Musica: La miglior trasmissione musicale che la TV italiana abbia mai conosciuto
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La miglior trasmissione musicale che la TV italiana abbia mai conosciuto

Quando in Rai si parlava di grande musica: le esperienze di C’è musica e musica e dello Studio di Fonologia.

Ci credi che nella primavera del 1972, quando tornavi a casa stanco per una giornata di lavoro, invece del solito quiz a premi o del classico sceneggiato rosa in costume, in televisione poteva comparire Karlheinz Stockhausen intento a riflettere sulle connessioni cosmiche che si possono raggiungere tramite l’ascolto di certi suoni? Oppure Luigi Nono che parlava di Gramsci e classe operaia e tanti altri uomini distinti che chiacchieravano sulle ultime tendenze in fatto di musica contemporanea.

C’è musica e musica è andata in onda per dodici martedì sul secondo canale della Rai e oggi è disponibile sulla piattaforma Raiplay.

L’Ideatore e il conduttore era Luciano Berio, uno dei compositori più importanti e stimati del Novecento. Data la sua statura internazionale e le collaborazioni avute in precedenza con la Rai, gli fu concessa massima libertà nella realizzazione del programma. Quel che ne uscì fu uno dei programmi più coraggiosi e sperimentali della storia della televisione italiana.

C’è musica e musica era, in linea anche con gli intenti pedagogici della tv nazionale, una trasmissione di divulgazione musicale.

«Buonasera. Il mio nome è Luciano Berio e sono musicista. Questa sera iniziamo una serie di programmi sulla musica e questi programmi non pretendono di essere un’indagine scientifica, completa o obbiettiva; io penso che l’obbiettività non esista. D’altronde, anche se avessimo voluto essere completamente obbiettivi e obbiettivamente completi, non avremmo potuto esserlo, perché è un’impresa pazzesca, ve lo assicuro, inseguire decine e decine di musicisti per mezzo mondo, cioè tutta gente che vive con la valigia in mano… Infatti ce ne sono sfuggiti alcuni, e ce ne dispiace molto. Non vi racconterò che cosa succederà in queste puntate sennò non ci si diverte più. Una cosa, però, vorrei dirvi: è che la ragione principale di questo lavoro è stata quella di avvicinarvi a chi fa la musica, cioè a chi la compone e a chi la esegue. E vedrete che incontrerete tra di loro cervelli, nonché cuori e orecchi tra i più acuti del nostro tempo.»

Con queste parole Berio dagli studi Rai introduceva la sua serie.  Si poteva intuire fin da subito che non avrebbe fatto la solita lezioncina scolastica sul Melodramma o solo sui musicisti classici come Bach, Mozart e Vivaldi.

La domanda fondamentale attorno alla quale ruotava l’intera serie era: «che cos’è la musica?». Per rispondere a tal quesito, senza badare troppo a spese, Berio girò in lungo e largo per l’Europa e gli Stati Uniti, dove intervistò studenti, critici musicali e i migliori musicisti viventi del suo tempo come Cage, Dalla Piccola, Xenakis, Cardew, Schaeffer ecc ecc. E la lista dei partecipanti potrebbe continuare per molte righe ancora. 

La trasmissione era, prendendo in prestito un’espressione del suo amico e collaboratore Umberto Eco, un’opera aperta. La serie si metteva in discussione costantemente, non dava formulette preconfezionate e definitive, ma le diverse questioni rimbalzavano da un compositore all’altro, da modi di vedere anche assai differenti tra loro. L’approccio di Berio nel trattare la musica non era di certo museale e la musica era vista come qualcosa di vivo e mutevole. La trasmissione era di certo influenzata dalle contestazioni del ’68; si veda in tal proposito la seconda e la terza puntata, nella quale si discute sulla crisi della scuola italiana, sui suoi metodi di trasmissione del sapere, una scuola che era (ed è) ancora assai conservatrice. Docenti e allievi provavano inoltre ad immaginare “la scuola ideale”.

La musica era trattata non solo in quanto musica, ma anche nel rapporto con la società in cui viene creata.

La trasmissione era sperimentale anche nell’estetica: movimenti di macchina da videoclip prima dei videoclip, collage, stacchi improvvisi. Si veniva spesso destabilizzati da strane inquadrature o da suoni stridenti.

La musica di cui si occupava la trasmissione era in larga parte la musica colta occidentale, ma non senza qualche incursione nel folk (nella sesta puntata) o qualche accenno al jazz (nella dodicesima). 

Certo, mancavano quasi tutto i riferimenti al rock o ad altri generi appartenenti alla popular music;  continuava quindi a permanere l’idea che la musica con la M maiuscola si faceva solo all’interno delle Accademie; mancava la presenza di compositrici  e musiciste donne, ad esclusione della mezzosoprano Cathy Berberian, che accompagnerà Berio nella conduzione di tre puntate (quarta, quinta e sesta) dedicate alla voce; mancava una visione capace di andare oltre l’eurocentrismo, anche se alcuni compositori intervistati come Cage e Stockhausen avevano già iniziato ricerche fuori dai soliti confini.

Resta comunque la migliore trasmissione musicale che la tv italiana abbia mai conosciuto.

 

Spin off: «Avevamo nove oscillatori» di Daniela Vismara (2009)

Sempre su Raiplay si trova questo breve documentario, Avevamo nove oscillatori, sullo Studio di Fonologia della Rai. Lo Studio di Fonologia era un centro sperimentale di musica elettronica, nato a Milano nel 1955 per opera di Luciano Berio e Bruno Maderna.  Allora di centri dove si faceva la musica elettronica ce ne erano solo altri due in tutta Europa: il “Groupe de recherches de musique concrete” a Parigi e lo “Studio fur electronische musik” a Colonia.

La celebre opera con il quale convinsero la Rai a realizzare lo Studio fu nel 1954 Ritratto di città: una composizione pensata per la radio, che descriveva assai bene gli umori della città meneghina, narrandone attraverso la voce di due narratori e la musica concreta una giornata tipo.

Oltre alla creatività dei vari musicisti ci voleva anche molta manualità e abilità tecniche per poter far suonare magnetofoni, oscillatori, bobine, tagliare-incollare i nastri magnetici, premere i bottoni giusti e in generale far riuscire a far funzionare al meglio queste apparecchiature venute dal futuro. È anche grazie al lavoro del tecnico del suono Marino Zuccheri, che si potettero realizzare opere così uniche nel loro genere.

In questo studio Berio compose ad esempio Thema: omaggio a joyce (1958), Maderna Musica su due dimensioni (1958), Luigi Nono La fabbrica illuminata (1964). Passarono da lì anche grandissimi compositori stranieri come Henry Poussier e John Cage. 

Nello studio, oltre a queste opere autoriali, veniva composta musica applicata. Su commissione si componevano colonne sonore ed effetti speciali, che servivano per sonorizzare sceneggiati televisivi o programmi radiofonici. 

Chiuse quando nel 1983 Marino Zuccheri andò in pensione. Già dagli anni’ 70 però aveva gradualmente perso d’attrattiva con l’invenzione di synth portatili, live electronics e in generale di macchine più semplici da usare e molto meno ingombranti.

Questi strumenti, lasciati in un angolo polveroso per decenni, nel 2008 sono stati esposti all’interno del Museo degli strumenti musicali di Milano. 

Gaetano Giudice
Gaetano Giudice
Studio al Dams. Vivo tra la provincia di Ragusa e Torino. Mi piace andare in bici, al cinema e ai concerti. Quando sono triste faccio torte. Scrivo per Zero
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