Jamie xx: educazione clubbing tra citazioni ed emotività
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Jamie xx: educazione clubbing tra citazioni ed emotività

Jamie non è solo il batterista del trio The XX ma anche il demiurgo di tutte le sezioni ritmiche e dell’anima groove dei due album del gruppo. Negli ultimi anni si è però progressivamente emancipato dalla band, avviando una serie di collaborazioni e remix che ne hanno ampliato il respiro e le ambizioni artistiche.

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Nel 1999 il videoartist inglese Mark Leckey ha realizzato un video collage di scene tratte da documentari per la tv sulle controculture musicali inglesi strettamente legate al ballo. Il risultato è Fiorucci Made Me Hardcore: 15 minuti di found footage che partono dalla disco music di metà anni ’70, passando per la Northen Soul di fine ‘70 e inizio ‘80 e arrivano all’acid culture degli anni ’90.

Sedici anni dopo, qualcuno intraprende, forse inconsapevolmente, lo stesso processo di recupero e narrazione di queste radici della controcultura britannica. Questa volta, a raccontarci gli ingredienti della dance culture inglese è direttamente la musica. A comporla, un produttore che all’epoca del video di Leckey aveva circa undici anni: Jamie Smith.

Jamie non è solo il batterista del trio The XX ma anche il demiurgo di tutte le sezioni ritmiche e dell’anima groove dei due album del gruppo. Negli ultimi anni si è però progressivamente emancipato dalla band, avviando una serie di collaborazioni e remix che ne hanno ampliato il respiro e le ambizioni artistiche.

Dai brani di Florence & The Machine e Glasser a quelli degli esponenti della musica mainstream come Drake, Lana Del Ray e Adele, passando per l’ultimo album del compianto padre dello spoken word Gil Scott-Heron: Jamie si dimostra abile manipolatore di ritmi e sonorità. Nel 2011, arriva finalmenta il primo lavoro interamente suo: Far Nearer/Beat For, un 12’’ che esce per la Numbers Records.

Che Jamie sia una spugna, in grado di assorbire in maniera virtuosa ascolti, influenze musicali e cultura urbana si capisce dai due brani del singolo, che lo vedono districarsi tra bass music e aperture garage. Tutto molto club.

Tre anni più tardi escono altri tre singoli, stavolta in casa Young Turks (la stessa etichetta che ha pubblicato i due dischi degli XX). Uno di questi, All Under One Roof Raving, è la chiave di volta per capire tutto il suo lavoro successivo. Jamie, deciso a rendere omaggio alla cultura rave britannica, pesca a piene mani proprio da quel video di Leckey che si citava inizialmente. Non solo immaginario e atmosfere, ma anche dialoghi, creando samples vocali che vanno avanti per tutti i sei minuti del brano.

Il risultato è un orgoglioso omaggio all’acid culture, intriso di un sentimento di malinconica nostalgia e su cui è impressa una personalissima cifra stilistica: ispirazione arty, citazionismo e tanta, tantissima Inghilterra.

Passa un anno fino all’uscita dell’esordio sulla lunga distanza. In Colour (pubblicato questo giugno sempre per la Young Turks) conferma tutte le premesse contenute nel singolo del 2014. Da Gosh a Girl, l’ascoltatore è guidato in un viaggio attraverso le anime della club culture inglese lungo undici tracce: dal breakbeat al garage, dal post dubstep alle ballate pop/trip hop, passando per la più “tradizionale” elettronica beat oriented. Jamie dimostra di essere un grande ascoltatore e conoscitore di musica, e non si fa problemi ad ammettere che questo influisce sulla sua produzione. Nel suo disco ri-ascoltiamo in qualche modo quello che lui ha già ascoltato e processato, elegantemente confezionato e restituito. Sin dall’inizio.

Il sintetizzatore della canzone d’apertura Gosh, infatti, riprende la melodia dell’inno rave del 1991 Belfast dei seminali Orbital e il sample vocale che dà il titolo al brano viene da una trasmissione radio inedita della BBC sulla musica da club underground. Il risultato è una canzone allo stesso tempo ruvida ed emotiva. Il resto dell’album è impregnato di referenze simili.

In questo senso, In Colour è un album di immagini ritrovate: Jamie – che non nasconde di avere una fascinazione particolare per la memoria e per il passato – ci offre una serie di istantanee che allo stesso tempo sanno essere culturali ed emotive. Lo stesso concetto del sampling – prendere una porzione di un brano già esistente e manipolarlo incorporandolo nel nuovo brano fino a creare un nuovo suono –  attiva il processo di recupero di qualcosa di passato, con un effetto sia illustrativo che emozionale, nel momento in cui quel passato diventa nostalgia.

La sua musica lo porta in posti che ha solo potuto immaginare (e così noi): tutto quello che Jamie ha fatto è stato documentarsi tramite video ritrovati di serate e rave e vecchi podcast di trasmissioni radio pirata, fantasticando su come potesse essere, vivere tutto questo.

Jamie Smith rivela una consapevolezza e una complessità di riferimenti storico-culturali inusuale per un ragazzo di 26 anni. Un’autocoscienza delle proprie operazioni per certi versi paradossale se quelle operazioni riguardano la cultura rave, basata invece sulla spontaneità. Jamie Smith però gode di un’autorità che va al di là della carta d’identità, e che gli permette di manipolare cose anche apparentemente lontane da lui senza perdere credibilità. Fino al 16 agosto scorso, per esempio, si è potuto permettere di aprire un temporary store a New York tutto a tema In Colour.

 

Il professore

C’è chi obietta che questa operazione sia troppo chirurgica e fredda, persino furba e calcolata, e che il ragazzo sia troppo “educato” per tirare fuori una vera anima raver. Sicuramente Jamie xx – o almeno l’immagine mediatica che si ha di lui – è ben lontano dall’ardore in acetato dei club sotterranei degli anni novanta. Lo studente della Elliot School di Londra (che ha visto, tra gli altri, il passaggio di Hot Chip, Burial e Four Tet) è uno che partecipa ad un progetto come Soundscapes alla National Gallery di Londra – inaugurato lo scorso 8 luglio e in corso fino al 6 settembre –, musicando il dipinto del puntinista belga Theo Van Rysselberghe Coastal Scene e che difficilmente vedremo esibirsi in sotterranei occupati.

Come il collega d’oltre oceano Nicolas Jaar, che negli ultimi tempi si è divertito a musicare un film di avanguardia sovietica del 1969, Il colore del melograno (che ha dato recentemente vita ad un album in download gratuito) Jamie  si inserisce in una particolare categoria di giovani produttori di musica elettronica contemporanea.

Un progetto come quello della National Gallery, in effetti, somiglia di più al punto di arrivo di un musicista affermato e di esperienza, più che una partecipazione entusiasta di un ventiseienne al primo album sulla lunga distanza.

Ancora di più se si fa caso al fatto che il nome di Jamie figura in mezzo a quello di tanti altri musicisti decisamente meno pop: un compositore di colonne sonore, un musicista classico e un duo di artisti audio-visivi.

In una recensione dell’installazione, il magazine DIY scomoda persino Philip Glass: «L’installazione di Jamie xx cambia e muta a seconda di dove ci si posiziona nella stanza. Vicino al quadro, la sua composizione è eccentrica e frammentata, mentre qualche passo indietro diventa più satura e meno delirante. È come il suo album di debutto, In Colour, proiettato attraverso un prisma modellato da Philip Glass».

Dov’è quindi la vera anima di Jamie xx? Il suo alto livello di educazione, le partecipazioni ai progetti arty e le recentissime trovate promozionali devono far storcere il naso ai duri e puri del genere?

Quello che Jamie Smith rappresenta e che la sua musica esprime è perfettamente figlio del suo tempo: un ragazzo della media borghesia inglese, con la passione per la musica underground che ha a disposizione, per sfamare la sua voglia di conoscere, il grandissimo archivio storico-culturale rappresentato dalla rete.

Testimonianze, stili, musiche e mode trasmesse da testimoni dell’epoca o ricostruite da altri appassionati, poco importa: il bagaglio culturale di di Jamie xx è mediato, riportato e rielaborato da una mente brillante. Così, la sua musica: quello che non può essere per ovvie ragioni puro breakcore, non è neanche, in realtà, un pescaggio dal passato scontato e diretto.    

 

Malinconia vs Euforia

Il che non rende, però, il suo approccio meno valido: In Colour dice moltissimo su un genere e una controcultura che può, in apparenza, sembrare superficiale ma che in realtà è percorsa da una continua ricerca di comunanza ed emotività, oltre ad essere cuore pulsante della musica inglese dagli anni ’70 ad oggi, come insegna Marck Leckey.

La maggior parte dei frequentatori di un certo tipo di club, oggi, entrano negli stessi trascinandosi anch’essi bagagli di riferimenti tramandati o appresi indirettamente: come tutte le controculture, anche quella legata alla musica techno e al ballo ha subito i cambiamenti dettati dal momento storico. È anche lei una controcultura “liquida”, senza i rigidi paletti di genere di una volta, e tantomeno quelli sociali. Che le controculture non siano più un modo di sfogo politico-sociale (o almeno, non solo) dovrebbe essere cosa metabolizzata da tempo, e credo sia qui la chiave di volta per capire perché Jamie xx può benissimo infiammare una boiler room così come musicare un quandro puntinista, senza perdere di credibilità in nessuna delle due cose.

Il che, se vogliamo, va incontro ad un altro aspetto fondamentale di tutte le culture legate al ballo: l’empatia.

Come spiega una delle migliori recensioni uscite sull’album, «l’idea platonica della pista da ballo, sia questa in un club o in un free party, è che le persone che sono lì a ballare stanno condividendo tutti insieme un momento di libera espressione e che, in quel momento, le differenze sociali e i giudizi sono abbattuti da questa condivisione paritaria. Allo stesso modo, nella collettività del gesto, ci sono tantissime soggettività in gioco». La musica di Jamie xx restituisce questo spirito, questo sentimento di gioia collettiva e, allo stesso tempo, di un’emotività molto personale.

In una recente intervista Jamie ha dichiarato: «L’ambivalenza tra la malinconia di alcune tracce e la gioia che portano quando un’intera folla le balla mi affascina molto. Questo contrasto tra la malinconia e l’euforia è il cuore pulsante della mia musica».

Nel disco, questo si traduce nell’alternanza di passaggi in cui la musica è veloce e solenne e ad essere protagonisti sono i beat con momenti in cui riesce ad essere intima, ma acquista ancora più significato quando queste due sensazioni di euforia e intimità riescono a coesistere nello stesso istante.

Jamie Smith non è forse il musicista visionario capace di portare innovazioni e rivoluzioni all’interno della musica elettronica, ha però il merito di aver tradotto in musica – grazie a cultura, curiosità e talento – un aspetto solitamente trattato da critici musicali e sociologi, creando una sorta di esperimento meta sullo stato dell’arte della club culture inglese.

 

 

Illustrazione di Flavio Ceriello.

Laura Marongiu
Laura Marongiu vive e lavora a Bologna. è autrice e conduttrice di Palomar, un programma di approfondimento sulle realtà culturali indipendenti, in onda ogni lunedì su Radio Città del Capo @_HeyJane
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