di musica più acustica/suonata. Siamo entrambi grandi fan della musica nera: io amo il Jazz e l’R&B (Miles Davis, Coltrane, D’Angelo) e Nico è grande appassionato di hip hop vecchia scuola. Oltre a questo la musica da film è una grande nostra passione (Badalamenti, Cliff Martinez e in cima a tutti Ennio Morricone).

Avete lavorato a colonne sonore e sonorizzazioni ambientali e questo si respira nella vostra musica. Ci sono alcune tracce in particolare (una su tutte Delplace), dove sembra di ascoltare una composizione che chiede solo un’immagine a cui dare una voce. In un lavoro artistico come il vostro, e anche da un punto di vista concettuale, che ruolo riveste la parte visuale?

Avendo fatto un percorso di studi principalmente incentrato su quello, per noi la composizione per immagini è una componente estremamente importante nel processo creativo. Penso questo si possa avvertire ascoltando quello che scriviamo e produciamo (come ci fai notare nella domanda) anche se spesso e volentieri non è un obbiettivo che ci prefiggiamo ad inizio lavoro. Penso invece, che sia una cosa così insita nel nostro modo di far musica, che riesce a venire fuori in quello che facciamo, anche se in maniera subconscia. Capita anche molto spesso (almeno per quanto mi riguarda) di pensare ad un colore particolare mentre lavoro ad un pezzo, e tutto il processo creativo, le scelte tecniche e stilistiche del caso, sono dettate da questa tonalità che ho davanti agli occhi della mente e che mi “guidano” attraverso questo percorso creativo.

Da molto tempo suonate insieme e vi sarete senza dubbio fatti un’idea della situazione della musica elettronica italiana. Sia da un punto di vista di rapporto con il pubblico che da un punto di vista di sviluppo, qual è stato secondo voi il suo cammino negli ultimi anni? E proprio per il vostro essere con un piede in Italia e con un altro fuori, quale il rapporto con quello che succede fuori dai confini?

Ho vissuto quasi sette anni in Inghilterra ma ho sempre seguito da lontano lo sviluppo della scena italiana. Credo che negli ultimi anni (in ritardo rispetto alla Gran Bretagna e ad altri paesi europei) ci sia stato un boom della musica elettronica, della club music e dell’autoproduzione.

Ci sono molti artisti italiani che sono usciti dall’Italia per suonare a festival europei di spessore. Questo è un bellissimo segnale per il futuro.

La vostra musica in una traccia, vostra o di altri: quale potrebbe essere?

Ci ho pensato venti minuti ma ti confesso che non riesco a rispondere a tale domanda. Ti posso lasciare i codici fiscali o la tessera Coop di entrambi?  

Matteo Moca
Matteo Moca
Nato nel 1990, vive a Pistoia e studia a Bologna. Studioso di Letterature comparate, fondatore di una rivista cartacea mensile di musica, cinema e letteratura dal nome Feedback Magazine, morta postuma 2013. Collabora a diverse redazioni online (tra cui 404filenotfound, Sonofmarketing, Tellusfolio). Lacanian and Proust addicted.
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