Matéo Montero ex parigino e romano d’adozione, lavora con Marco (aka Marcolino) da Ultrasuoni a Monti, più che un negozio di dischi un autentico centro di gravità permanente della scena techno capitolina; Pierfrancesco Tudini lavora come «drugo presso Knick Knack Yoda» (così c’è scritto sul suo profilo facebook), una paninoteca all’ombra del Cupolone. Siccome non si vive di solo pane K.K.Y. diventa una label techno: la prima uscita, Souterraine, firmata ?????? ????????? ??????? è reperibile da Ultrasuoni, edizione limitata a cento copie. Ci siamo incontrati da qualche parte in centro e mi hanno spiegato il come, il dove, il quando, ma soprattutto chi sono questi russi dal nome impossibile.
Da dove partire per spiegare la nascita piuttosto originale di questa label. Come vi siete conosciuti?
P.T. Eh, quest’intervista potrebbe diventare una favola, dovrei raccontare cominciando proprio da «C’era una volta…» (ride n.d.r.) M.M. Nonostante vivessimo entrambi a Roma, ci siamo conosciuti a Berlino, tre anni fa: siamo stati buttati fuori dallo stesso locale, un posto lungo la Sprea, senza fare nomi. È stato un bel modo di iniziare un’amicizia, meglio non si poteva.
E poi?
M.M. La label è nata a dicembre, alla fine di una festa al Forte Prenestino, verso le cinque di mattina. P.T. Eravamo noi tre (con noi c’è anche Federica, la ragazza di Pierfrancesco, la sua voce è presente nella traccia A2 dell’ep, n.d.r.) ci siamo fermati vicino a un generatore di corrente perché Federica aveva freddo, grazie a lei abbiamo fatto una scoperta: era veramente grande e bello. Secondo noi meritava una visita più approfondita, un’escursione diciamo. Siamo entrati subito in sinergia con ciò che stava facendo; il generatore dico. M.M. Faceva un suono bellissimo e abbiamo deciso di registrarlo; abbiamo usato l’IPhone perché avevamo solo quello, eppure sembrava qualcosa creato da un professionista: era perfetto così com’era, dovevamo assolutamente produrlo e farlo ascoltare. Ora quel suono è diventato la traccia A2 del disco: un field recording che documenta il momento esatto in cui la label è nata. In studio con Luciano (Lamanna, già membro dei Der Noir, personaggio molto attivo nella scena musicale underground romana, dalla techno alla wave, proprietario dello studio Audio Division n.d.r.) abbiamo lavorato solo sulle nostre voci presenti, per renderle irriconoscibili. P.T. In quella traccia puoi sentire anche l’odore di quel generatore, è un profumo che ci ha totalmente risucchiati.
Per quanto riguarda invece la prima traccia, Souterraine?
M.M. Siamo io e Luciano, ci ritroviamo spesso in studio, facciamo ambient, techno, electro; è uscita un traccia che giudicavamo molto valida, ma non era per Knick Knack Yoda, che non esisteva neppure, non avevamo neanche un nome per definire il progetto e firmarlo.
Quindi questo nome in russo com’è saltato fuori?
M.M. La mia amica Costanza mi raccontò di questo evento tragico accaduto a un gruppo di escursionisti russi nel 1959 mentre attraversavano gli Urali, sul monte Cholat Sjachi, che vuol dire proprio montagna dei morti e infatti non ci furono sopravvissuti; le circostanze sono sempre rimaste misteriose, pare sia una specie di Triangolo delle Bermuda russo. Oggi quel passo si chiama Passo Djatlov, dal nome del capo della spedizione. È una storia che avevo sempre in testa, mi ero giurato di lavorarci, magari scrivendo o facendo musica appunto, così quando è nata la label mi è venuto spontaneo ripescarla.
Pierfrancesco, ma tu come ci sei finito dentro un’etichetta techno, avendo una paninoteca?
P.T. La mia famiglia lavora nella ristorazione dagli anni Quaranta, io ho semplicemente portato il vinile e la techno nel mio locale. Da quando ci conosciamo, Matéo è diventato il mio mentore: sa quello che mi piace e quello che mi piacerebbe ascoltare, mi prepara i dischi per quando passo al negozio e io so cosa vuole mangiare quando viene da me. Questa simbiosi perfertta che lega Ultrasuoni e Knick Knack Yoda si chiama TechnoKitchen: un appuntamento più o meno fisso per celebrare l’unione di suoni e persone, e autofinanziare così l’etichetta. M.M. Fare tutto da soli è un lavoro duro, una bella sudata quotidiana, quindi ognuno ci mette il suo: Pier ci mette il locale e investe, io lavorando in un negozio di dischi posso occuparmi della distribuzione e della comunicazione, lo so fare bene perché lo faccio tutti i giorni; Luciano ci mette lo studio e la sua esperienza. È un network. Ora ne fanno parte anche i 665, che organizzano eventi tra i più interessanti al momento (il prossimo sarà Vatican Shadow live al Teatro Lo Spazio il prossimo 30 maggio n.d.r.) nei quali spesso invitano me o Luciano a suonare. P.T. Questo infatti non è l’assetto definitivo della K.K.Y., ognuno svolge il proprio ruolo al massimo nel campo che gli è più congeniale, ma non sappiamo chi incontreremo in grado di darci chissà cosa. La casualità è la nostra grande alleata, il caos è il nostro concept.
Cioè?
P.T. Cerchiamo di catturare, interpretare e declinare in musica il suono che viene dalla città, perché c’è sempre qualcosa che crea delle suggestioni per poi produrre una traccia. Noi vogliamo andare alla fonte di queste suggestioni, recentemente siamo stati a Parigi e tante volte avremmo voluto registrare rumori, suoni, pazzi che blaterano in metropolitana; ci siamo mangiati le mani ripensandoci. M.M. Sono un grande appassionato di musica ambient e derivati, come appunto il field recording, che vorremmo fosse presente su tutte le uscite future; credo sia il modo migliore per esprimere il caos e il malessere dei nostri giorni e di tutto quello che sta andando a puttane in questo periodo qui e in Europa. P.T. E poi techno non vuol dire solo cassa in 4/4, è un’approccio, un’attitudine con cui guardare al contemporaneo; una cosa che ci piace molto fare ad esempio, è lasciare Roma per visitare e scoprire posti nuovi, magari abbandonati, recuperando il vecchio spirito nomade della cultura raver.
In tutto questo caos quindi quale sarà il prossimo passo della label?
M.M. Per ora non abbiamo pensato a ingaggiare nomi già affermati, anche se potrebbe aiutarci per far girare il nome. Pensa se riuscissimo a fare qualcosa proprio con Vatican Shadow, noi che abbiamo “la base” in piazza Risorgimento, all’ombra del Vaticano! Abbiamo ricevuto del materiale per mail, ma non tutto ci interessa perchè su una cosa siamo assolutamente rigidi e non accettiamo compromessi: il suono deve essere analogico e non qualcosa di plastificato confezionato al computer. P.T. Assolutamente. Questo progetto è un sogno realizzato quasi per gioco, però oggi questo disco lo puoi toccare e lo puoi ascoltare, anche se non me ne frega un cazzo se e quanti lo comprano. È il frutto di una nostra impellenza creativa, qualcosa che abbiamo fatto e pensato noi. Per noi è importantissimo che tutto quindi sia reale, suonato con hardware, perché l’hardware è la realtà, non si può vedere la gente che suona col laptop, non mi invoglia a ballare, ma poi computer e Traktor mica te li regalano quindi perché comprare piatti e dischi? Non capisco, comunque a me il digitale non piace, anzi mi fa schifo. Se hai una passione ti ci devi sacrificare, il digitale è solo una scorciatoia che non ti dà nessun merito o competenza. M.M. Hai tutto dentro un software, ma alla fine non hai niente. Si suona col vinile e si produce con le macchine, queste sono le regole della techno. L’ascesa del digitale ha rovinato la scena sia techno che elettronica in generale; gli anni Duemila hanno prodotto quasi solo merda, nel migliore dei casi deep house tutta uguale. Senza considerare che chi suona in digitale spesso non è estraneo alla pirateria. L’uso dei computer dovrebbe essere limitato alla scienza o alla ricerca medica. Da qualche anno per fortuna sembra ci sia un ritorno alle origini.
Infine domanda un po’ retorica, ma sempre calzante: un giudizio sulla scena techno romana?
P.T. Ci sono sicuramente persone valide e professionali: la crew di Minimal Rome, poi… M.M. Il mastering dell’ep infatti è stato fatto da Andrea Merlini di Minimal Rome, ma da nominare anche la redazione di Electronique.it, poi Donato Dozzy, Giorgio Gigli, ma anche altri, tutte persone che ci stanno sostenendo e ci hanno dato feedback positivo. Il fatto è che io e Pier preferiamo spostarci, magari andiamo a Berlino, Parigi, anche a Torino dove c’è molto fermento. P.T. A Parigi, l’ultima volta Matéo suonava con Morphosis in un club di Pigalle, gli abbiamo regalato Souterraine, l’ha suonato subito. Stupendo!
Avrei detto più Milano che Torino…
P.T. Non lo so, a Milano ci sono passato un paio di volte per andare a vedere l’A.S. Roma in trasferta!
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