Lo scorso lunedì la comunità musicale online è stata scossa da un leak, ovvero una pubblicazione anticipata e involontaria. Digitando “Kendrick Lamar” su Spotify, spuntava improvvisamente il nuovo album che l’artista aveva previsto uscire per il 23 marzo.
La mossa, non sappiamo quanto consapevolmente, si è rivelata un’ottima operazione di marketing. Le sedici tracce hanno da subito generato un hype che ha fatto storcere il naso ai puristi, preoccupati che la viralità così trasversale distraesse da quello che veramente importa quando si tratta di Lamar, ovvero la musica, l’hip-hop.
Per una volta però l’hype sembra giustificato dal valore del prodotto. K-Dot è riuscito ad uscire illeso dall’orizzonte di aspettative che si era creato attorno al nuovo disco, proponendo una produzione stratificata e complessa, sia dal punto di vista musicale che da quello lirico/tematico. A questo, si aggiunge un forte apparato iconografico, qualcosa che se stessimo parlando di letteratura chiameremmo senza complessi “dichiarazione di poetica”. Lamar non esce dai registri e dai generi hip-hop, ma riesce ad emanciparne la riflessione e a problematizzarne i linguaggi.
La copertina è, non a caso, altamente (e volutamente) stereotipata: un gruppo di uomini e bambini neri armati posano sventolando mazzette di dollari davanti alla casa bianca, sovrastando il cadavere di un giudice bianco. La celebrazione della ribellione contro il sistema legale malato e razzista che ha lasciato impuniti gli omicidi di stato di Trayvon Martin, Eric Garner, Michael Brown, Renisha McBride, John Crawford, e Tamir Rice.

La musica di Compton
Già il secondo album – primo per la major Aftermath/Interscope – Good Kid, M.A.A.D. City presentava quella che è una caratteristica fondamentale nella sua musica: una totale aderenza tra arte e vita, tipica di certa etica hip-hop.
GKMC è un concept album sulla sua infanzia e adolescenza a Compton, città ricca di problemi di microcriminalità e considerata, quindi non a caso, patria del gangsta rap. Sempre a Compton è nato Dr. Dre, che dopo aver sentito il singolo Ignorance is Bliss (ottava traccia del suo mixtape del 2010 Overly Dedicated) lo ha chiamato per firmare alla Aftermath Records.
In GKMC, però, K-Dot non si limitava al mero esercizio stilistico sui cliché hip-hop. Nel disco, la sua autobiografia non si esaurisce nello stereotipo rapper-gangsta dal destino scritto dalla sua stessa provenienza, ma restituisce il profondo processo di crescita ideologica e spirituale dell’artista.
A voler appiattire le cose, si potrebbe parlare di una sorta di redenzione, che definirebbe Lamar “il bravo ragazzo del rap”. Per fortuna la realtà è più complessa, e la figura di Kendrick è piena espressione di questa complessità, espressa tra amore e odio per Compton, tra criticità e comprensione nei confronti del mondo delle gang e attenta riflessione sulle modalità di rivendicazione razziale.
Una crescita che si concretizza nella penultima canzone di GKMC, Real, e nelle parole dei suoi genitori:
«Qualsiasi nero può uccidere un uomo», lo ammonisce suo padre. «Questo non rende di te un vero nero. La verità è responsabilità. La realtà è prendersi cura della tua fottuta famiglia». E sua madre: «Se non avrò tue notizie entro domani, spero che tornerai e imparerai dai tuoi errori. Torna ad essere un uomo… racconta la tua storia a questi uomini e ragazzi neri di Compton… quando l’avrai fatto, dai loro le tue parole di incoraggiamento. E questo è la cosa migliore che tu possa dare alla tua città. E ti amo, Kendrick».
Se l’esordio major è stato quindi un continuo misurarsi con la sua storia, con il suo vissuto privato – con un ovvio intreccio col pubblico -, tre anni dopo Lamar non ferma il processo di introspezione, ma lo porta a un gradino superiore.
L’adolescente di GKMC è cresciuto e, fatto tesoro degli insegnamenti dei genitori, si chiede qual è il suo ruolo nell’industria dello spettacolo dominata dai bianchi. Questo lo porta a misurarsi con le proprie radici culturali e la questione razziale, proprio mentre l’omicidio di Micheal Brown a Ferguson, il 9 agosto, riporta a galla problemi di prevaricazione mai del tutto risolti.
Now you’re in Compton/These streets will make you or breaks you/Expire or inspire you/Let’s hear it for Compton, Compton, Compton.
Every Nigger is a star
To Pimp a Butterfly si apre sulla voce-sampler di Boris Gardiner che ci accoglie con “Every nigger is a star” in Wesley’s Theory, brano-dichiarazione che descrive il meccanismo di “pompare (to pimp) la farfalla”, dove la farfalla è appunto la “star nigga”. Mentre Kendrick si affanna tra stereotipi e aspettative a cui è difficile resistere, al telefono compare proprio Dr. Dre, che gli ricorda quanto sia facile arrivare al successo e difficile, però, restare a galla nella “bianca” industria dello spettacolo. Lungo l’ascolto del disco, si affolleranno diverse importanti personalità della musica nera, che formeranno una sorta di antologizzazione.
Basta infatti fare un salto di due tracce per incappare nello schiavo del XVIII secolo Kunta Kinte, simbolo della ribellione antischiavista e – nella storia personale di Kendrick – dell’ascesa che lo ha portato dal ghetto ad essere una delle voci più incisive dell’hip-hop contemporaneo.
Ancora più avanti, si incappa nel primo brano completamente personale, una sorta di momentaneo ritiro dal pubblico per una riflessione intimista. u, proprio nel suo essere un momento di pausa intimista, è uno dei punti di svolta del disco. In un’intervista a Rolling Stone Lamar la definisce come «una delle canzoni più dure che mi sono trovato a scrivere. Ci sono momenti molto scuri al suo interno. Tutte le mie insicurezze e i miei egoismi e le delusioni. Questa merda è veramente deprimente. Ma aiuta, in realtà. Aiuta».
Dopo le riflessioni su società, industria dello spettacolo, personalità black, criminalità, razzismo e resistenza, K-Dot ha bisogno di prendersi una pausa per interrogarsi sulla propria condizione.
La risoluzione di u, però, è positiva: nove tracce dopo, l’altro punto cardinale i (primo singolo del disco, pubblicato il 23 settembre) è un inno all’espressione del sé, una risposta alla carenza di autostima delle strade di Compton. Il messaggio è chiaro: il mondo può essere un posto orrendo, ma se ami te stesso per prima cosa, puoi imparare ad amare anche quello che ti circonda. È una sorta di evoluzione di Real, degli insegnamenti genitoriali acquisiti in Good Kid, M.A.A.D. City.
I love Myself!!!
In mezzo alle pause intimiste e prima della risoluzione positiva, lo scontro, però, si inasprisce. The Blacker the Berry, concepita non a caso il giorno dell’omicidio di Trayvon Martin, è una rabbiosa rivendicazione razziale: “The blacker the berry / the sweeter the juice / the blacker the berry / the bigger I shoot”. Una sorta di accettazione della violenza, che si riferisce chiaramente alle rivolte di Ferguson del 2014 – trovando, forse, una pacificazione con le polemiche scaturite da una sua dichiarazione durante un’intervista concessa a Billboard, quando chiamava in causa ancora una volta l’amor proprio per evitare di inasprire lo scontro -: «six in the morning / fire in the street / burn, baby, burn, that’s all I wanna see».
Se il parallelo tra u e i era il gioco di opposti tra depressione e positiva autostima, quello tra The Blacker the Berry e i è – a detta del presidente della Top Dawg Entertainment (l’etichetta indipendente che ha pubblicato il suo album di debutto, Section.80) – quello tra Malcom X e Martin Luther King, quindi tra i due approcci con cui combattere il razzismo.
Un nuovo portavoce della comunità
Il percorso di riflessione sulla sua posizione nel mondo discografico, ma ancora di più nella cultura nera (e nelle rivendicazioni) si conclude con una presa di coscienza: Kendrick Lamar è una delle voci-traino di quella comunità, come Malcom X, Martin Luther King, ma anche Mandela. Ad aiutarlo in questa consapevolezza, è il suo mito/mentore Tupac Shakur, raggiunto in un’immaginaria intervista su come gestire immagine e fama (l’intervista, che si può sentire qui, è stata svolta in realtà nel 1994 dalla radio svedese P3 Soul).
Se prima si è detto che gli strati da tenere in considerazione quando si parla di Lamar sono almeno tre, non va ignorato che il processo di catalogazione e interiorizzazione di un’intera cultura è presente anche dal punto di vista musicale.
Vengono mescolati i colori del free jazz degli anni sessanta col funk dei sessanta; il rap west coast con il southern rap e lo spoken word. Il tutto realizzato con una squadra di musicisti che va da Thundercat a Bilal, dai due giganti della produzione come George Clinton (Parliament e Funkadelic) e Flying fino ad arrivare a Robert Glasper (pianista) e Terrace Martin (sassofonista/produttore).
To Pimp a Butterfly è un complicato e profondo gioco di incastri e di identità, una piena accettazione della complessità del reale e della crudeltà della vita. La chiusura di un cerchio apertosi nel 1995, quando a otto anni Lamar incappò nel set del video della pietra-miliare California Love, con Dr. Dre e Tupac.
Con quest’album K-Dot porta avanti un discorso dentro e sulla musica nera. Questa staripante “blackness”, la connessione musicale consapevole dell’hip-hop col jazz e con il movimento neo-soul – che troviamo anche in un altro importante lavoro uscito da meno di un anno come Black Messiah di D’Angelo – dimostra quanto il rapper di Compton abbia voluto mettersi in gioco. Già al terzo album, Lamar può vantare una consapevolezza invidiabile su cosa voglia dire fare hip hop, sia musicalmente che culturalmente.